domenica 1 ottobre 2017

La prima parte del mio racconto "Generazione Vincente" in PENNE ARMATE N°2 magazine web di poesia e narrativa PENNE ARMATE N°2 - Generazione Vincente

martedì 5 aprile 2016

Gli Uomini Morti - fine serie

Con "Nessuno si farà male" termina la serie Gli Uomini Morti.
Ricapitolando:
01 Analitici Primi e Secondi
02 Dopo la morte e dopo la vita
03 Premesse al fatto di sangue
04 Chi è senza peccato spari agli sbirri
05 Nessuno si farà male
Potete leggerli nei post precedenti o scaricarli dai vari link.
Vivi o Morti che siate penso vi farà piacere una anticipazione della prossima ed ultima serie che dovrebbe e dico dovrebbe chiamarsi Santino's records of demon hunting con cui diremo addio ai mostri, ai criminali ed alle  tonnellate di cadaveri con cui Santino e Bast  condiscono la loro storia d'amore.


Gli uomini morti 5 di 5 - Nessuno si farà male

Nessuno si farà male


"Sono sempre stata sboccata." - Bast


La strada serpeggiava in curve strette strette e schiacciate fra loro, sembrava un intestino e quindi intestineggiare doveva diventare una parola vera da usare. E brutta sorte augurò agli intestini di coloro che l'avevano tracciata aggirando cosa? Ogni sasso, ogni formica? Non riusciva davvero a capirlo. Eppure quella via era tanto vecchia da dover ispirare rispetto, far pensare a cose antiche e maestose e misteriose. Ma lei l'aveva percorsa troppe volte e sinceramente quella storia del mistero non aveva mai portato nulla di buono. Non si azzardava comunque a deviare e tirava dritto, seguendo il percorso senza mettere nemmeno la punta del piede fra la terra brulla e la poca gramigna che cresceva fra un giro e l'altro. Sempre per quella questione del mistero: non si sa mai.
Niente però la obbligava a tenere quel velo lungo che la stava facendo morire di caldo, la giornata bellissima di un cielo azzurro, sole alto, nemmeno l'ombra di una nuvola e soffi di vento intermittenti così tenui da non notarli. Se lo tolse, ne fece un fagotto e se lo mise sottobraccio. Andare a piedi costava fatica dopotutto e sulla via era vietato spostarsi in altri modi se non a dorso di mulo, asino, cavallo. Ma dove lo trovava un cavallo al giorno d'oggi? Fino a qualche tempo prima ce ne sarebbero stati molti a disposizione e magari qualche famiglia di contadini ne teneva uno apposta per lei e non si faceva domande quando spariva per poi tornare da sé dopo qualche giorno. Ancor più indietro ne avrebbe avuti di suoi, a centinaia, a migliaia come i suoi servitori, sacerdoti e sacerdotesse a loro volta con altri servitori, templi, botteghe, forge, stalle, campi, fiumi, città e persino un paio di stelle. Aveva avuto tutto questo, non che se fosse mai curata, ma oggi come oggi gli avrebbe fatto comodo per muoversi nel mondo. Per non parlare della magra figura che aveva fatto tentando di rimettere un morto o due al loro posto e cadendo come una sibilla di primo pelo nel trabocchetto di un vecchiaccio maledetto.
Bast doveva ammetterlo con se stessa: aveva perso la mano. Quello invece se ne stava sempre in agguato pronto a fregare chiunque ed in qualunque momento.
Stava per arrivare alla sua deviazione. Ogni tanto se ne apriva una e sperò che almeno imboccare quella giusta gli riuscisse ancora. Non l'aveva mai detto a nessuno, ma una volta aveva sbagliato ed era rimasta bloccata quasi cinquant'anni in una valle dove i fiumi scorrevano dalla foce alla sorgente e gli abitanti erano perennemente in guerra con delle sagome bianche che venivano da un bosco di alberi rossi e di fiori parlanti. Niente di eccezionale, ma quel posto era un labirinto. Avevano forse notato la sua assenza? Macché, non l'aveva cercata nessuno.
Le cose erano in rovina esattamente come le aveva lasciate. Aggiungendo che la via tendeva a contrarsi od allargarsi per contro proprio... ma con chi si stava giustificando? Comunque era piuttosto sicura di quale fosse la sua deviazione. Nessuna conferma finché non l'avesse imboccata ed ovviamente il mondo alle sue spalle cambiato e richiuso.
"Per tutti i cieli e vaffanculo." disse procedendo.

mercoledì 24 luglio 2013

Qualcuno da perdonare

In attesa dell'ultimo racconto dedicato a Cialledda e della nuova serie che seguirà, una storia breve in cui una volta tanto i poveri cristi sono gli sbirri.  

Qualcuno da perdonare


1:
Nessuno era mai entrato prima in casa del vecchio, non che ci fosse granché da vedere, ma l’appuntato Valente aveva una passione per le perquisizioni e raramente gliene capitava l’occasione.
Che avesse un brutto carattere, litigasse con quei pochi con cui giocava a carte e fosse razzista lo sapeva tutto il paese. Non passava giorno che non lo si sentisse bestemmiare all’indirizzo di neri, rumeni, musulmani e cinesi. Rumeni neri, mezzi cinesi e musulmani. Magari pure marziani. Ma si era sempre limitato alle parole, riscaldato dal vino e represso dal fatto che in paese non ci fosse un solo forestiero. Una volta ci era passato un ragazzo cinese con un carrello di merce varia, ma aveva sbagliato fermata del treno. Spuntando vecchie foto macchiate e ingiallite, si scoprì che era ebreo.
Per l’esattezza l’appuntato Valente aveva considerato, guardandone una:
"Ah, un rabdomante..." ed aveva passato la fotografia al maresciallo Carenza.
"Semmai un rabbino."
"Comunque è israeliano."
"È ebreo... - con pazienza Carenza - ...di religione ebraica... da quand’è che stiamo a Gerusalemme?"
Valente davvero non riusciva a capire dove Carenza volesse arrivare e che bisogno ci fosse di mettersi a puntualizzare. Carenza lasciò perdere, anche perché era meglio non confondere l’appuntato e lasciargli fare il suo lavoro. Del resto, interrogato a proposito, per Valente una sinagoga risultò essere un intingolo piemontese tipico.
"Bagna cauda..." con tatto, Carenza
"Bleh! Non la mangio certa roba."
Perché insisti? Si chiese Carenza. Torniamo alla questione principale.

martedì 11 giugno 2013

Gli uomini morti 4 di 5 - Chi è senza peccato spari agli sbirri

continuiamo con Cialledda, Maier ed un sacco di altra brutta gente


Parte Prima


Gennaio
L'istinto consigliava di fargli una carezza sulla testa, dargli un bacio sulla fronte, dirgli che era stato bravo e che poteva andare pure a casa. Questo con il giudice. Con il cancelliere, entrambi gli uomini che li stavano aspettando, si domandarono se non fosse il caso di frugarsi nelle tasche per vedere se gli riusciva di trovare una caramella. Ma non era una questione di età, era qualcosa nel colorito che dava sui nervi e se gli fosse stato dato di conoscere l'uno i pensieri dell'altro, forse avrebbero potuto trovare sollievo. Ma si erano parlati poco, avrebbero continuato a farlo ancora meno. Giudice e cancelliere erano di una educazione insopportabile, il primo in particolare aveva salutato, si era presentato tendendo la mano e si era rivolto ai due interlocutori come se si trovasse di fronte a due persone rispettabili. Eppure loro erano stati abbastanza chiari sull'essere degli assassini, criminali abituali, anche se più che abitudine, protocollo era il termine più adatto.
Il luogo aveva la sua importanza, dato che si doveva, in teoria, mettere agli atti, rileggere, confermare, firmare, controfirmare, in data addì, visto il, presenti i. Un interrogatorio in carcere in piena regola, anche se con qualche distinguo dato che era per la sicurezza del giudice che si svolgeva lì dentro o meglio per dargli una idea di sicurezza che di più non si poteva fare. Ma non erano stati a spiegarglielo, per quanto lo riguardava loro erano gli unici due testimoni disponibili a parlare di un casino che più casino non si poteva e nella fattispecie un individuo che pareva piuttosto stanco e più immediatamente privo di un orecchio, accompagnato da un altro con un espressione immutabile fra il divertito ed il disgustato e che metteva a disagio, bisognava ammetterlo. Metteva a disagio.
"Sono pronto." disse il cancelliere. Che cosa avesse dovuto fare prima di esserlo, tutti se lo domandarono, nessuno lo chiese. Videro sparire un timbro che non avevano visto apparire in precedenza.
C'erano un grande neon acceso e anche una finestra, con le inferriate, da cui entrava un poco di sole e volendo, la si poteva aprire per far circolare l'aria. Suoni dal carcere e dalla città che aveva attorno al carcere. Ma soprattutto gran rumore di uccelli, non erano cinguettii di passeri, non erano di piccola taglia questo era certo. Primavera anticipata? Pensò il giudice. Macché!
Ma non era lì per discutere del clima:
"Allora signori... - cominciò - ...cos'è successo?"
Fu l'uomo sempre con la stessa faccia a rispondere:
"Non sente? Fuori, le gazze? Stanno ridendo ancora...."

lunedì 23 luglio 2012

Gli uomini morti 3 di 5 - Premesse al fatto di sangue


3 gennaio
“Li vuoi vedere un po' di morti?”
“Perché mi stai dando fastidio?”
“Prima vieni prima ce li carichiamo.”
Le quattro del mattino, orario confermato dal cellulare e dal messaggio con l'indirizzo.
Le quattro precise precise.
Maier si vestì con calma anzitutto perché i morti in questione, chiunque fossero, non sarebbero andati da nessuna parte e poi perché Colaspina, al telefono, aveva una fretta di tornarsene a casa che non doveva essere confortata dall'aver messo in croce qualcun altro. Era sveglio, Maier doveva ammetterlo con se stesso, ma ciò non cambiava la mediocre aspirazione di Colaspina, tornarsene nel proprio letto, a far finta che dormendo il mondo scompaia. Avrebbe dovuto esserci un orario di ufficio in cui, uno come Maier, fosse costretto ad affrontare la voce del mal comune, del mezzo gaudio sofisticato, della rivalsa tutta intera. Aveva detto a Colaspina che non voleva essere scocciato e quello lo aveva fatto comunque per puro gusto di rompergli le palle - cosa che aveva previsto - e sperando che, colto di sorpresa, dopo tanti anni, Maier si mettesse a congetturare, a temere l'imprevisto. Sarebbe rimasto deluso.
Maier prese alla fine il cappotto e senza farsi domande, senza mettersi a filare inferenze poco digeribili, uscì dal suo appartamento.
Una rete rotta è rotta. Ricucita quanto si voglia, il buco successivo sarà più grande.

giovedì 22 marzo 2012

Come fu venduto un grande mistero_racconto presentato al consorso Steampunk vs. Dieselpunk ossia lo sputtanamento definitivo del genere

Bussarono alla porta. Preso a testate la porta, pensò. Un centurione della Milizia, troppo sbarbato per essere convincente, entrò, salutò ed annunciò:
“Eccellenza, il colonnello Ambrati chiede di essere ricevuto.”
“Fate passare.” rispose e quello scattò alla stessa velocità che se fosse stato preso a calci nel sedere.
Santo Carvi rimase a fissare qualche istante la porta chiusa, poco dopo Ambrati fece il suo ingresso. Rimasero soli. Carvi accese una lampada da tavolo, stava quasi del tutto al buio, non se ne era accorto, aveva avuto altro per la testa.
Non ci furono saluti, ma nessuno si sarebbe messo ad obbiettare sull'autentica fede fascista dell'altro. Ambrati sentì l'immediato bisogno di sedersi, Carvi, che seduto era rimasto, di fumare. Stettero lì ad osservarsi e presto dovettero constatare di avere lo stesso sguardo e, se possibile, la stessa faccia di chi dorme poco e mangi meno e sono solo i nervi a tenerlo in piedi. Ma quel silenzio, in qualche modo confortante, non poteva durare in eterno od aspettare la notte per sussurrarvi di nascosto.