mercoledì 24 marzo 2010

Sette stelle cadono


Atene – 340 a.c. Poco dopo l'alba
Fino ad allora il giovane era stato considerato un po' tardo, ma fondamentalmente innocuo. Molti lo lasciavano avvicinare alle proprie case, gli davano da mangiare e gli permettevano di giocare con i bambini perché in lui, in fondo, vedevano solo un bambino a cui il fato aveva dato l'aspetto di un uomo. Era da tempo rimasto senza alcun familiare e viveva e dormiva dove poteva.
Eppure quella mattina tutti diedero per certo che fosse stato lui. Ad uccidere la ragazza. A tagliarle la gola. A fracassarle il cranio.
E che avesse condotto lui al cadavere con le sue grida disperate, era stato interpretato come una pura e semplice ammissione di colpevolezza. Alcippo, così si chiamava, era adesso tenuto fermo per braccia e gambe e l'uomo che si preparava a servigli lo stesso destino della sua vittima era Clitore, il padre della giovane, un uomo tanto importante ed influente da trovare naturale farsi giustizia da sé, sul posto.

Attorno a lui ed ai suoi schiavi che tenevano fermo Alcippo, si era radunata una nutrita schiera di persone. La notizia si era diffusa rapidamente, troppo rapidamente. Tutti aspettavano, tesi, che Clitore vibrasse il colpo, il silenzio che gravava sulla scena era rotto solo dai singhiozzi di Alcippo che come un animale preso in trappola si lamentava, chiedeva pietà.
“Sei un idiota.” disse ad un tratto una voce nasale, quasi stridula, a tratti sgradevole e fu come se un fulmine si fosse abbattuto su di loro all'improvviso, Clitore aveva gli occhi iniettati di sangue e di sicuro se c'era qualcuno così folle da prendere le difese di quell'assassino, egli non avrebbe esitato a rivalersi anche su di lui.
“Chi sei!” ruggì Clitore e per tutta risposta ebbe solo le esclamazioni di dolore improvvise di quattro o cinque persone, colpite negli stinchi, che cominciarono a saltellare ora su una gamba ora sull'altra. Chiaro il loro imbarazzo per quel balletto inappropriato, ma che continuava perché molti di loro continuavano ad essere colpiti una, due, tre volte.
“Ho detto: sei un idiota.” si sentì ancora e finalmente sbucò chi si stava facendo largo in quel modo singolare. Al cospetto di Clitore arrivò una figura piccola,esile, scalza, avvolta in un mantello sporco in cui erano rimaste impigliate sterpi e foglie secche. Avanzò lentamente, appoggiata ad un nodoso bastone, più alto di tutta la sua persona, lo stesso che aveva usato per percuotere chi gli stava dinanzi e passare. Alla fine sfoderò un sorriso irritante ed ancora, come ogni cosa in lui, fuori luogo. Solo che non era un folle.
Era Diogene.
Molti lo riconobbero, ma dalle occhiate che lanciava, penetranti, ma come distratte, si intuiva che Diogene invece, li conosceva tutti. Schioccò la lingua e come se quel suono gli avesse riportati indietro da un altro mondo fumoso in cui erano stati presi come in un sogno, si accorsero che lì, radunati attorno a quella scena pietosa, c'erano tutti gli uomini più eminenti di Atene.
“In un anfratto di nuda roccia e spine.” disse Diogene completandone i pensieri ed adesso fissandoli attentamente, stringendo gli occhi come se fra lui e loro si fosse alzato un velo di nebbia.
“Chi vi ha chiamati? Chi non è stato avvertito e non è venuto? Chi invece non lo è stato affatto? E magari è venuto comunque? O vi hanno forse informato di certe lucertole particolarmente saporite che si trovano da queste parti?” nessuno sapeva cosa rispondere, ma un gemito di Alcippo riportò tutti alla lama di Clitore, ancora contro la sua gola. Ma nulla più: probabilmente si era anche lui reso conto di essere alla presenza di tanti concittadini suoi pari e di fatto o potenzialmente suoi avversari.
Ognuno di loro non attendeva altro che i cadaveri diventassero tre e gli assassini due e per occuparsi del secondo, di Clitore, processarlo, magari per tradimento e far confiscare i suoi beni, esiliarlo, distruggerlo. Diogene ritenne che fossero proprio queste considerazioni a farlo esitare. Il calcolo politico aveva la meglio sul genitore e la sua vendetta.
“Ha ucciso mia figlia.” fu tutto ciò che Clitore riuscì a dirgli
Diogene gli sorrise nel modo più conciliante e sereno che gli riuscisse:
“Oh... ma se davvero lo avesse fatto, tu non saresti un idiota ed invece lo sei. Quindi non può avere ucciso alcuno. La mia dimostrazione ti convince?”
Un mormorio degli astanti sottolineò l'offesa estrema, quasi ad incitare Clitore a riparare anche a questo col sangue.
“Non saresti capace nemmeno di dire quando hai visto tua figlia l'ultima volta.” soffiò Diogene
“Invece lo sono. Prima del calar del sole. Deve essere uscita di nascosto durante la notte.”
Diogene sembrava interessato maggiormente a qualcosa sotto le proprie unghie, le strofinò sul mantello: “Per incontrare lui?” fece indicando Alcippo.
Altro mormorio, tutti avevano colto l'insinuazione che c'era, eccome, nella domanda di Diogene.
“Cosa!?” esclamò Clitore, ma lo zittì il volgere lo sguardo nella stessa direzione del filosofo, che solo adesso considerava il cadavere della ragazza. Da viva avrebbe potuto essere bellissima o magari non esserlo, ma ciò che vedeva adesso era una maschera di paura e morte, sangue e capelli incollati contro la pelle ed ancora sangue sulle vesti. Il cranio era fracassato come nemmeno si fa con quello di un animale. Schiacciato, violato più e più volte ed assieme ad esso parte del volto fino a renderlo irriconoscibile anche solo come tale.
“Dalla mattina di ieri e fino a poco fa, quando passando per caso di qui abbiamo trovato il corpo, il povero Alcippo è sempre stato con me.” la sua voce ebbe una sfumatura cupa, che forse nessuno notò.
“Vuoi farmi intendere di essere stato con lui tutta la notte?”
“Abbiamo camminato a lungo. L'ho mandato io a chiamare soccorso.” Alcippo che fino ad allora aveva mugolato e pianto, adesso guardava Diogene incredulo, stupito per ciò che gli sembrava di intendere.
“E cosa avresti fatto tu con uno come lui?”
“Ho conversato con l'uomo più intelligente di Atene ovviamente. Avreste tutti molto da imparare da lui e dato che siete tutti così facili a saltare alla gole altrui, fareste meglio a chiedervi se per caso non vi è partito un colpo fra un orcio di vino e l'altro. Ora: portate via questa disgraziata e tu Clitore sappi che rispetto il tuo dolore anche se sei un idiota... ma nel frattempo cerca piuttosto chi avrebbe dovuto incontrare tua figlia nel cuore della notte ed avrai se non il suo assassino, qualcuno che potrebbe averlo visto. Ma mi raccomando, non sgozzarlo prima di averglielo chiesto. Andate!”
Ci fu un attimo di smarrimento, poi Clitore ordinò che Alcippo fosse lasciato libero e gli schiavi lo spinsero via in malo modo, facendolo rovinare in terra pochi passi più in là. Meglio ammaccato che morto, pensò Diogene. Clitore sollevò sua figlia e come un macabro trofeo, volle portarla di persona, guida del tristo corteo che lentamente cominciava a muoversi verso la città. Rimasti soli, Alcippo si gettò ai piedi di Diogene piangendo parole sconnesse che volevano essere di gratitudine.
“Via via... - disse il filosofo facendolo rialzare - ..è stata una fortuna che io bazzichi sempre da queste parti.” Alcippo cominciò a fissarlo ed a ripetere no... no...
“So benissimo che non eri con me, ho mentito, ma so altrettanto bene che tu non faresti del male a nessuno... so ancora riconoscere le grida di un innocente... ora che ne diresti di aiutarmi ad acchiappare qualcuna di quelle lucertole di cui dicevo prima?”
durante il giorno
La morte di Eudossia, figlia di Clitore, era uno dei principali argomenti di conversazione di tutta la città, da giorni anzi non si parlava d'altro. Diogene, che ad ogni sprazzo di sole cercava un angolo di strada comodo per distendersi, udiva tutto dal pettegolezzo al bisbiglio alla parola soffocata, alla frase lasciata a metà. Tutti, pensava, parlano sempre troppo ed a sproposito. Fu così che apprese di come sul corpo di Eudossia ci fossero delle cicatrici dalla strana forma che scendevano lungo il fianco sinistro, cerchi stranamente schiacciati e curvi che potevano ricordare degli occhi o delle foglie. Masticando una radice di un amaro molto gradevole e stimolante, Diogene si chiese se fosse poi vero.
Per qualche giorno non pensò più a quei fatti, fino a quando, mentre in un luogo appartato attendeva che una testa d'aglio cuocesse ben bene sotto la cenere, fu raggiunto da Clitore. Agghindato con tutti i segni esteriori della sua ricchezza e della sua posizione. Controllò l'aglio: pronto. Si sedette e si dedicò a mangiarlo senza badare al suo visitatore. Che parve contrariato.
“Diogene!” esclamò questi
Il rutto di Diogene fu lungo e sonoro. Clitore sospirò e sperando che nessuno lo vedesse, si sedette accanto a lui per terra ed attese.
“Ora sì. - disse Diogene dopo qualche istante – Allora, cosa vuoi?”
“Voglio la verità!”
“Che parola grossa! Cosa ne puoi sapere tu della verità? La verità come me olezza d'aglio e tu l'aglio, fino ad ora, lo hai sempre accuratamente evitato.”
“Ho bisogno del tuo aiuto... posso darti tutto ciò che vuoi in cambio!”
Diogene addentò l'ultimo pezzo d'aglio e lo masticò a lungo, deglutendo poi con evidente soddisfazione. La pazienza di Clitore cominciava ad esaurirsi.
“Allora a te serve Aristotele! - sentenziò infine il filosofo come al termine di una riflessione lunga e difficile – Ho sentito dire che intende mettere radici qui ad Atene... compragli un palazzo... due... o magari costruiscigli un tempio, ma senza ingressi, così potrà passare l'eternità a chiedersi cosa c'è dentro e se il didentro ci sia poi davvero.”
“Diogene, tu dici cose che non capisco...” per tutta risposta il filosofo sollevò gli occhi al cielo, il tempo era bello e si distese. Clitore sospirò.
“Aiuto per cosa?” chiese finalmente
“Per scoprire chi ha ucciso Eudossia.”
“E perché vieni da me?”
“Hanno trovato un altro giovane... come lei...”
“Non hai risposto alla mia domanda.”
Un istante di silenzio. Poi Clitore disse qualcosa di incomprensibile, come tossendo, un grugnito, un singulto da annegato, non parole.
“Come?” Hai ingoiato un insetto per caso?”
“Me lo ha consigliato Aristotele.” disse, serio, aspettandosi una sfuriata di Diogene, di quelle per cui era famoso.
Invece: “E cosa avrebbe detto di preciso?”
“Ha detto che se in questo delitto c'è di mezzo qualcuno di potente o protetto da potenti, Diogene è l'unico uomo in Atene che non esiterà ad azzannargli gli stinchi...”
“Nient'altro?”
“Che in questa città chiunque gode di qualche favore, ma non c'è favore che possa farsi a Diogene.”
Il filosofo sorrise: “Questa poi...” e si rigirò coprendosi fin sopra la testa con il suo mantello. Clitore si rialzò, forse la loro conversazione era finta lì.
Diogene sbadigliò, quasi un latrato:
“Ho sentito di strane cicatrici sul corpo di tua figlia, è vero?”
“È così.”
“E sul giovane?”
“Anche.”
“Porta il corpo in un luogo sicuro e fa che nessuno si avvicini. Poi manda qualcuno a chiamarmi. Adesso voglio dormire.”
“Grazie.” disse Clitore, ma Diogene già dormiva di gusto, russando.
sera e poi notte
Qualche tempo dopo, Diogene fu svegliato da uno schiavo inviato da Clitore e che in cuor suo si rallegrò di essere in condizioni migliori di quel fagotto di cenci che sotto i suoi occhi si era animato ed aveva rivelato possedere e testa e gambe e di essere un uomo. Il cadavere era stato deposto in casa di Clitore, Diogene avvertì il dolore e l'odore delle lacrime che la madre e le sorelle di Eudossia non avevano fatto in tempo ad asciugare prima che un secondo morto facesse loro visita. Come se ormai fosse una sinistra abitudine, c'erano anche loro a vegliare il giovane. Osservò le famose cicatrici ed erano effettivamente come se le era figurate. Chiese chi fosse la vittima. Figlio anche lui di un uomo ricco ed influente.
“Era con lui che Eudossia doveva incontrarsi?”
“Non lo so. Di certo si conoscevano. Quanto al resto ho interrogato chiunque e non ne ho cavato nulla.”
“E le altre tue figlie?”
“Che intendi dire?”
“Quei segni, Eudossia li ha ricevuti e penso di sua volontà, quando era ancora viva. Li hanno anche le altre tue figlie?”
“No!” secco, stizzito
“Dovrò controllare io...” sospirò Diogene già volgendosi verso di loro che spaventate si strinsero l'una contro l'altra
Clitore gli si parò davanti: “Ha già provveduto loro madre...non è necessario.”
“Quando è così... vogliate perdonarmi e sappiate che queste morti mi indignano e ripugnano. Se il mio aiuto potrà in qualche modo lenire il vostro dolore, dedicherò tutto me stesso.” a volte la figura di Diogene, da piccola e bizzarra, poteva diventare misteriosamente eretta ed aristocratica e la sua voce solitamente gracchiante, profonda ed autorevole. Le donne furono colte in soggezione e tacquero per poi allontanarsi in silenzio ad un cenno di Clitore.
“Hai mai visto qualcosa di simile?”
“No. - rispose Diogene - ma non vi è dubbio che quando riusciremo a decifrare il significato di questi segni, avremo in mano la chiave di questa faccenda.”
“Che farai ora?”
“Anzitutto parlerò con il padre del ragazzo.”
Clitore lo accompagnò fuori, ma prima che potessero congedarsi, furono raggiunti da uno schiavo, bianco per il gran spavento, che non riusciva ad esprimersi se non a grandi gesti concitati.
“Fatti capire! - urlò Clitore scuotendolo violentemente per un braccio – Dove!?” lo schiavo indicò un altro ingresso della casa che si apriva su un giardino rigoglioso e che in piccolo rendeva perfettamente l'idea dell'opulenza del suo padrone. Corsero, ma inutilmente, perché Alcippo non sarebbe andato da nessuna parte. Anche lui con la gola tagliata e quei segni sul corpo, quasi del tutto simili agli altri tranne che per il sangue che ancora ne sgorgava, facendoli apparire palpitanti, roventi.
Diogene notò che non avevano inferto sul capo e sul volto. Forse il responsabile, ammesso che fosse uno solo, non ne aveva avuto il tempo.
“Per gli dei, che sta succedendo!?” esplose Clitore.
“La morte avanza... - mormorò Diogene – Avanza...”

Dionico era il padre del giovane Timne, la seconda vittima. Diogene fu accolto degnamente e Dionico mostrò grande rispetto nei suoi confronti. Parlarono in un giardino, rigoglioso quanto quello di Clitore, ma molto più piccolo, forse creato proprio per conversazioni riservate, celate dalle siepi fitte. Dionico aveva fama di uomo dai costumi severissimi e difatti tali ne mostrava nel vestire, nell'assenza di qualsiasi elemento puramente decorativo nella sua casa. Non aveva mai voluto possedere schiavi e la servitù si limitava ad una vecchia, che era stata la balia di sua moglie e ad un suo servitore personale, entrambi fedelissimi. Era stato a lungo molto lontano da Atene e solo recentemente era tornato a stabilirsi in città. Diogene avrebbe potuto anche provare della stima nei suoi confronti, se non avesse saputo – come sapeva – che non girasse soldo in Atene una cui parte non fosse già impegnata presso Dionico; che egli aveva armato ben più di un esercito sia amico che nemico e dalla guerra avesse ottenuto le sue immense ricchezze; che egli era un usuraio, ricattatore, corrotto e corruttore e che più di un suo avversario era stato tolto di mezzo. Mai di sua mano certo, ma sempre per suo ordine.
Gli disse quindi: “Hai ordinato l'omicidio della figlia di Clitore? Lui si è vendicato uccidendo tuo figlio e poi per tirarvene fuori entrambi avete ucciso il povero Alcippo per far credere che le prime due vittime fossero casuali? Avete già combinato cose del genere o mi sbaglio?”
Dionico non rispose subito, se i suoi occhi arrossati fossero dolore per la morte del figlio, sopportato con immensa dignità, Diogene non sapeva.
Dionico sospirò e disse, con voce grave: “Era un altro uomo quello. Non sono più io. So cosa ho commesso in passato. Ma non rifarei nulla, mai più, per tutto l'oro del mondo.”
“Cosa sono quelle cicatrici sul corpo di tuo figlio? Non puoi non averle mai notate.”
Erano rimasti in piedi, Dionico quasi barcollando cercò un sedile di pietra e vi si accasciò.
“Sono l'ultimo dei miei errori... ma non posso dirti altro... non posso... nemmeno sotto la minaccia della morte. Ho ancora mia moglie da proteggere. E lo spirito di mio figlio da preservare.”
“Che intendi dire?”
Silenzio
“Puoi almeno dirmi che cosa rappresentano esattamente? Occhi? Forse foglie?”
“La fine...” e qualcosa si abbatté su Dionico, come una mano oscura che infonda in un corpo ancora vivo il gelido terrore della morte. Diogene andò via, Dionico non gli avrebbe rovinato il sonno né impedito di godere di quella notte mite. Camminò per un po', fino a quando uno scorcio incorniciato fra due ulivi non lo stuzzicò tanto da fargli decidere di coricarvisi, in notti come quella qualsiasi riparo gli sarebbe parso un sacrilegio. La luce della luna piena sarebbe stata il suo manto e quei punti luminosi nel buio il miglior intrattenimento per conciliare il sonno di Diogene che nulla lascia perché nulla prende e su cui la Fortuna non ha nessun potere. Libero, Diogene contemplava beato il cielo ed il chiarore delle stelle... pupille splendenti... circondate da un chiarore immacolato che si disegnava nell'oscurità come... fu allora che urlò. E l'unica risposta fu l'abbaiare di un cane in lontananza.
Stelle. Sono stelle. Sette stelle.
Si alzò di scatto perché il cammino era lungo e forse lo sarebbe stata anche la sua ricerca. Di notte, c'era gente che prediligeva ben altri divertimenti.

Ciò che aveva capito non gli piaceva affatto. Aveva fermato un po' di gente per strada e preso le sue indicazioni quindi sapeva dove trovarlo. Ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma nel suo essere coinvolto in quella storia, aveva una parte decisiva. Finalmente arrivò al Pireo. Di bettole e case chiuse Atene è piena, ma LUI no, per certe libertà doveva tornare fra i marinai e gli stranieri, fra la canaglia che si mostrava per quel che era ed i grand'uomini amanti del triviale, in incognito. Non rientrava in nessuna delle due categorie, comunque. Si aggirò per i postriboli chiedendo e se necessario provando la resistenza del suo bastone sulla testa di qualche ubriaco dai sensi intorpiditi. Alla fine gli fu indicato un anfratto fra una carcassa di nave in smantellamento ed un cumulo di cordame che olezzava di acqua morta. Lo vide solo di spalle, era chiaro ciò che stesse facendo.
Meglio.
Scappava anche a lui.
Stava giocando come fanno i bambini con gli spruzzi della sua orina, ma quando si accorse dell'altra presenza intenta nella stessa impresa, nonostante la situazione, cercò di darsi un contegno. Diogene lo osservava di sottecchi alla luce della luna. Sapeva tutto quel che c'era da sapere su di lui e spesso si chiedeva a che gioco giocasse con tutti i faccendieri che governavano Atene ed ormai l'avevano irrimediabilmente perduta. Per loro egli era non uomo capace, né sapiente, ma il legno a cui il naufrago si aggrappa disperatamente grato, ma che non si esita a schiantare una volta in salvo sulla riva.
Era molto più alto di Diogene ed aveva la metà dei suoi anni. Da tempo aveva adottato costumi non greci come certi suoi copricapi sgargianti e monili d'oro alle orecchie ed al naso che adesso rilucevano nella luce della luna. Portava i capelli molto lunghi e niente barba. Ma nonostante tutto, nonostante il luogo, aveva un odore migliore del suo.
“Sai Aristotele, hai un odore migliore del mio.” disse annusando, l'altro si voltò, per poco non orinava sui piedi di Diogene.
“Se potessi essere Diogene, ne accetterei di buon grado uno peggiore.” rispose
“Non adularmi che non attacca.” ghignò, ma forse – forse – era lusingato
“Non sei qui per caso.” non era una domanda.
“Conosci le terre in cui è stato Dionico.” neanche questa lo era
“Solo ciò che mi hanno raccontato e quel che mi ha raccontato lui, ovviamente.”
Aveva finito: “Stasera accetterò del vino e tu parlerai.” disse Diogene
“Sta bene.” e si avviarono.
“Aristotele?”
“Dimmi.”
“Rimettilo dentro.”
“Oh.”
Diogene sedette fuori dal postribolo, Aristotele ritornò poco dopo con del vino.
“È una terra molto lontana. - principiò – Dove scorre un fiume imponente di nome Ganga o Ganghe, non ne sono sicuro e la vegetazione è impenetrabile. Adorano dei diversi da quelli greci e ci sono signori magnifici che regnano dalle aule immense di costruzioni alte fino al cielo ed interamente e finemente scolpite.” Diogene ascoltava per nulla affascinato da questa parte del racconto
“Abbondano oro e gemme magnifiche... - continuò Aristotele - ...ma anche tumulti e riti barbari, alcuni più antichi degli dei più antichi... ed in uno di questi è incappato Dionico. Non so perché egli si sia spinto fin lì, ma fatto sta, me lo ha raccontato, che nessuno di noi ha mai incontrato gli dei...”
“Ebbene?”
“Gli adoratori di questo dio invece, predicavano che egli era fra loro e camminava con loro, tutti potevano vederlo se solo gli si fossero prostrati, umiliati dinanzi a lui... in cambio avrebbe ricevuto ogni ricchezza ed il potere su tutte le cose degli uomini... nonché la vita eterna... nei mondi esterni dai quali egli proveniva.”
“Le sette stelle?”
Aristotele annuì: “Secondo le loro profezie, sette stelle cadranno sulla terra e distruggeranno il mondo e solo gli adoratori del dio verranno salvati...”
“Ma...”
“Ma Dionico è Dionico, ha rubato i loro tesori, ha trucidato i sacerdoti ed è scappato.”
Diogene scoppiò in una gran risata:
“E loro sono tornati per vendicarsi? È questo che mi vuoi far intendere?”
“Non sempre le cose si presentano nel giusto ordine. Devi disporre le parti secondo il loro ordine.”
“Dionico è stato fuorviato da questo culto... - riassunse Diogene scuotendo la testa - ...e se era inebriato magari lo ha visto pure questo dio, ma perché uccidere la figlia di Clitore ed il proprio figlio! Ed il povero Alcippo! Ma soprattutto... - e qui gli puntò contro il bastone – Perché tu vuoi far formulare a me accuse che non osi pronunciare?”
“E perché non oserei pronunciarle?”
“Perché non sei Ateniese e vieni accusato di avere dubbi rapporti con gli stranieri ecco perché... il culto da terre lontane, il primo ad andarci di mezzo saresti tu... ma allora dimmi chi devo accusare e facciamola finita... con quali prove poi?”
“Clitore o Dionico che sia, pensi che qualcuno di loro avrà la peggio? Sono tutti e due dalla stessa parte.” il vino era finito ed Aristotele si alzò, imitato da Diogene.
Nessuno di loro due avrebbe detto più nulla. Si congedarono e quando Aristotele si fu allontanato di qualche passo, Diogene pensò di richiamarlo e dirgli qualcosa, ma le parole gli si fermarono in gola. La sentiva secca.
E la bocca impastata.
Il sonno sarebbe stato più triste
poco dopo l'alba
Trovò Clitore e Dionico esattamente dove aveva pensato di trovarli. Nel luogo dove era stata uccisa Eudossia. La sua visita non era affatto attesa e glielo lesse in faccia. Non avrebbero voluto farsi trovare assieme. Soprattutto lì.
“Spero tu sia cambiato davvero Dionico... - disse Diogene - ...e che tuo figlio sia l'ultima persona che tu hai irretito come con quel culto in cui ha, a sua volta, coinvolto la figlia di Clitore. Correggo ciò che ho detto ieri: Clitore ha ucciso Eudossia perché incontrava Timne e tu Dionico hai ucciso Timne perché lo ritenevi responsabile della morte di Eudossia... sei sempre crudele anche in questi tuoi nuovi intenti... Ognuno ha ucciso il proprio figlio. Poi avete cominciato a cercare di giocare d'anticipo per far ricadere l'uno sull'altro la colpa di entrambi i delitti. Clitore si è messo in vantaggio facendo trovare il cadavere di Alcippo in casa sua. Sarebbe andato bene chiunque, ma un debole era meglio. Per voi i deboli sono sempre meglio. Per me no e quella esecuzione era una commedia rustica inscenata solo per il sottoscritto. Poi entrambi siete andati da Aristotele e lui vi ha mandati da me. Ma solo tu sei venuto Clitore, perché non hai nessun rimorso per ciò che hai fatto... Ritengo che invece Dionico stia sistemando le cose per suicidarsi.”
“È così.” ammise Dionico.
Il volto di Clitore non esprimeva nulla.
“Ed adesso che la verità è nota, cosa dovremmo fare? Avete già deciso la vostra condanna e la vostra salvezza. E non ho prove contro nessuno di voi due.”
“Cosa vuoi allora? Provocare uno scandalo?” disse infine Clitore, ma non ebbe tempo di ascoltare la risposta di Diogene perché, approfittando della distrazione offerta dal filosofo, Dionico scivolò alle sue spalle e con la lama che teneva nascosta sotto la tunica, con precisione letale, gli tagliò la gola.
Diogene restò impietrito ed il battito del suo cuore si fermò per un istante, al tonfo del corpo di Clitore che cadeva, abbandonato al suolo. Ed era ancora incapace di muoversi quando, nello stesso punto in cui era stata ritrovata Eudossia, Dionico sedette e si praticò due incisioni lunghe e profonde nei polsi: “Non c'è posto per Diogene nelle vicende degli uomini. - disse - Hai salvato un innocente dalle stesse mani che poi lo hanno ucciso comunque, hai accusato un uomo che ha già deciso di punirsi da solo e che sua volta ha fatto giustizia macchiandosi di un altra colpa... va via Diogene, torna alle tue radici ed ai tuoi banchetti da cane. Va Via!” poi si dimenticò completamente di lui e chiuse gli occhi e serrò i denti, per attendere la morte.
“La morte avanza.” mormorò Diogene, voltandosi verso la città.