domenica 14 agosto 2011

Viva Kostia - Presentato al XIV premio "Ulcigrai"

Per molti versi il capitano era un tipo notevole.
A parte il fatto che nonostante gliene si attribuissero di tutti i colori non era mai stato decorato,nemmeno una noticina piccola piccola – tolto questo infatti – quando fui finalmente ammesso alla commissione di controllo, mi fu subito indicato lui se desideravo avere un quadro davvero chiaro della situazione e sempre se davvero desiderassi averne uno.
Quando ci presentarono non mi strinse la mano e si limitò ad annuire una volta appresi il mio nome ed il mio incarico.
Attraversammo una serie di porte blindate fino ad un ascensore con cui scendemmo. Ne varcammo altre fino ad un portello di colore differente, numerato, oltre il quale un lungo corridoio conduceva ai laboratori di ritenzione come li definiva il fascicolo che avevo dovuto studiare giorni prima, nomina ottenuta o meno, per avvicinarmi a quel tanto che fra essi e me ed il capitano c'era di burocrazia.
“Non creda... - mi disse subito - ...che io ottenga un qualche beneficio dall'essere qui. La mia paga è indifferente alla natura dell'incarico.” ed io, senza nessuna intenzione ironica, gli feci notare di come godesse di una generosa prebenda del partito.
“Tutti abbiamo una qualche prebenda del partito.” rispose.
Era vero.

“Un terzo della quale, non dimentichi, viene detratto quale contributo volontario... ciò non di meno possiamo affermare in piena coscienza di ricevere ottimo trattamento.”
Era vero anche questo.
Giungemmo, conferma la sigla sul mio fascicolo, all'unità di ritenzione che ero venuto a visitare per prima: il capitano sfiorò un pannello ed uno schermo, prima nero, si accese mostrando il prigioniero nella sua unità di ritenzione, che scontava la pena.
Ottantotto anni per crimini contro lo Stato.
“È lui il famoso Kostia?” chiesi senza in realtà averne bisogno, ma non riuscii a trattenere la pulsione come la chiamano gli psicologi del partito.
“Il Grande Kostia ad essere precisi. - disse il capitano – Il Grande Kostia il bandito, come lo chiamano sia accoliti che detrattori... persino i nemici, ma non c'è sul suo fascicolo?”
“No. Effettivamente certi dettagli sono trascurabili.”
“O lo diventano. Ma che importa? È mai stato in Africa? No? Dovrebbe andarci. Io ci sono stato.”
Annuii, era nota la sua conduzione della campagna d'Africa ma:
“Non ho istruito io la pratica.” mi limitai
“Non ha bisogno di giustificarsi... dunque?” stavolta fu il mio turno al pannello, l'immagine del Grande Kostia divenne un piccolo quadrato sulla sinistra. Comparvero grafici e dati.
Annotai il tutto. Finito.
“Dov'è Del Nero?” chiesi ed il capitano con un cenno mi invitò a seguirlo
“Tornando alla sua premessa...” dissi, due o tre passi dietro di lui
“Non era affatto una premessa. Lei è qui per valutare e non mi è permesso approdare a conclusioni prima di lei. Ho solo sottolineato che questo od altro incarico per me sono semplicemente lavoro. Ha idea di chi abbia inventato questo sistema?”
“Io. Ho progettato io la ritenzione.” ed intanto ecco Del Nero, quarant'anni per crimini contro lo Stato. Il capitano seguì la stessa procedura di poco prima:
“Un vero molosso non è vero?” difatti la corporatura di Del Nero era davvero massiccia ed imponente e le analisi mi confermarono che sì, era perfettamente cosciente.
“Devo dedurre che si sente inattivo?” gli feci
“Non c'è molto da sorvegliare qui, converrà.”
“Dovremmo forse lasciarli scorrazzare liberamente perché lei possa riacchiapparli?” il capitano si limitò a guardarmi alzando le spalle di uomo abituato all'azione violenta, strette nella sua divisa di panno verde. Cominciavo a capire perché non lo avessero mai decorato.
“Mi guardi. - aggiunse poi – Non sono nemmeno il loro aguzzino...”
“Avrà avuto modo di... esprimersi a suo tempo.”
“E dov'è il nesso? Mi chiedo: cosa ci faccio qui in fin dei conti? Questa storia della ritenzione...”
“Aspetti.” lo zittii, gli strumenti segnalavano spasmi nel soggetto che non avrebbero dovuto verificarsi. Modificai il flusso di farmaci attenuando appena il fenomeno, non potevo fare di più senza il rischio che perdesse i sensi causando una sospensione delle ritenzione che, in primo luogo, era tassativamente proibita ed in secondo luogo poteva causare il coma.
Del Nero sarebbe diventato uno dei tanti miei rapporti, cestinati mille e mille volte, all'attenzione della commissione di controllo. Gli spasmi ripresero.
Spensi il monitor.
Fin dalla realizzazione del progetto avevo escluso categoricamente che la ritenzione potesse applicarsi a pene superiori ai dieci anni ed invece negli ultimi vent'anni non era stata comminata una pena inferiore ai trenta. Il fatto che alcuni individui reggessero bene ed il rilascio di due criminali comuni condannati a soli tre anni erano gli unici dati a disposizione della commissione, ma più che sufficienti a confermare le loro ipotesi ed inficiare le mie.
Ed a nemmeno una settimana dalla morte di altri due detenuti ecco che per miracolo mi ammettono nella commissione e danno il via a questa mia inchiesta che, qualsiasi esito raggiunga, accontenterà sia l'opinione pubblica che l'ha pretesa sia me che non potrò negare di averla condotta.
Non a lungo almeno.
Il capitano: “Immagini allora che non avessimo più nemici...”
“Avremo sempre dei nemici.”
“Lo supponga per un attimo.”
“Non si può supporre alcunché non abbia già i propri fondamenti nella realtà.” ed in verità citavo da alcune considerazioni del Presidente.
“Mi piego alla sua dottrina.” apprestandosi a proseguire la visita, anche se con meno interesse da parte mia. Il capitano notai, soffriva di una leggera zoppia alla gamba sinistra.
“E quel Kopopkin.... lo conosceva?”
“Il tenente colonnello Kopopkin era mio assistente.”
“Davvero? Che gli è successo?”
“È stato fucilato. L'ultima condanna a morte prima della legge sulla ritenzione.”
“Tenente colonnello già... ora ricordo. Gli cedettero i nervi eh?”
“Fu del tutto fuori luogo. Il detenuto doveva scontare solo pochi mesi di ritenzione. Non poteva assolutamente interpretarsi il suo gesto come un qualche atto di pietà. È quel che era: omicidio ed attento all'ordine costituito.”
“Continuiamo.”
Eravamo giunti ad una biforcazione del corridoio, proseguimmo a sinistra. Riscontrai problemi anche in altri detenuti persino con pene minori al limite che io stesso avevo prefissato.
“Militari per la maggior parte.” notai
“Con discrete carriere anche. Atti di insubordinazione lievi.”
“Lievi?”
“Durante la guerra civile.”
“Ah.” il corridoio formava come un'asola che culminava nell'accesso ad altri bracci, tornavamo al bivio da destra. Laboratori più piccoli si susseguivano serrati... ergastolo, ergastolo, tre ergastoli addirittura!
“Sindacalisti.” spiegò il capitano prima che io accedessi ad un qualche pannello per ottenere la stessa informazione. Richiamai comunque una diagnostica generale, ma il responso era palese ad occhio nudo: i detenuti erano sì coscienti, ma a causa di una progressiva assuefazione ai farmaci, il dosaggio massimo consentito non era più sufficiente e contrazioni, crampi, principi di atrofia erano ormai incontrollabili. Uno di loro era riuscito a muoversi dalla sua postazione accasciandosi.
Inammissibile.
“Entriamo.” dissi ed il capitano inserì il codice necessario. La porta si aprì e noi rialzammo il prigioniero, inerme, con la fronte bollente e la carnagione livida. I suoi occhi non lasciavano dubbi, avevano perso la fissità della ritenzione ed erano divenuti opachi, come affetti da cataratta.
Era impazzito e come lui tutti gli altri.
Anche il capitano era giunto alle mie stesse conclusioni.
“Usciamo.”
Il capitano rise: “C'è però da domandarsi se ce l'abbiano mai avuto il senno...”
In effetti: “Le ricerche del partito sostengono che si tratti di una forma congenita di perversione, una tara mentale che spinge certi individui ad azioni eversive.”
“È così, concordo.”
“Noi d'altro canto dovremmo considerarli più degli incapaci, dei miseri da compatire che come dei veri e propri criminali.”
“Di certo non possono rientrare nella società.”
“Perché forse il Grande Kostia, come lo chiama lei, potrebbe?”
Il volto del capitano si incupì:
“Non prenda mai più tanta libertà nell'interpretare le mie affermazioni. Non ho mai detto nulla del genere.”
“Eppure ha potuto supporlo.”
I suoi lineamenti si rilassarono:
“Neppure questo. Il suo è un sofisma. Bello e buono. Io sono un sincero Democratico.”
“E chi non lo è?”
“I suoi incapaci, come li chiama lei, non lo sono.” eravamo dunque arrivati al punto di farmi il verso?
Di certo eravamo ritornati sui nostri passi.
Non parlammo più.
Le vibrazioni dell'ascensore furono l'unico suono fino al al piano superiore ed alla superficie.
Raggiunsi il mio ufficio: da una finestra cercai di rivedere il cielo, ma i grattacieli me lo impedivano. Il centro di ritenzione era un edificio basso, con un solo piano occupato da un posto di guardia ed uffici. Sottoterra tutto il resto, di livello in livello intendendo noi piantare i nostri spaventapasseri nel cuore della terra.
Accesi il mio terminale e cominciai a stendere il rapporto, nell'edificio echeggiava la voce del capitano che impartiva ordini agli uomini del posto di guardia con un tono quasi sospirante, ma non per questo meno severo.
Dopo un po' bussarono alla porta, al mio avanti seguì una nuova apparizione del capitano che mi augurava buon lavoro perché il suo turno era finito ed il suo collega era pronto a sostituirlo.
Tornava a casa.
Ogni trentasei ore tornava.
Lo salutai con la stessa cordialità che non gli avevo concesso di sotto e proprio per questo maledetto allungarsi e rotolarsi nelle viscere altrui.
In breve avrei inserito la maggior parte dei dati ed inviato mio rapporto alla commissione, ma i mandati di arresto dovevano essere comunicati per primi per non dare adito a sospetti di negligenza nella mia percezione delle priorità.
Scrissi il nome del capitano... Pena suggerita: undici anni di ritenzione. Reato ascritto: propaganda antidemocratica.
Firmai.
Sarebbe arrivato a casa prima di lui.