martedì 11 giugno 2013

Gli uomini morti 4 di 5 - Chi è senza peccato spari agli sbirri

continuiamo con Cialledda, Maier ed un sacco di altra brutta gente


Parte Prima


Gennaio
L'istinto consigliava di fargli una carezza sulla testa, dargli un bacio sulla fronte, dirgli che era stato bravo e che poteva andare pure a casa. Questo con il giudice. Con il cancelliere, entrambi gli uomini che li stavano aspettando, si domandarono se non fosse il caso di frugarsi nelle tasche per vedere se gli riusciva di trovare una caramella. Ma non era una questione di età, era qualcosa nel colorito che dava sui nervi e se gli fosse stato dato di conoscere l'uno i pensieri dell'altro, forse avrebbero potuto trovare sollievo. Ma si erano parlati poco, avrebbero continuato a farlo ancora meno. Giudice e cancelliere erano di una educazione insopportabile, il primo in particolare aveva salutato, si era presentato tendendo la mano e si era rivolto ai due interlocutori come se si trovasse di fronte a due persone rispettabili. Eppure loro erano stati abbastanza chiari sull'essere degli assassini, criminali abituali, anche se più che abitudine, protocollo era il termine più adatto.
Il luogo aveva la sua importanza, dato che si doveva, in teoria, mettere agli atti, rileggere, confermare, firmare, controfirmare, in data addì, visto il, presenti i. Un interrogatorio in carcere in piena regola, anche se con qualche distinguo dato che era per la sicurezza del giudice che si svolgeva lì dentro o meglio per dargli una idea di sicurezza che di più non si poteva fare. Ma non erano stati a spiegarglielo, per quanto lo riguardava loro erano gli unici due testimoni disponibili a parlare di un casino che più casino non si poteva e nella fattispecie un individuo che pareva piuttosto stanco e più immediatamente privo di un orecchio, accompagnato da un altro con un espressione immutabile fra il divertito ed il disgustato e che metteva a disagio, bisognava ammetterlo. Metteva a disagio.
"Sono pronto." disse il cancelliere. Che cosa avesse dovuto fare prima di esserlo, tutti se lo domandarono, nessuno lo chiese. Videro sparire un timbro che non avevano visto apparire in precedenza.
C'erano un grande neon acceso e anche una finestra, con le inferriate, da cui entrava un poco di sole e volendo, la si poteva aprire per far circolare l'aria. Suoni dal carcere e dalla città che aveva attorno al carcere. Ma soprattutto gran rumore di uccelli, non erano cinguettii di passeri, non erano di piccola taglia questo era certo. Primavera anticipata? Pensò il giudice. Macché!
Ma non era lì per discutere del clima:
"Allora signori... - cominciò - ...cos'è successo?"
Fu l'uomo sempre con la stessa faccia a rispondere:
"Non sente? Fuori, le gazze? Stanno ridendo ancora...."
Novembre dell'anno prima
Per qualche motivo che aveva a che fare con l'orgoglio, ma che al momento non aveva identificato, Cialledda si era messo in testa di andarsene dal paese e di farlo a piedi. Non sapeva verso dove o quanto lontano, ma la faccenda gli era sembrata semplice, sul genere di uno che se ne va e basta. Niente da aggiungere. Il tempo lo fregò, del tempo non aveva tenuto conto. Quello intercorso fra la sua scarcerazione e la faccenda di Cannone gli era parso sufficiente ad aggiornarsi sul mondo, a farsi una idea e precisamente quel tipo di idea che permette di stravaccarsi da qualche parte e liquidare tutto dicendo che, in fondo, non cambia mai niente. Sulla strada sbagliava, tanto per cominciare.
Era tutta diversa e sulla premessa che non si possono spostare paesi interi così, d'un tratto, Cialledda scoprì quanta roba fosse possibile ficcarci in mezzo. Dove la sua memoria gli dava conto di un strada tutta curve ed un paio di cave di tufo, la realtà gli sputava in faccia due quartieri, una tangenziale,
tre centri commerciali, una autostrada, una zona industriale o presunta tale, case a grappoli, a schiera, ad angolo, a croce, in ordine sparso. Ciò che restava di coltivato era una barriera impenetrabile di vigne, ulivi, magazzini e recinzioni. Tant'è che dopo un paio di giorni, Cialledda più di una volta pensò di essere diventato scemo e di non saper mettere più due passi, specialmente quando era costretto a tornare indietro e ciò che vedeva all'orizzonte davanti e dietro di sé, erano posti da cui era già passato. A questo si aggiungeva un esercito di vigilanza privata che non vedeva l'ora di sventolare la pistola e per fortuna non era tempo di raccolta, se no si sarebbero aggiunti tutta una serie di guardiani presi a nero dai proprietari, personaggi sempre pronti a misurarsi con chi sanno benissimo non ha nessuna intenzione di rompergli i coglioni. Alla fine riuscì a proseguire attraversando di corsa una strada a quattro corsie e riuscendo a passare dall'altra parte senza farsi investire.
Nonostante la sua situazione, non aveva proprio voglia di mettersi alla prova con il rischio di provare l'esperienza di avere le ossa rotte. Un segnale stradale gli rivelò il nome di un posto noto, ma di nuovo, il paesotto di venticinque anni prima era stato ingoiato dal cemento. Qui Cialledda aveva ormai compreso l'antifona e se una briciola di indignazione da brava persona, dentro di lui, sperava di moltiplicarsi fino a colmarlo e trasformarlo in un vecchiaccio che si lamenta di traffico, sindaci e marciapiedi; quella briciola Cialledda la disintegrò atterrando poco prima di mezzogiorno, fra una trentina di palazzoni messi a cazzo e mescolati con pini mezzi morti, metà precisa, in verticale e sfottuti da una strada di pozzanghere e di tombini, nuovi sì, ma che rischiavano di finire nel buco che attorno ad essi si allargava.
Lì sciamavano gli essere umani fra una casa e l'altra, nei cortili, sui motorini, attorno e dentro le macchine, sobbalzando e bestemmiando ad ogni buca. I semiassi per cui avrebbero ammazzato tutta la famiglia: ad essi Cialledda impiccò definitivamente loro e la propria coscienza. Non c'era da prendersela con chi li aveva sbattuti lì, ma con loro che avevano lasciato fare. Continuando per chilometri. Era così e basta.
Il pezzo di metallo rettangolare con il nome della via era sparato e pendeva a pochi passi da una aiuola, altri due pini e una statua della madonna, quella almeno era sana, con sotto un mazzo di fiori con ancora un po' di colore. Cialledda si avvicinò e gli sembrò che fosse proprio a causa sua tutto il frullio d'ali e la pioggia di aghi. Si ritrovò circondato dalle gazze che gli saltellavano attorno.
Cialledda le guardò, loro lo guardarono.
"Mè!" fece lui battendo le mani, forte, una volta sola e quelle volarono via, di nuovo sui pini.
La madonna dava le spalle ad una parete, fra l'ingresso di un condominio e una rientranza con dei motorini incatenati, proprio sotto il balcone del primo piano dove una donna se ne stava biondastra e con una gran faccia da puttana a stendere i panni. Una scritta a bomboletta rossa chiedeva: ti piace il buco del culo?
"A gradire... - disse Cialledda intercettando lo sguardo della donna - A gradire..."

Definire un luogo come buco del culo rende benissimo l'idea, anche se ci si basa su quello che si potrebbe chiamare un buco del culo ideale e per questo a senso unico. Piccolo, stretto, nascosto e collocato dove di solito nessuno va a guardare. Caratteri generali. Poi cominciano le differenze.
Il buco ideale è già lì, in solitudine, in silenzio ed a parte le fisiche, quotidiane, immediate attività, non chiede nulla, non vuole nulla, in verità è molto pacifico. Sul buco del culo reale invece, si costruisce veramente, veramente tanto. Esso è luogo di passaggio di grandi progetti, grandi affari, grandi macchine e tutto il tempo trema, salda, perfora e romba sfornando muri che diventano palazzi che diventano complessi che diventano quartieri che si dilatano dilatano dilatano, fino all'estrema capacità e confine di un nuovo, immenso, mastodontico buco del culo. È questo il carattere, la vera essenza, sta qui tutta l'arte. Per quanto grande, il buco del culo deve restare un buco del culo e null'altro. Un concetto difficile certo, questo mutamento fino ad una forma identica ma superiore, eppure è possibile, indispensabile, applicarlo. In conclusione, definire un luogo come buco del culo dice molto, ma non dà indizi sul numero degli abitanti.
Un buco del culo serio, di questi tempi, può arrivare a contenerne un milione, magari di più, ma anche nessuno è un numero accettabile. In quest'ultimo caso ci si trova di fronte nientemeno che al buco del culo universale che oltre al mistero di alcune somme altrimenti inspiegabili, risolve un certo numero di problemi filosofici di antica, antichissima concezione.
Seguono poi altre varianti minori, come il buco del culo temporaneo detto anche sotto sequestro giudiziario; il buco del culo a singhiozzo noto anche come rinnovo di licenza edilizia nelle tre scuole di con abbattimento, a delfino e a farfalla. Da ricordare anche il buco del culo sentimentale o rivalutazione del territorio, nonché il buco del culo a doppio gesto ossia temporaneo in un primo momento e poi a singhiozzo con sfoltimento a fontana. Resiste, ancora, il buco del culo volontario o a tre scatti o più comunemente pago – faccio – crollo, per anime masochiste, sfortunate, anche se molti non ritengono che si tratti davvero di un buco del culo a sé stante ed alcuni arrivano a dichiararlo un tentativo arcaico e mal riuscito di buco del culo, tipico di certe zone dell'Italia meridionale.
Ma l'elenco è in realtà lungo, molto lungo...
Ma non abbastanza perché tutto ciò finisca...
Così pensò Bordiga mentre un poliziotto gli scalpitava davanti. Foga da cane preso a calci nel culo e sguardo da cane – forse lo stesso cane – bastonato. Bordiga sapeva cosa voleva: essere seguito nel campo fangoso quando invece lui se ne stava, con l'intenzione di rimanerci, sullo sterrato tutto sommato asciutto. Bordiga si limitò ad osservare quello strano balletto, quell'insieme di cenni che, secondo l'altro, erano ricchi di significati ma che, per quanto lo riguardava, potevano essere segnalazioni marinare come sintomi del ballo di San Vito.
Bordiga si grattò il mento, il poliziotto era molto più alto di lui, ma allo stesso modo in cui un tronco secco è più alto di una accetta.
Sai parlare?” nella voce di Bordiga c'era autentica curiosità, gusto dell'esotico, gioia della scoperta.
L'altro:
Il vecchio ha ammazzato tutte le vacche.” con convinzione. Bordiga si chiese se fosse lecito abbattere questa creatura ottusa ed esposta alla vita, oppure dovesse trarne l'insegnamento che c'era ancora posto nel mondo per un certo candore, pur se demente, pur umido di spasmi e conseguenti rilassamenti. Ma prima di cedere alla tentazione di indagare, considerò anzitutto che il soggetto in questione era De Zita Gennaro, autentico poliziotto, di professione uomo di merda e subito dopo il campo aperto, cosparso di almeno una cinquantina di bovini morti.
Fai il bravo su... - disse a De Zita - ...mettiti in un angolo, stai zitto e non ti fare vedere... ecco là, vedi?” e gli indicò un mezzo muro ad un centinaio di metri, resti forse di un qualche edificio preesistente.
De Zita esitava.
Muoviti!!” Bordiga strillò abbastanza da attirare l'attenzione degli altri esemplari in divisa sparsi per il circondario, intenti a scorrazzare per il campo.
Da loro si separò una figura che, avvicinandosi a Bordiga, non sembrava intenzionata a fare altre rivelazioni. Bordiga gettò un occhiata a De Zita che si avviava. Lo lasciò perdere e poi prese nota dell'orario.
Sei e mezzo. Era lì da almeno un'ora e il sole non ne voleva sapere di cacciare un raggio che fosse uno, una nuvola grigio scuro, grande quanto tutto il cielo che riusciva a vedere. All'orizzonte qualche pezzo sfumato di campagna e nulla più.
Salerno Pietro, parigrado di Bordiga con delega straordinaria alla depressione, gli sbadigliò in faccia la sua presenza, portava stivaloni di gomma. Aveva avuto il tempo di procurarseli prima di arrivare?
Se li era fatti portare?
Non ti avevo visto...” disse a Bordiga. Non era vero.
Che state facendo?” chiese Bordiga alludendo al formicolare fra il fango e (a giudicare dall'odore), anche fra lo sterco anzi, le vacche continuavano a cacare anche dopo morte.
Per tutta risposta, Salerno gli mostrò una busta di plastica trasparente.
Ce ne saranno per milioni.” e se tutti i diamanti che ancora c'erano da raccattare erano delle stesse dimensioni, Bordiga non esitava a crederlo. Gli strappò la busta di mano.
Bé? - prima che l'altro potesse protestare – Ti sei portato gli stivali? Auguri.”
Salerno non sembrava molto convinto, alcuni degli altri poliziotti già desistevano, poca luce, piedi bagnati, crampi a furia di sprofondare nella terra. Mentre Salerno si risolse a fermarli, avvertendoli che si ritornava al classico sistema della percentuale (il che avrebbe dato il via a lunghe ed estenuanti contrattazioni), Bordiga considerò di nuovo ciò che aveva alle spalle. Le auto ferme, il lampeggiante che continuava a ruotare sul furgone della polizia mortuaria e sullo sfondo la stalla.
Ovvio ci fosse no? Proprio quella dove la causa di tutto quell'affollamento aveva deciso di cacciarsi al solo scopo di spararsi in bocca. Appresa la notizia, Bordiga aveva provato un moto di soddisfazione, solo passeggero purtroppo: Giuseppe Petraforata non era più quello di una volta, non ci stava più con la testa ormai da un bel po', anche se la notizia era trapelata quando i suoi figli erano riusciti a mettere stabilmente le mani sui suoi affari. Non era più il boss e l'avevano lasciato tra le vacche da cui era partito per sfornare cadaveri in tutta la regione, a contemplare la roba che aveva ammassato, tesori che erano rimasti nascosti nei doppifondi delle cisterne di latte, sotto la paglia, in botole nascoste dalla merda. E fra la merda le aveva sparse per finire come era finito. Quindi nessuna vera soddisfazione a vederlo morto, lui che, probabilmente, fino ad un istante prima di premere il grilletto, non si ricordava nemmeno il proprio nome. Ma Bordiga e tutti gli altri erano piombati - dovevano comunque - lì per lo sciacallaggio, per ribadire a se stessi ed a chiunque come stavano le cose, come continuavano ad essere. Per ogni eventualità.
Infatti, a svegliarlo, a buttarlo giù dal letto, non era stato il questore, il magistrato di turno o magari anche solo Salerno od un centralinista. Erano stati i fratelli Petraforata a farlo mettere sull'attenti, a dirgli cosa fare, dove andare ed a lasciargli la possibilità di mettere qualche extra in tasca. Sporco di merda. Bordiga aveva eseguito. Il circo era partito. Che avrebbe potuto fare altrimenti?
Per ora andarsene.
In quel momento, la grande nuvola si ruppe e dagli squarci il sole penetrò rivelando l'orizzonte, un vento leggero contribuì ad allontanare grigio e foschia, ma in cambio alzò il fetore del campo. Su di esso si profilarono i palazzoni del buco del culo, a meno di due chilometri, a segnalare e dimostrare tutto il resto. Bordiga ne fu come al solito disgustato, ma di certo non gli toglieva né fame né sonno. Perché poi, più che altro, trovava singolare avere fame e continuare ad averla con tutto il cattivo odore di quel posto. C'era di che creare un circolo vizioso. Siediti sul bordo della fogna scoperta e guarda lo stronzo del tuo nemico passare.
Amalgamato al tuo.
Per fortuna di Bordiga, un movimento di coda attirò la sua attenzione e proprio nei pressi di De Zita che aveva abbandonato la consegna, credendo di passare inosservato, per accorrere a ciò che rimaneva della pesca miracolosa.
Bordiga osservò più attentamente. Era stato il vento? No, la cosa si ripeteva ed in più la massa dell'animale era scossa dagli ultimi, pesanti respiri. De Zita era in posizione.
Bordiga prese la pistola, mirò e sparò nel posteriore della povera bestia che muggì al mondo il suo martirio con tutta la forza che gli rimaneva. Sufficiente a spaventare De Zita che sobbalzò, perse l'equilibrio e scivolò cadendo nel miscuglio sempre più fetente in cui era andato a rimestare.
"Andiamocene!" gridò Bordiga. Auguri a chi sarebbe toccato De Zita come deodorante per auto.

Cialledda aveva scavalcato un altro paio di guard rail in direzione di un campanile che doveva essere il centro vecchio di quel posto così come era diventato. E fu anche l'unica volta che pensò a casa sua, da dove era andato via cioè, le parole erano sempre quelle e non gli erano mai molto amiche.
Ci pensò passando in mezzo al corteo degli arricchiti su un corso di negozi a loro immagine e somiglianza. Nessuna traccia di morti di fame e belle case con giardino. Chissà, forse ci tenevano l'esercito attorno a quella zona. Certe facce gli fecero venire in mente sua sorella ed il matrimonio saltato che non l'avrebbe resa vedova. Saltò fuori anche sua madre che sì, cazzo! bestemmiava sicuramente, in quel preciso momento.
A noi tutte le sfortune! A me tutte le disgrazie! Non poteva aspettare per morire quel puttaniere maledetto! Intendendo Cannone. E continuava: questa figlia... se fosse rimasta almeno incinta! Non sei la vedova, no! Altrimenti faresti la signora... ed invece si spartiranno tutto i parenti, la sua razza bastarda che da domani farà finta di non conoscerti! Figlia mia...
Cialledda, in cuor suo, pensava fosse meglio per tutti - sua madre, sua sorella e la famiglia del quasi cognato – andarsi a gettare in mare con un pilastro di cemento armato attaccato al collo.
Non andò oltre. Di strada invece ne faceva ancora, le persone gli gettavano tutti sguardi stralunati, come se fosse appena caduto dal cielo, davanti a loro, come un pupazzo a molla che salta fuori da una scatola.
Istintivamente si guardò addosso, anche questo non aveva mai fatto da quando se ne era andato. Aveva addosso una specie di tuta da lavoro, la stessa che si metteva per andare a scuola – sembrava pulita.
Osservò le scarpe – buone condizioni. Che conclusioni dovesse trarne non sapeva, ma di lì a poco avrebbe concluso che un lavoro te lo offrono sempre quando non ne vuoi uno, quando non ti serve e se, a prima vista, sembri scemo. "Tu!" sentì infatti e ci mise un po' a realizzare che ce l'avevano con lui. "Tu! Sai potare, tu?" la voce proveniva da dietro una siepe alta quanto Cialledda attorno ad un villone a quattro piani.
Da un buco spuntava una faccia sudata.
Per la testa gli passarono tutta una serie di risposte, compresa una che, come condimento, aveva l'esperimento di vedere se, prendendolo per capelli, gli riusciva di far passare anche il resto del corpo attraverso il buco della siepe. In quel momento una macchina di sbirri si fermò proprio dietro di lui ad osservare la scena. Anche l'altro se ne era accorto e facendo finta di niente disse:
"Bé? Prima che si mettano in testa chissà che cosa. - la faccia sparì ed apparì una mano con paio di cesoie - Muoviti che qui sparano a cazzo..."
Cialledda le prese e si mise a sforbiciare, gli sbirri andarono via e già che c'era continuò a lavorare.
E per tutto il tempo si chiedeva: allora, di che hai avuto paura? Possibile che tu abbia ancora paura?
Dalla siepe passò all'interno, alle fioriere. Il datore di lavoro improvvisato si chiamava Corrado, un calabrese che stava lì da sei o sette mesi e già aveva mezza città che voleva farlo fuori.
Se ne fregava di tutti e gli fregava il lavoro a metà prezzo. Ovviamente per lavorare in un giardino non bastavano un paio di forbici ed una zappa, dovevi chiedere il permesso alle agenzie di lavoro gestite dalla malavita, stare attento a tenere i prezzi uguali a quelli che ancora riuscivano a starsene per i fatti loro ed ungere sbirri e metronotte per non - appunto - farti sparare a cazzo e poi c'era tutto un altro discorso se si possedeva una motozappa o qualche altro attrezzo indispensabile. Fra cui si inserivano a pieno titolo le ginocchia. A Cialledda il tipo non poteva che riuscire simpatico ed anche lui era in cerca di alleati. Ne aveva trovato uno.
Concluso il lavoro, Corrado gli allungò un paio di banconote, per mangiare, disse, al che Cialledda gli rispose che non mangiava. Corrado non seppe come interpretare la cosa dato che l'altro aveva intascato lo stesso.
"Hai un posto dove stare?" chiese ancora ed al diniego di Cialledda gli diede l'indirizzo di una vecchia che era disposta ad affittargli un buco. Le cose si mettevano in modo non previsto.
Cialledda si lasciò trasportare.

Bordiga abbandonò la carovana a metà strada e se ne tornò a casa, tanto di ore e di giorni in cui essere devastato da seccatori ed incapaci ne aveva a iosa. Doveva essere proprio l'eccesso di tempo il problema, non il contrario. Eccesso di tempo, di aria, di essere umani, di villette unifamiliari.
Come la sua. Che fu di suo padre... la voce degli avi, prepotente ad ogni cigolio del cancello, aprendo e chiudendo, dopo essere entrato con la macchina. Il cigolio del passato che a sua volta aveva già scricchiolato sotto i colpi di e nel culo di nonni, bisnonni e trisavoli... e cosa avevano ottenuto?
Il giardino che Bordiga non curava, un allargamento abusivo sul retro con due alberi di limone che Bordiga nemmeno guardava, la facciata che sempre lui lasciava andare in malora, la guaina sul terrazzo che insisteva a non deteriorarsi. Ma era pronto ad accendere un cero alla prima infiltrazione. Insistenti, questi morti che gli avevano dato una casa che non ne voleva sapere di cadere a pezzi. Peggio per loro. Entrando fu urtato dal tepore casalingo, dal profumo di caffè, dal raspare su quelle che dovevano essere fette biscottate e dalla conseguente vista di Daniela nuda, scalza, intenta a fare colazione. I suoi capelli rossi erano un falso rifugio per la sua pelle bianchissima, sembravano giocare a nascondersi gli uni dietro gli altri, ma se questo Bordiga lo poteva tollerare, lo scuro del tavolo, escluso dal gioco, proprio no. Altra mobilia da cucina, altro lascito che lo sfotteva, sfidandolo a ricordarne il valore, almeno approssimativamente. Cazzate. Sapeva benissimo quanto erano costati, costavano ed avrebbero continuato a costare quegli affari. Un prezzo esorbitante, più di un anno di Daniela, puttana fissa a cliente unico.
"Stai ancora qua?" chiese Bordiga, ma poi si rese conto di essere uscito lui prima del solito.
Infatti.
"È ancora presto." cinguettò lei senza degnarlo di uno sguardo. Finì di spalmare la sua marmellata, si versò il caffè e solo allora tirò la sedia indietro, girandosi con le gambe aperte verso Bordiga.
Per poco:
"Lavati." disse accavallandole. Lo stato olfattivo di Bordiga era pietoso e lei non glielo nascondeva di certo. Del resto era nell'accordo: se lei non doveva scopare qua e là per arraffare qualche extra, anche Bordiga doveva essere quanto meno presentabile.
Bordiga andò in bagno.
"Tutta la roba è pulita. - sentì poi, spogliandosi - Metti le calze nell'altro cesto."
Daniela infatti, abbastanza assidua, faceva pulizie, bucato e gli preparava da mangiare. Qui vigeva un vero e proprio stipendio e tutte le altre prestazioni erano a parte. Bordiga le aveva fatto notare che, a quel punto, tanto gli sarebbe più convenuto sposarla.
Lei aveva risposto che non aveva nessun problema a riguardo.
Bordiga se l'era cercata.
In quel caso non avrebbe avuto più modo di mandarla via quando non voleva vedere nessuno o semplicemente di non trovarla più in casa e di rimanerne un po' dispiaciuto. Come in quel momento, dopo essersi tolto di dosso il residuo di quella sua spedizione, ancora vivo nelle narici.
Era andata via.
Si rivestì mentre, contemporaneamente, squillavano il suo cellulare ed il telefono di casa. Li ignorò finendo il caffè rimasto e continuò ad ignorarli fumando sul balcone della cucina.
Cominciava a piovere. Per Bordiga sarebbe stata la cosa più interessante della giornata.
I telefoni tacevano finalmente, Bordiga aveva ancora i capelli bagnati e nemmeno un filo di vento, sapeva benissimo che la buona sorte di darsi malato per un bel periodo non avrebbe sorriso, nemmeno degnato di uno sguardo. Sei bravo, si chiese allora, a renderti irreperibile? Continua.
Di sopra Daniela non aveva rifatto il letto e c'erano un sacco di cose sue sparse per la camera, calze, reggiseni, mutande, vestiti, scarpe. Sapeva che a Bordiga piaceva vedere quella roba in giro e ce la lasciava.
Quella di Bordiga era invece in ordine, lavata e stirata. Non piaceva nemmeno a lui, anonima, scura, al massimo grigia, ma spesso con molte tasche. Gli bastava. Doveva essercene dell'altra in casa, ma la sua voglia di indossarla avrebbe dovuto coincidere con la presenza di Daniela che avrebbe dovuto prendergliela. Di certo erano nel grande armadio che aveva preso posto, tempo addietro, nel suo studio. E lui nello studio non entrava mai.
Non entrava più.
Pensò di distendersi, avrebbe di sicuro preso sonno in un attimo. Il concerto dei telefoni riattaccò, non aveva pensato a staccare quello di casa ed a spegnere il cellulare, bravo fesso, pensò. Silenzio.
Di nuovo uno squillo, silenzio e un altro, poi un altro ancora. Era Salerno ovviamente. Voleva dargli sui nervi? Certo.
Sospirò ed uscì. Il tragitto in uscita era sempre generoso di qualche buca nuova, pezzi di terreno sprofondavano e la macchina faceva un salto in uno stile diverso... in realtà Bordiga avrebbe potuto risolvere la questione con due telefonate, anzi una. Ma rifiutava anche solo l'idea. La casa sorgeva in un cerchio di sterrato, erbacce e sentieri aperti dalle ruote della sua auto. Circondata dai condomini, una radura nel bel mezzo del buco del culo, la trovava significativa e doveva rimanere com'era, salvo quando dava fuoco alla gramigna e la terra nera bruciata svolgeva complicati disegni che sembravano partoriti da una volontà indipendente.
La stessa che gli faceva inevitabilmente mancare le gazze quando si posavano e dal terrazzo, Bordiga sparava. Non gli era mai riuscito di ammazzarne una, da vicino o da lontano, fucile o pistola. Forse avrebbe dovuto minare tutto il circondario e poi scordarsene e saltare in aria anche lui...
Non esagerare, si diceva sempre, ma se dal proprio risentimento tradotto in pensieri ed immagini riusciva a districarsi, più difficile era farlo fra i doppi sensi alternati, i sensi unici, le deviazioni, le ostruzioni che gli si presentavano appena uscito dal suo regno. Materiale edile ammucchiato, come dimenticato e lavori in corso o meglio, lavori in corso bloccati dentro altri lavori in corso interrotti dentro cantieri sotto sequestro. Ma non poteva prendersela perché, in fondo, l'idea era stata sua.
Sei mesi prima era intervenuto ad una tavolata a cui non era stato invitato certo, ma la calata era attesa, soprattutto dal diretto interessato, roba da poco comunque, che non stava nemmeno più a ricordare. C'era il sindaco? Per forza. Il pupazzetto c'è sempre... Fatto sta che, sedutosi e mangiando a sbafo, disse che se non c'era più posto per aprire e chiudere lavori, che li mettessero uno sopra l'altro.
L'avevano preso in parola. Forse ci avevano già pensato, ma era stato lui a dargli la spinta giusta.
La macchina della messa in sicurezza delle opere lasciate a metà (o meno) entrò in funzione e poi la messa in sicurezza della messa in sicurezza eccetera eccetera. Legioni di avvocati si facevano sganciare dall'amministrazione le penali previste da contratti demenziali con le aziende che avevano vinto gli appalti. Le aziende dei Petraforata cioè. Ecco perché un poco di cortesia da parte dei due eredi del vecchio non avrebbe fatto male, soprattutto a loro che, adesso, dovevano giocare a carte scoperte. Bordiga sapeva che era destinato a colliderci o meglio, a molti sarebbe piaciuta una cosa simile. Nascondiamoci dietro un dito, disse a costoro, che al momento identificava con il fumo nero di un furgoncino che lo precedeva. Bordiga è pazzo, Bordiga è un cane sciolto, Bordiga di qua e di là.
Intanto aveva guadagnato la rotatoria spuntata da qualche tempo davanti alla questura e riuscì ad allontanarsene verso traverse più tranquille. Arrivò a destinazione ed il cellulare riprese a squillare proprio quando, riconosciuta l'auto di Bordiga, fu alzata la barra mobile per farlo passare.
Ancora suonava mentre cercava parcheggio e sempre insisteva quando Bordiga varcò la soglia del vecchio palazzone con orologio che a caratteri cubitali dichiarava ENTE AGRICOLTVRA, sormontato da un fascio littorio appena scrostato, giusto per dare ad intendere che ci si era provato.
Bordiga continuava a non rispondere e per i corridoi dai soffitti altissimi proseguiva accompagnato dal riverbero di quella strana fanfara. I poliziotti uscivano dagli uffici per vedere chi fosse e realizzato che si trattava di Bordiga, rientravano chiudendo la porta.
In ascensore, finalmente silenzio. Primo piano. Qui si mormorava. Dietro le porte e furtivamente c'era chi usciva da un stanza per entrare in un'altra, bisbigliando. Mezze frasi, parole soffocate.
Un paio cercarono di ridarsi un contegno uscendo in corridoio e trovandosi Bordiga davanti.
Salutavano. Bordiga non ricambiava. Sembravano un po' sbattuti, forse era stata quella mattinata a strapazzarli così. Sul percorso verso l'ufficio di Salerno, dalla parte opposta del piano, passò davanti alla stanza di
De Zita e ne vide uscire un poliziotto con la faccia distrutta a mazzate, sorretto da altri due.
Curioso, non che gliene fregasse qualcosa, ma trattandosi di De Zita, era sempre un buon passatempo dargli fastidio.
Quelli si volatilizzarono, Bordiga entrò. Di De Zita nessuna traccia.
Le sedie erano rovesciate, qualche faldone era finito per terra ed era andato a sporcarsi di quello che era inevitabilmente sangue. Strano oggetto, un barattolo rosa, di latta, con due fori da una parte.
In quel momento arrivò De Zita, asciugandosi la mani con un panno di carta. Si bloccò sulla porta, non si aspettava di trovare Bordiga che si limitò a raccogliere lentamente l'oggetto e sempre con lentezza studiata a piantarsi davanti a De Zita. Aveva fatto due più due. Capovolse il barattolo che muggì echeggiando per tutto il piano che esplose in risate. Lo rifece di nuovo e poi ancora, le risate riprendevano a ondate e De Zita si incazzava sì, ma con Bordiga era costretto ad ingoiare.
"Muuu!" disse poi Bordiga dopo un paio di minuti, si era stancato. Posò l'aggeggio sulla scrivania di De Zita che intanto, rassegnato, aveva ripreso posto.
"Lascialo qui." ordinò.
Per qualche metro, in corridoio, seguì la scia di gocce di sangue lasciata dal tizio che si era preso la ripassata da De Zita, poi questa virò per fermarsi davanti alla porta dei bagni e Bordiga proseguì verso l'ufficio di Salerno.
Entrò senza bussare con un colpo secco della maniglia. Gli stivaloni di gomma troneggiavano al centro della stanza ammorbando tutto il resto, le finestre chiuse, le veneziane abbassate.
Salerno si rilassava, i piedi scalzi sulla scrivania. In una mano stava lasciando consumare la sigaretta e nell'altra teneva una pietra, probabilmente un rubino, la rimirava soddisfatto controluce.
Sulla scrivania giacevano altre pietre, monili vari pesanti e pacchiani, ma sicuramente di oro altrettanto pesante, come i piccoli lingotti delle dimensioni di un pacchetto di sigarette. Contanti, dollari per l'esattezza, parecchi. Per fare spazio all'esposizione, aveva ammucchiato uno sull'altro, in una composizione instabile, fascicoli e faldoni. Il telefono lo teneva in grembo, con la cornetta sollevata.
Uno sguardo in tralice a Bordiga e Salerno compose un numero. Bordiga sbuffò. Poco dopo il suo cellulare si mise a squillare. Lo lasciò in tasca, ma Salerno insisteva.
"Sto qua, che vuoi?"
Salerno riagganciò. Usando il telefono come ramazza, fece spazio fra brillanti e banconote per rimetterlo sulla scrivania. Sospirò, scontento di doversi distogliere dalla gioielleria indebita e con una mano cominciò a scorrere la pila di documenti. Trovò quello che cercava e lo sfilò facendo cadere tutti gli altri. Nessuno dei due accennò a raccoglierli.
"Eh sì... - sospirò ancora - ...tieni, è tutto tuo. Massima urgenza, discrezione assoluta, puttanate di circostanza... e insomma... vedi tu..." detto questo porse il fascicolo a Bordiga a cui bastò l'intestazione sulla copertina per capire di cosa si trattasse. Lo fece finire con gli altri sul pavimento.
"Meglio che mi sieda." disse e trascinò una sedia dall'angolino del salotto che Salerno aveva allestito sotto le finestre. Un tavolino con una svariata scelta di liquori, un posacenere colmo, una poltrona che aveva visto tempi migliori. Dentro quel fascicolo sapevano tutti e due che c'era: verbali, fotografie, perizie. Insomma, la roba di polizia, di quando la polizia si fa i cazzi degli altri, che poi sono i suoi, ma sempre di altri.
"Perché me lo devo sorbire io?" chiese Bordiga.
"Perché io sto inguaiato fino alla cima dei capelli... e lo sai. E poi, mi ci vedi? A me? Finisce che succede un quarantotto."
Bordiga annuì, ad essere onesti Salerno aveva ragione. Anche perché, in caso contrario, avrebbe fatto un altro mestiere. Dove lo presentavi Salerno? Che comunque aggiunse:
"Facciamo così: tu mi togli dalla palle questa roba ed io mi becco i fratelli Petraforata... che dici?"
Bordiga era tentato. Il problema di Salerno stava nel dover agire, nel caso in questione, in maniera regolare. Non c'era più abituato, non ci riusciva proprio, non era capace. Piuttosto era disposto a sorbirsi i Petraforata e tutto ciò che comportavano, che dover dire buongiorno e buonasera quando entrava in una casa, convocare cortesemente, dare del lei, porre domande senza poter attaccare qualcuno ad una sedia e sfondarlo di mazzate, parlare con i parenti delle vittime. Le vittime... c'erano le vittime... le classiche vittime a cui dare giustizia e gente come Salerno stava lì dov'era proprio perché non ne venisse mai data, per farle sparire, cancellarle dal mondo.
"Va bene." accettò Bordiga e sul volto di Salerno si dipinse una espressione di sollievo.
C'erano stati degli omicidi nel buco del culo, omicidi veri. E fra le vittime c'era pure il figlio di un personaggio di una certa importanza. A stento si era riuscito a convincerlo che davvero, la polizia non ne sapeva niente. Prima, cioè. Non era un lavoro loro.
Per fortuna i collegamenti con quelli precedenti ed i seguenti erano intervenuti a calmare le acque. Salerno poi l'aveva presa sul personale, per la serie ho sempre detto che non c'entravo niente.
Stavolta... Bordiga era della sua stessa pasta, ma per fortuna riusciva ancora a passare da un registro all'altro senza troppi sforzi. "Non sei partito del tutto." gli aveva detto, una volta, Salerno.
"Almeno tu non sei partito del tutto...." ripeteva in quel momento.
"Quando vi fa comodo..."




A quell'ora un odore di bruciato si attaccava all'aria, una traccia, non si vedevano fumo o fuoco nei dintorni, una traccia fredda, bruciato freddo se possibile. Non spento.
Pizzicava alle narici.
Ciccio Ottomanelli mandò a fare in culo l'autobus che non si era presentato e si rimise in tasca il biglietto. La regola generale, di solito, era partire dal buco del culo o due ore prima o due ore dopo l'orario in cui si voleva arrivare da qualche parte. La corsa delle sette e mezzo si era data latitante e lui aveva appuntamento alle nove. Scattava quindi la corsa delle nove appunto, che arrivava alle dieci e mezzo, undici meno cinque nella migliore delle ipotesi. Tardi. La persona che doveva vedere non lo avrebbe aspettato.
I treni, che avevano praticamente gli stessi orari arrivavano prima, solo che Ciccio scansava la stazione come la peste. Non era proprio cosa di farsi fermare dai carabinieri che facevano il posto di blocco proprio davanti all'ingresso. Una volante gli era passata davanti proprio mentre usciva di casa, lui era tornato subito dentro, quelli l'avevano visto, avevano rallentato, ma Ciccio non accennava ad uscire. Lì sotto non si sarebbero fermati per nessun motivo e quindi se l'erano segnata.
Pure oggi.
Andare in stazione voleva dire dargli tutto il modo di sfogarsi. Si sarebbero sfregati le mani vedendolo arrivare e lo avrebbero tenuto almeno un'ora rigirandosi i suoi documenti - come se non sapessero chi fosse - ed a sfotterlo sperando che lui reagisse. L'appuntamento con una caricata di botte forti forti, quello lo saltava volentieri. Ci fosse stato suo fratello Savino ad accompagnarlo non avrebbe avuto problemi, anche se era proprio quello il motivo per cui picchiavano lui, ben sapendo che a parte quando era presente, per via di principio, a Savino non gliene fregava un cazzo.
Ma si accontentavano.
Savino gli avrebbe fatto ciao ciao e quelli a guardare da un'altra parte dato che l'ultima volta che lo avevano guardato troppo, un maresciallo e due appuntati si erano fatti quattro mesi di ospedale, stecche e gessi.
Se invece si fosse trattato di suo fratello Sandro, si sarebbero tolti il cappello e se gli fosse stato chiesto di mettersi la paletta nel culo o di spararsi in un piede avrebbero eseguito e ringraziato.
Tanto poi restava Ciccio che doveva scegliere le strade appartate e farsi notare poco perché non si chiamava Petraforata pure lui. Suo padre - loro padre - lo aveva messo al mondo con la sorella di sua moglie e di sua madre Ciccio portava il cognome dato che il marito - il cornuto - non c'era voluto stare e si era ribellato. Ed era sparito.
"Non ho ancora capito se siamo fratellastri o cugini." gli aveva detto Sandro, una volta che Ciccio ne aveva prese troppe ed aveva avuto l'idea malata di fargli pietà. Poi Savino gli aveva dato il resto.
Perché non mi ammazzano a questo punto? Quante volte Ciccio se lo era chiesto... ed a proposito di ingessature e stampelle, fece forza sulle sue e diede lo slancio con la gamba ingessata in modo da girarsi e poter scendere il marciapiede. Ogni volta il peso del gesso rischiava di tirarselo dietro ed allora la gamba libera era costretta ad irrigidirsi, l'altra coscia tirava e Ciccio stringeva i denti per non gridare. Ammazzatemi, una volta e buona! Pensava ancora. Che cazzo mi ingesso a fare di nuovo e poi di nuovo e poi di nuovo? Un braccio, poi l'altro, una gamba, poi l'altra, di nuovo quella prima, un paio di costole... Finché suo padre era vivo e capiva, nessuno lo toccava, anche se era il figlio bastardo, magari gli faceva pena, magari gli voleva persino bene...
Poi quando aveva cominciato a non ricordarsi più le cose, a confondersi, a non riconoscere le persone, la canzone era cambiata e la musica si suonava tutta su di lui. Ciccio aveva sempre saputo chi fosse suo padre e cosa facesse e si sarebbe giocato la gamba sana tanto era sicuro che i suo fratelli erano mille volte peggio e sempre più feroci e crudeli. Gli avevano anche proibito di presentarsi al funerale e fra l'altro, aveva appreso quasi per caso che suo padre si era suicidato. Non era solo per il cognome, era proprio che gli piaceva fargli del male. Ciccio sapeva cosa ci fosse sotto in realtà, non era stupido ed era figlio dello stesso uomo porca puttana! Non era stato trattato meglio, non era il figlio preferito e quei due gli invidiavano solo di essergli stato più lontano, l'essere stato di meno con lui. Probabilmente al loro posto si sarebbe comportato nello stesso modo, anche adesso, in quel preciso momento. In un modo o nell'altro li odiava.... eppure gli davano da vivere. Ciccio raccoglieva il pizzo della zona attorno a casa sua e con quello che tratteneva, campavano lui e sua madre al primo piano della palazzina di quattro, sempre lì, nel buco del culo. Al secondo ci viveva Savino con la moglie, al terzo Sandro con la madre ed il quarto era vuoto. I Petraforata possedevano appartamenti e ville in tutta Italia, più due in Francia, altre case in Germania, in Svizzera, in America, a nord e a sud. Ma si ostinavano a vivere lì, non avevano nessuna intenzione di andarsene e nemmeno Ciccio poteva trovarsi un posto suo e sua madre, ancora prima di Sandro e Savino, glielo impediva.
Le otto.
Forse faceva in tempo a rincasare senza incontrare nessuno, magari pure sua madre era ancora a letto... si ricordò del funerale, che era a mezzogiorno e di certo c'era già movimento. Meglio non farsi vedere, ma di ficcarsi tutta la mattina in un bar non gli andava... trovare qualcuno che lo portasse da qualche parte? Ma, ora come ora, con la gamba ingessata, non ce la faceva a raggiungere la persona che aveva adocchiato e l'altro faceva sempre in tempo ad andarsene. In realtà avrebbe dovuto prendersela con se stesso che si ostinava a chiedere. Comunque si era messo in movimento ed era arrivato lo stesso sotto casa in tempo per cogliere le urla che ne provenivano.
"Puttana! - sentì - Vecchia puttana di merda!" questo era Sandro che ce l'aveva con la propria madre. Per la madre di Ciccio la sequenza era leggermente diversa. Che cosa fosse successo proprio non lo voleva scoprire e per completare la premessa al funerale, mancava l'intervento di Savino in difesa della madre ed il successivo accanirsi di Sandro sulla cognata. Ciccio fece dietro front alla massima velocità consentita su stampelle e tornò indietro. Il clacson dell'autobus lo spaventò che quasi cadde. L'autista rallentò, si fermò, ma aspettò che Ciccio tirasse fuori il biglietto per aprire le porte. Litigando con gamba e stampelle riuscì a tirarsi su e a salire, un altro paio di maniche arrivare a sedersi sballottato dagli scossoni dell'autobus, l'autista infatti sembrava accelerare e frenare nello stesso momento. Ma ciò nonostante era contento, gli sembrava di respirare meglio, di essere più agile. Forse sarebbe arrivato in tempo al suo appuntamento e Savino e Sandro non potevano farci niente. Forse gli riusciva di fregarli, i bastardi. L'autobus inchiodò. Ciccio si sporse per vedere e scoprì che un gruppo di gazze si era piantato in mezzo alla strada, non sbattevano le ali, non beccavano niente. Stavano ferme. L'autista suonò il clacson. Dovevano essere tutte sorde. Fu costretto a girargli attorno invadendo la corsia nel senso opposto.


"Com'è che non mangi?" di nuovo Corrado, giorni dopo.
"Fatti i cazzi tuoi." volevi una risposta no? Complimenti. Cialledda aveva così definito la natura del rapporto fra loro due. Corrado non l'aveva presa sul personale e niente di personale voleva metterci Cialledda.
La nota di colore era costituita da quella specie di faida fra il calabrese e gli altri giardinieri, per i prezzi troppo bassi e per la varia serie di mazzette che non pagava ad un altro bel gruppetto fra malandrini, poliziotti e vigili urbani. Ci avevano provato con le buone, ma per Corrado le multe e tutte le lettere verdi degli atti giudiziari, avevano lo stesso valore dei volantini del supermercato e facevano la stessa fine. Quindi avevano deciso di passare alle cattive, ancora più infastiditi dalla presenza di Cialledda. La trafila era stata la solita: gomme dell'auto tagliate, furto di falciatrice, petardo nella cassetta della posta, rogo della porta del palazzo di Corrado, poi della macchina. Ma niente.
Corrado e Cialledda preferivano portarsi a spalla gli attrezzi o andare avanti a passaggi. Non restava che l'aggressione fisica con sfregio e gambizzazione. Ci provarono una sera, durante un giro di locali in cui Corrado aveva a tutti i costi voluto coinvolgere Cialledda che aveva ceduto perché quando si impuntava su certe fesserie, l'altro era peggio di un bambino. E poi perché non vedere altri essere umani? Corrado aveva più che altro in mente una puttana normale, come diceva lui, o un travestito se si presentava prima l'occasione. Contento lui. Anche perché la palla passò a Cialledda che dovette decidere se restituire o no la coltellata che avevano avuto intenzione di dargli. In quattro li aspettavano fuori da un locale, non c'era nessuno attorno. Li avevano seguiti? Avevano avuto fortuna? Chissà.
Corrado in aggressività ce la metteva tutta, ma al primo pugno andò a finire a terra e già si preparavano al lavoro convinti che Cialledda dovesse paralizzarsi dalla paura. Invece stava giocherellando con la chiave della sua stanza e per dire la sua in quella situazione, non trovò collocazione migliore dell'occhio sinistro del deficiente che stava armeggiando sotto la cintola. Fu una fesseria togliergli la pistola.
"Che vogliamo fare? " chiese. Adesso erano loro paralizzati.
E a Corrado:
"Finito di dormire? Vedi che hanno in tasca."
Corrado si alzò con il naso che grondava sangue, ma non quanto ne perdeva Occhiobello in quel momento. Cominciò a frugare nelle tasche di quei personaggi. Ne ottennero un coltello - e qui Cialledda ci fece un pensiero - due pacchi di sigarette, spiccioli, uno stick di caramelle alla frutta e portafogli con soldi e documenti. Ma davvero se li erano portati? E certo, per forza: carabinieri. Tutti e quattro. Cialledda intascò tutto fuorché le caramelle.
"Adesso, secondo voi, io che devo fare?" era uno di quei momenti in cui chi ha fiato sospira. Cialledda com'era l'aria se l'era scordato. Questi qui facevano a gara per imitarlo...
"Caricatevi quel coglione." disse alla fine e sparò un colpo in aria. Le pecore si dispersero.
"Vediamo di sparire pure noi. - disse Cialledda a Corrado - Anzi tu, domani mattina è meglio che stai già al paese tuo in Calabria. Non è aria per te."
Ma Corrado aveva la testa di legno e dato che si era preso tanto disturbo per farla rimanere intatta, Cialledda sorvolò sul rompergliela lui per vedere di farci entrare un po' di buon senso. Non che io sia la persona più adatta... pensò. Comunque non era cosa di tornare a casa di Corrado, era possibile che lo aspettassero per regolare i conti quella sera stessa. La sua stanza sembrò a Cialledda la direzione migliore, per il momento. Appena messo un piede all'interno, la vecchia padrona di casa uscì sul pianerottolo per vedere chi perché come ed a che ora. Lo sguardo che gli rivolse Cialledda e la faccia pesta di Corrado, la convinsero a tornare dentro camminando all'indietro.
Dentro, Cialledda rimase in piedi, Corrado si lasciò andare sul letto, mentre cercava qualcosa in tasca per ripulirsi, accorgendosi troppo tardi dello schifo che stava combinando sulle lenzuola.
"Tornatene al paese. " si limitò Cialledda.
"Non vado da nessuna parte."
"Il culo è tuo. Ma da domani dimenticati che esisto."
"Dalla a me."
Giustamente... Corrado si riferiva alla pistola che Cialledda si era tenuto. Avrebbe tranquillamente scommesso che fosse quella d'ordinanza di Occhiobello.
"Faccio prima a spararti io. Ti risparmio la strada." e la infilò nel cassetto del comodino.
"Vaffanculo."
Non rispose. Corrado cercava di non darlo a vedere, ma si capiva che era spaventato e per questo era pronto a fare qualsiasi cazzata. Cialledda, dal canto suo, non riusciva a capire perché non lo avesse già preso per il colletto e buttato per strada. Tanto più comodo sarebbe stato prima, con quei campioni, dirgli eccolo, questo è vostro, buonasera e tante cose.
"Che hai deciso?"
"Che me ne vado a dormire. Dammi la pistola."
"Ancora? Vienila a prendere, vediamo che fai? Qua sta... - Corrado esitava - Bé ti è venuta la debolezza? Datti una sciacquata che ti accompagno io..."
Lo stradone lungo e chiuso che portava a casa di Corrado era un posto pieno di rientranze fra un condominio e l'altro, cortili e portoni rimasti aperti. Se c'era qualcuno ad aspettare quello era il posto e quello era il momento. Quattro lampioni di numero davano luce per tutta la strada, giusto nel caso che il passante, Cialledda nel caso, potesse perdersi i manifesti elettorali rimasti lì dalle ultime elezioni, attaccati su quelli della volta prima ancora, un altro strato di muro sbiadito dalla pioggia. Tutti uguali per di più, con la stessa faccia... ma che fa ride? Ma che cazzo ti ridi? Pensò Cialledda.
"Chi è il magnaccio?" chiese Cialledda a Corrado.
"Correggio."
"L'ho letto... volevo dire che fa?"
"Mi pare il cardiologo... costruisce pure. Li vedi queste case qua? Tutte ad affitto, sue e di San Giuliano..."
"E chi è quest'altro?"
"L'Onorevole. Prima o poi lo senti nominare se abiti qua. E poi se hai la residenza e ti capitano le elezioni puoi agguantare un poco di soldi."
"Cioè?"
"Prendono un locale, come quello là dietro... dove stanno parcheggiate le macchine, capito quale? Tu vai là, fai la fila con la fotocopia della carta d'identità e della tessera elettorale, quelli ti pagano e poi vai a votare."
"Pagano prima?"
"Per forza, hanno i conti tutti fatti... poi dipende se hai famiglia, se sono le elezioni comunali, le politiche, le regionali... poi alla fine quello, San Giuliano ha un sacco di proprietà e la gente o ci lavora o ci abita... hai presente l'altro giorno, quando siamo andati a quella villa con il bosco, quella specie di castello?"
"Bé?"
"E lì abita l'Onorevole."
"Speriamo gli venga un infarto... tanto il cardiologo ce l'ha già."
"Poverino..."
"Ma chi?"
"Correggio... non hai sentito al telegiornale... gli hanno ammazzato il figlio... l'ultimo di quei morti che dicevo... aveva l'età mia..."
"Capito. In televisione parlano solo di quello e come attaccano spengo. Dei morti me ne frega meno dei vivi."
"Peccato però."
"Poteva andargli peggio.
"E cioè."
"Ti devo rispondere?"
"Ho capito... statti bene."
Il portone di Corrado era rimasto mezzo bruciato e con il vetro rotto. L'anticorodal fuso costringeva a spingere forte, facendolo strisciare per terra. Un'anima in pena che raschiava una lavagna direttamente con i denti, svegliando tutto il palazzo. Corrado poi, si ostinava anche a cercare di richiuderlo. Cialledda si allontanò prima di vedersi arrivare qualcosa in testa da un balcone.
Rifacendo la strada al contrario, qualche manifesto strappato a metà lo salutava mosso dal vento. Non era capitato in un bel posto ed avrebbe fatto meglio a seguire lui per primo il consiglio che aveva dato a Corrado.
La cosa che lo faceva più incazzare era di essersi messo da solo in quella situazione, appeso all'amara verità che persino uno che non respirava e non mangiava, aveva bisogno di soldi per potersene stare tranquillo.
A patto di non volersi mettere da sé sottoterra a riflettere sull'universo e sul motivo bastardo per cui non poteva morire come tutte le persone normali. Non che gli dispiacesse starsene ancora alla luce del sole, ma c'era modo e modo... Tornato nella sua stanza, tolse le lenzuola che Corrado aveva pensato bene di battezzare e le gettò sul pavimento. Dormì sul materasso ammesso che dormire fosse la cosa che faceva lui. In una nebbia che riusciva a risaltare scura sul buio sotto le sue palpebre, a tratti vedeva apparire i denti della vipera, ma non aveva paura, gli sembravano più dei segnali distanti, come i bagliori di un faro da cui ci si sta però allontanando. E se non stava attento, a volte si svegliava in un posto che aveva tutte le apparenze di quello del giorno, ma non lo era, qualcosa non andava, come se dovesse, ma non volesse incontrare qualcuno. Si sforzava di tornare indietro, chiudendo gli occhi, stringendoli forte. Svegliarsi in un sogno sembrava pericoloso, ma con chi parlare, a chi chiedere? Almeno così poteva lamentarsi ed avere l'illusione di cercare qualcosa senza doversi domandare se era disposto a correre il rischio che gli rispondessero sul serio.
Al mattino, in ogni caso, aveva sempre la sensazione di aver passato la notte a scalciare a correre, ad arrampicarsi sui muri... l'aria nella stanza era quella della sera prima, non l'aveva certo consumava, non emanava odori, forse a stare attenti si poteva sentire solo quello del magone che non ne voleva sapere di restare fuori e si infilava dal buco della serratura, da sotto la porta. Dubitava che però fosse anche visibile come ciò che vedeva infiltrarsi in quel momento. Aprì la porta che già aveva una idea generale di cosa ci avrebbe trovato e che meglio si definì in Corrado su sfondo sangue, con una vistosa decorazione di buchi ed il cacciavite che era servito per fargliela piantato nel collo.
Di fronte, la porta della vecchia era socchiusa, le antenne di quella megera le permettevano di attaccarsi allo spioncino ad ogni impercettibile movimento. Quindi o stava già chiamandolo gli sbirri o aveva sentito che avevano scaricato Corrado ed era uscita a vedere. Nel secondo caso c'era un altro morto regolare ad aspettarlo. Cialledda scavalcò Corrado e confermò la sua ipotesi entrando nell'appartamento della vecchia, pieno di roba dorata, vasi, cornici con e senza foto, statue di santi, animali di terracotta, tutti uno sull'altro per non oltrepassare i confini di centrini ingialliti di polvere. Divani, sedie e poltrone su cui nessuno si sedeva mai, invasi di panni piegati, bambole con la faccia di porcellana e cuscini. Con uno di essi la vecchia era stata soffocata. Dovette scavalcare pure lei, sul pavimento del soggiorno, per raggiungere il mobiletto su cui il telefono stava assieme ad un sacco di altra roba, fra la cucina e la stanza da letto. Non trovò ciò che cercava, solo lumache, tartarughe, elefanti di vetro, di argento, di cristallo. In camera da letto trovò facilmente ori e buona parte della pensione. Nulla di tutto ciò gli serviva. Dove cazzo teneva l'elenco del telefono? Lo individuò in un armadio, sotto delle lenzuola. Aveva perso fin troppo tempo. Per fortuna c'erano solo lui e la vecchia lì.
E Corrado adesso.
Tornò al telefono e cercò i nomi, conoscendo precisamente l'indirizzo non correva il rischio di incappare in omonimi. Come avrebbe fatto la vecchia, anche Cialledda chiamò gli sbirri.
Ma a casa loro.




Prima di ogni altra cosa e per l'esattezza prima di mettersi l'animo in pace per fare le cose come Salerno aveva il terrore di farle, Bordiga voleva sguazzare per qualche tempo in una zona che gli piacque considerare intermedia ed assicurarsi che non ci fossero equivoci. Ovvero, che tutta la lista di morti che gli avevano appioppato fossero morti casuali nel senso di inutili, non di ammazzati a caso. Per farlo, doveva recarsi dal parente dell'unico morto palesemente utile, ovvero la cui morte potesse spingere determinati eventi in un senso piuttosto che in un altro. Il dottor professor Correggio, Bordiga lo aveva chiamato in ospedale, lo aveva chiamato in studio, all'università, al circolo della vela, ad una specie di esclusivo club per gli stronzi, ai cavalieri del santissimo perfettissimo non sapeva che cosa, a tre cellulari diversi e non era riuscito a trovarlo. Questi tentativi decise di considerarli come prove tecniche di trasmissione, un test per la rampa di buona volontà che lo avrebbe lanciato nel cielo terso della seria ed inappuntabile potestà della legge dove, la sua persona, sarebbe stata trasfigurata in immagine etica e perché no, pure oggettiva. Al momento doveva tornare un attimo nei sottoscala della sua coscienza e nella penombra confortante della zona media, si sentì autorizzato ad aspettare una certa studentessa universitaria dal radioso futuro, seguirla per qualche tempo attendendo le condizioni ideali - e quindi in un modo o nell'altro si batteva sempre sullo stesso tasto - per afferrarla letteralmente per i capelli e affidargli una ambasciata ossia:
"Quando scopate oggi, digli di chiamarmi."
La ragazza fu riconsegnata illesa alla sua giornata e Bordiga fu contattato cinque minuti dopo:
"Bordiga." sentì e dalla voce del dottore, suonava come una diagnosi.
"Professore carissimo. Condoglianze."
"Non c'erano altri modi per contattarmi?"
"Solo minimi o massimi."
"Di che parla? Non ho tempo e umore di starla a sentire..."
"Con il suo umore faccia quel che vuole. Il tempo lo trovi perché dobbiamo vederci oggi.
La questione di suo figlio l'hanno affidata a me."
"Ne ero al corrente."
"Allora?"
"Mi dia solo un attimo..."
Bordiga sentì qualcosa come di gallina presa per il collo. La ragazza doveva essere corsa subito da lui o lui da lei... Sperò, per l'eleganza di cui Correggio si ammantava, che non stesse usando gli isterismi di lei per temporeggiare... uno deve pur essere cosciente della propria agenda.
"Fra due ore. A casa mia." sbuffò alla fine.
"Non avverta la polizia." ghignò Bordiga. Che Correggio gli avesse chiuso il telefono in faccia, non gli avrebbe fatto perdere l'appetito.
La casa del dottore se ne stava appollaiata su un rialzo che qualche ardimentoso definiva collina.
A Bordiga dava più l'impressione di un bernoccolo o meglio di un brufolo che la presenza del luminare provocava alla terra stessa. Era una riproduzione in piccolo di una altra installazione, quella ingombrante dell'altrettanto ingombrante Onorevole San Giuliano, grande benefattore di Correggio di cui la carriera politica era protesi, proprio nel senso che un giorno, a San Giuliano, era servita una prolunga per arraffare qualcos'altro e quindi si era grattato e fra le pieghe del suo lardo aveva trovato il dottore. San Giuliano si era circondato di una pineta che gli impedisse di vedere ed essere visto, Correggio si era lasciato il panorama libero.
Una visuale sul buco del culo là, dove aveva contribuito direttamente alla sua costruzione. Bordiga non era tipo da tenere per sé le proprie considerazioni ed infatti un paio di anni prima queste ed altre cose aveva detto a Correggio. C'era andato con Salerno che aveva il compito di strisciare e leccare il culo, lasciando quindi Bordiga libero di essere irritante ed offensivo.
"È il doppio gusto di avere a che fare con noi sbirri." aveva spiegato al dottore che non si era scomposto. Al tempo, ancora giocava ad un tipo di disincanto che non faceva per lui. Bordiga non adoperava mai il termine cinismo, perché sapeva che non era corretto, ma quella ed altre nozioni, quelle sì che le teneva ben chiuse nel suo cervello.
"Ammetterà che è un osservatorio privilegiato." tutto ciò che Correggio aveva da dirgli.
Pavoneggiandosi del grande bovindo in una specie di museo della patacca d'epoca che lui chiamava salone.
Peggio per lui.
Proprio lì fu ricevuto, il dottore di spalle guardava fuori e l'ingresso di Bordiga non era motivo sufficiente a distrarlo da quell'attività. D'istinto Bordiga avrebbe voluto dirgli che la sua non era l'unica torre di vedetta e che tanto più avrebbe fatto meglio a preoccuparsi di riceverlo come si deve, dato che ne aveva ancora bisogno e probabilmente non ne avrebbe mai potuto fare a meno vita natural durante. Non era solo, altre tre persone si impegnavano ad essere tanto indifferenti al nuovo arrivato. Due erano gli avvocati del dottore nonché dell'ospedale del buco del culo, Bordiga li conosceva, ma non riusciva mai a ricordarsi il cognome, corto, strano... fratelli? No, padre e figlio. Anche loro uomini di mezzo, che non potevano arrischiarsi al di fuori del buco del culo se non per clientela per così dire, per rappresentanza... ma l'ospedale con relative malversazioni, era una specie di dogma di fede ed anche su quello il dottore vigilava convincendosi di farlo per conto proprio. Ma nemmeno gli avvocati potevano dargli tanta sicurezza, era l'altra presenza a dargliene, sempre per emanazione od ancora meglio per evocazione. Difatti Ermanno Maier fu l'unico ad andargli incontro tendendo la mano, senza alcun timore che gliela potesse staccare. Gli altri cercavano di mascherare da sufficienza la paura, fermi e zitti come se per la stanza stesse sfilando una bestia feroce pronta ad azzannare al minimo movimento. A Bordiga poteva pure far piacere, ma non era andato lì per vedere che atmosfera gli riuscisse di creare.
Almeno Maier era sveglio, doveva per forza, dato che da qualche anno a questa parte aveva assunto il ruolo di guardiano del castello di San Giuliano e più il tempo passava meno l'Onorevole si faceva vivo.
Quasi veniva da pensare che lo avesse ammazzato e sepolto sotto qualche pino.
Difatti Bordiga si tolse la curiosità:
"È ancora vivo il porcone?"
Maier sorrise, lo spirito non gli mancava.
"L'Onorevole è a Roma. Una riunione della commissione..." un ghirigoro disegnato in aria con l'indice, era per Maier descrizione sufficiente.
Bordiga capì:
"Ma no... l'antimafia?"
La risata che i due condivisero di gusto, disturbò invece il dottore che gli fece la grazia di voltarsi con una tossetta che non convinceva nessuno.
"Veniamo al dunque... - Maier ricomponendosi - … è lei che sta indagando su questa storia degli omicidi..."
"Dodici. Ero venuto per sapere se per caso non debba contarne undici... già che c'è anche lei, possiamo farla semplice."
"Cioè?" il più giovane dei due avvocati, emerse dal silenzio in cui si era avvolto assieme ad una di quelle sigarette sottili che a Bordiga facevano girare le palle. Com'è che si chiama? Si chiese.
Nessuno gli diede importanza, il padre con una specie di tic di gomito, gli intimò il silenzio.
"Si spieghi meglio per favore." Correggio, dato che c'era almeno faceva finta di servire a qualcosa.
Bordiga si rivolse a Maier:
"Il figlio glielo avete ammazzato voi o sapete già chi è stato? È abbastanza chiaro. Così me ne dimentico e mi concentro sugli altri."
"Ma come si permette?" di nuovo Correggio, riducendo la distanza di sicurezza fra sé e Bordiga.
"Piero sta' calmo. - Maier al dottore - Vuoi arrivare in fondo a questa storia o no? La domanda è pertinente... e la risposta è no. Per quanto ne so, la morte del ragazzo è stata del tutto inutile."
Bordiga sentì qualcosa di simile alla simpatia nei confronti di Maier, se non altro per la chiarezza d'espressione. Il dottore avrebbe voluto tanto vivere dignitosamente il proprio dolore, se ne provava, essere oggetto di deferenza e di rispetto. Ma dato che la dignità se l'era venduta già da tempo, subì la conversazione. Magari provava qualcosa simile al rimpianto, non rimorso, per le sue azioni che gli impedivano persino il lutto.
Bordiga sperò che ci si impiccasse. Sul serio.
"Sono soddisfatto. Grazie a tutti."
E se ne stava andando nella stessa maniera indolore in cui era arrivato, quando una voce che identificò come appartenete all'avvocato padre lo colpì alla schiena :
"Dovrà riferire sulle indagini!"
Bordiga più volte aveva riflettuto sul fatto che dovesse essere possibile inserire fra le leggi della fisica, della matematica, della chimica, l'occasione che le persone puntualmente perdono per starsene zitte. Non avendo nemmeno il buon gusto di non pentirsene subito dopo. Davvero, Bordiga si conosceva, se quell'uomo ne avesse dato segno, avrebbe lasciato perdere. Invece dallo sguardo con cui cercò di sostenere quello di Bordiga, sembrava davvero che gli avessero bollito gli occhi, messi in salamoia e poi di nuovo al loro posto. Di bollito c'era anche il dottore che non voleva sapere, non voleva sentire, non voleva vedere. Maier stava per dire qualcosa, ma con un cenno Bordiga gli diede ad intendere che sì, aveva capito bene, non era un cretino.
"Quanti anni ha?" si limitò a chiedere all'avvocato.
Colto di sorpresa l'uomo rispose automaticamente:
"Sessantatré."
"E l'erede, qui?"
"Quarantuno."
Bordiga pensò un attimo sulla differenza:
"Ventidue. Poteva andarle peggio."
"Ma che..."
"La accompagno." intervenne Maier
"Non si disturbi. Arrivederci."
Invece Ermanno si disturbava. Era già disturbato. Quella mattina, contrariamente a tutte le sue abitudini (tazzina di caffè, biscotto, frutto, seconda tazzina) ne aveva infilata una terza che gli aveva fatto male.
Che gli era saltato in mente? Era acidità? Gastrite? Ulcera? Doveva farsi vedere? Negli ultimi tempi, pochi giorni in verità, si sentiva affannato, pesante, rigido. Il cuore?
Per un istante pensò di farsi vedere da Correggio, ma quando mai? Si disse. Che la laurea l'ha vinta alla lotteria della parrocchia, il professore... e ci va pure a quella benedetta università! Ha pure il coraggio di farsi vedere, il palazzinaro... lo si trova agli esami... intanto, mettendo da parte l'eventualità di farsene fare una, forse gli conveniva farla lui una visita accurata all'individuo.
Inquieto. Troppo.
Silenzioso. Troppo.
Il figlio, non il figlio... finito l'intrattenimento col poliziotto, erano altri vermi che gli rodevano. Vermi di carta, stampata a caratteri neri, sempre sbiaditi, Dio solo sa perché.
Gli avvocati, debole insetticida:
"Piero... ma si può sapere che ti prende? L'hai ricevuto tu l'avviso di garanzia? No. Lo riceverai? No. E allora?"
Questa era la conclusione di una conversazione iniziata prima dell'arrivo di Bordiga, che aveva ottenuto il suo appuntamento con mezzi eterodossi, ma che avevano divertito Ermanno. Per cui aveva detto a Piero fai, fai pure, che ce lo togliamo davanti... e tra l'altro era curioso di vederlo questo Bordiga... comunque... ecco la lagna, puntuale:
"E come fai ad essere così sicuro?"
Ermanno fece solo un cenno, ma abbastanza eloquente perché i due avvocati si congedassero balbettando scuse che non si preoccupò nemmeno di cercare di decifrare. Piero, senza sottoposti, attaccò subito il mobile bar ingurgitando due scotch di fila e solo dopo accennando ad offrirne uno all'altro che rifiutò. Una bomba per il suo stomaco. Non era giornata.
Ermanno sedette. L'altro ronzava attorno alle bottiglie, ma non avrebbe trovato niente di abbastanza forte da tramutarlo all'istante nell'uomo che non era.
"Ci vuoi parlare tu con il giudice? - disse Ermanno - Perché se lo fai tu io la smetto di sbattermi a destra ed a sinistra, di vedermi con chi non dovrei farmi vedere e mi vado a ritirare in tutta tranquillità. Che abbiamo detto ieri sera? Vuoi fare il nuovo plesso dell'ospedale? E fallo. Che cosa è cambiato?"
"È un momento difficile."
Bravo, pensò Ermanno, che risposta intelligente!
"Se permetti, tuo figlio, pace all'anima sua, è l'ultimo dei tuoi problemi. Lo sai chi altro ho dovuto incontrare? Non lo sai? I Petraforata. E lo sai che hanno detto? Che se questa cosa dell'ospedale salta in aria, dopo salti in aria pure tu e fanno la festa patronale anticipata. Sto citando. Per giunta hanno ragione... da vendere... a tonnellate!"
"Come se non avessero dove andare a pescare... - un fremito, è l'alcool caro mio, non tu - Cos'è tutto questo parlare da parte di quelle merde? Ancora non lo hanno capito chi comanda?"
"Non tu... e ricordati che quelle merde ti hanno messo in piedi e sei stato fortunato che gli conveniva pure a loro, quando hai cambiato carrozzone e ti sei appeso all'Onorevole."
"Voglio parlare con San Giuliano."
"Stai parlando con me."
Ma tu chi cazzo sei? Ermanno sapeva benissimo che questo era il pensiero che era appena affiorata nella mente del dottore. Che non aveva il coraggio di dirlo, ovvio. Ad essere onesti, se mai glielo avessero davvero chiesto, non avrebbe saputo dare una risposta. A volte lo chiedeva anche a se stesso. Chi sei?
Uno che ci si è trovato.
"Ma mi stai ascoltando?"
"No, non ti sto ascoltando, vengo qui perché preferisco le poltrone di casa tua. Tu hai detto che non vuoi parlare con me... tornano i conti."
"Non volevo... - davvero? - Ma insomma, chi ce lo ha messo fra i piedi questo giudice, come si chiama..."
"Pace. Sempre Pace si chiama... sono vent'anni che va appresso a San Giuliano e con che risultati? Nessuno. Ti ho detto che non c'è niente di cui preoccuparsi."
"Ma adesso è venuto qui."
"Tanto meglio. Così sappiamo che cosa fa. Ha voluto fare lo smargiasso e tutto ciò che ha fatto finora è stato mettersi a rovistare negli archivi, buona fortuna!"
"Ma non può essergli saltato in mente di punto in bianco, avrà qualcosa, cercherà qualcosa...."
"Come ho detto: buona fortuna - Ermanno, alzandosi. - Senti, adesso devo andare. Ti chiamo io. Ancora condoglianze... e non bere troppo."
"Sì, grazie... non ti preoccupare..." ma l'indecisione fra accompagnarlo alla porta ed un altro bicchiere era forte nonché evidente.
Non sarà quello ad ammazzarti.
Per tutte le cose ci vuole fortuna.
Sulla carta Ermanno risiedeva in città, appartamento importante ben inteso, dove effettivamente vivevano sua moglie ed una figlia che sapeva benissimo non essere sua, ma nemmeno dell'uomo cui sua moglie attribuiva la paternità. Ma l'aveva accettata, le aveva accettate entrambe, la ragazza perché incolpevole e lui nonostante tutto incline ad una buona tolleranza da buon borghese; la moglie perché aveva coscienza, quando l'aveva sposata, della sua natura incapace di resistere all'attrazione sessuale. Ermanno stesso si concedeva ampia libertà in questo senso, ma doveva ammettere che non possedeva la stessa ingenuità di lei. Sempre per la propria natura borghese, Ermanno si era risentito a volte, del tradimento ed in tali frangenti le aveva dato della vacca e della cagna. Non della troia o della puttana, le aveva spiegato poi. Poiché era istruito e sempre, una buona volta, borghese, un positivismo così estremamente interiorizzato, l'aveva spinto a riconoscerla per null'altro che un mammifero. Definizione che estendeva, dunque, anche a se stesso.
Senza complicazioni emotive, quindi, frequentava poco la casa in città e si era sistemato in casa di San Giuliano, luogo di ampi spazi, che concedeva comodità e privacy. Del resto l'Onorevole lo voleva vicino e lui ricambiava, indispensabilmente ricambiava, procedendo la sua inaspettata fortuna proprio da tale prossimità. Un elemento fondamentale, la chiave di tutto, per alcuni una tragedia, per lui linfa vitale. Questo pensiero della linfa vitale, lo ricondusse a Bordiga. Che era un uomo che ne possedeva in abbondanza, davvero troppa e che cercava di convincersi di essere riuscito a spremerla tutta, gettandola in malo modo nella prima pozzanghera, magari con disprezzo. Prima o poi avrebbe dovuto ammettere con se stesso come stavano le cose e ciò lo rendeva imprevedibile, ma al momento poteva davvero essergli utile nella stessa misura in cui poteva essere dannoso per ciò che faceva ed aveva intenzione di continuare a fare. Ma voleva rifletterci su... il destino aveva mostrato il suo surreale senso dell'umorismo coinvolgendo proprio il figlio di Correggio in quegli omicidi e ad indagare su di essi Bordiga. Per ora, Ermanno poteva solo confidare nella natura della legge e della gente che la gestisce, ossia cercare una soluzione di comodo, veloce, eclatante e mai la verità.
Che tangibile, in un corpo e con una voce, rimuginava e si chiedeva con chi altro potesse prendersela, se non con se stessa. Lasciato Piero alle sue ultime battute da neo alcolista, se ne stava tornando da San Giuliano, che pure lui doveva essere ritornato in porto. La sua divagazione - meglio evasione - romana, si era conclusa ed Ermanno aveva da dirgli delle cose importanti, su Correggio, il giudice Pace e quant'altro. Purtroppo il percorso nel buco di culo era forzato e prima della strada libera ed unica verso la villa, doveva passare da un quartiere formicaio, un vero intrico di sensi unici e di rotatorie e di indicazioni per altre strade che esistevano solo sulla carta e che invece terminavano in un cantiere chiuso, un buco ormai depredato e riconquistato dalle sterpaglie. Era difficile orientarsi persino per chi facesse quel tragitto ogni giorno e bisognava stare molto attenti. Ecco perché Ermanno stava guidando piano ed un'altra auto e un fuoristrada riuscirono a superarlo, fermarsi e bloccarlo. Ermanno sapeva esattamente cosa stesse succedendo e pensò alla pistola nel cruscotto, ma era già troppo tardi. Dall'auto erano scesi due uomini, dal fuoristrada altri quattro, puntando i Kalašnikov. Buonanotte, pensò lui. Ma non spararono.
Ermanno immobile. Loro immobili.
Dalla macchina scese un altro uomo, disarmato. Ermanno lo vide percorrere i pochi metri fra sé ed il gruppo di fuoco, tranquillo, composto, accostarsi allo sportello anteriore, dalla parte del passeggero e bussare al finestrino:
"Posso?" la voce di Michele, detto Sua Eccellenza, era gentile. Sorrideva.
Ermanno annuì. Michele aprì lo sportello, si tolse la giacca ed entrò. Si sedette, richiuse.
Gli altri non accennavano ad abbassare le armi.
"Come stai?" chiese Michele.
"Ti sembra il caso?"
"Perché no? Solo perché sono prudente... - annuì in direzione degli uomini - ...devo essere maleducato? Non vedo il nesso."
"Non affliggermi di cazzate e se dovete sparare, sparate."
"Ti ho detto che è prudenza... bé? Pasce il vitellone?"
"Oltre ogni aspettativa. Ed il settore stragi? C'è crisi?"
"Persino lì, pensa un po'.... hai visto? Siamo stati educati, cordiali... veniamo al dunque. Mi devi dire come tieni San Giuliano per le palle. Ti puoi tenere quello che ti sei già preso, ma per favore Ermanno, adesso è il momento di tornartene a casa. Mi sono mosso io per farti arrivare dove sei arrivato, ci hai guadagnato, ora puoi benissimo rendermi il favore."
"Non sarebbe sportivo. O riesce a te di seppellirlo od a Pace di metterlo in galera. Nel frattempo ho tutto il diritto è l'intenzione di guadagnarci, non cedo il posto. Meglio morto."
"Per quello stai già lavorando benissimo tu."
Silenzio. Tanto impegno per cosa? Tutto qui ciò che Michele aveva da dire? Davvero si stava giocando la carta della riconoscenza? L'aveva preso per uno stupido?
Cominciò a piovere. Le gocce scendevano lungo il parabrezza e lui e Michele a guardarle. Gli uomini armati si stavano facendo una doccia, Michele accese una sigaretta, sporgendosi in avanti sul cruscotto, un gemito ed una mano premuta sull'osso sacro, appannando il vetro di fiato e di fumo.
"Già la vecchiaia... - sbuffò Michele - …e comunque a tuo fratello non ho detto niente... non ancora... più in là posso trovare il modo di distrarlo, ma tu hai poco tempo per deciderti..."
"Anche i parenti adesso? Miche' vattene..."
"Ho detto tutto ciò che dovevo dirti. Ho la coscienza a posto."
"Buon per te. Mi fate passare?"
Michele riaprì lo sportello, mise un piede fuori, sospirò, uscì, si rimise la giacca. Fece segno ai suoi di mettere giù l'artiglieria. Per un istante, sia lui che Ermanno, ebbero l'impressione che fosse stato lo sportello richiuso da Michele a fare sì che dalla testa dell'ultimo uomo sulla destra, qualcosa si staccasse, disperdendosi in aria e facendolo crollare a terra. I loro sguardi si incontrarono e solo il secondo sparo li distolse da quella strana convinzione. Ermanno innescò la retromarcia, Michele, fra correre dietro a lui e cercare riparo negli altri due veicoli scelse la seconda opzione, tanto più che gli spari che seguirono avevano già il loro bersaglio.
Riuscì ad infilarsi nel fuoristrada e ripartire.
Gli altri erano tutti morti.
Ermanno poteva ora proseguire, ma passando sopra uno dei cadaveri. Michele era sparito.
Non l'alone del suo fiato sul vetro. Avrebbe preferito passare sopra altri cento corpi.
Il cellulare squillò. Voleva rispondere? Doveva.
"Pronto?"
"Puoi rallentare adesso... sei abbastanza lontano."
"Potevo creparci."
"Non sei mai stato in pericolo... Sua Eccellenza non aveva brutte intenzioni e poi c'ero io, no?"
"E come potevi esserne sicuro?" si morse la lingua, gli sembrava di sentire il dottore.
"Ma perché ti vogliamo tutti bene..." la voce dell'altro invece, suggeriva che fosse sotto sforzo, magari sollevando qualcosa.
"Innocente, tu sei strano e va bene, ma per favore sbrigati a fare ciò che ti ho chiesto e per cui ti pago."
"Con i miei tempi... ci siamo accordati così... altrimenti ci sono altri che possono fare il lavoro altrettanto bene..."
"Vieni da me più tardi... ne parliamo. - Ermanno sentì un suono sordo e poi un clacson suonare, fisso - Ma che stai facendo?"
Nessuna risposta. Innocente aveva chiuso.


Cialledda accolse la comitiva seduto su una sedia. Aveva detto che avrebbero trovato la porta aperta e così era stato, rendendo più facile tenerli sotto tiro e farli sfilare uno ad uno con le mani alzate. Occhiobello aveva una brutta cera, a quanto pare era stato ricoverato, ma la telefonata di Cialledda a casa sua e degli altri era stata sufficiente a fargli dimenticare di aver perso l'occhio. Evidentemente non si fidava dei suoi amici e loro non si fidavano a tenerlo a spasso. Chissà cosa si erano detti prima di arrivare, fatto stava che avevano una faccia lunga lunga che peggiorò alla vista di Corrado. Poi uno diede di gomito ad Occhiobello, annuendo in direzione del cadavere e le cose sembrarono migliorare improvvisamente.
"Non glielo avete fatto voi il servizio?" chiese Cialledda
Dissero in coro di no. Sembravano proprio convinti.
"Poco male. Toglietemeli di torno tutti e due."
"Due?" fece Occhiobello.
"Due. Di là c'è la padrona di casa."
"Prima dacci la nostra roba." disse uno dei tre
"Lui dove l'avete trovato?" chiese Cialledda ad Occhiobello, ma a ben guardare o meglio, per come il suo sguardo vagava di qua e di là, doveva essere così imbottito di antidolorifici da non riuscire più tanto a seguire la situazione. Tant'è che si sedette per terra, un piede andò a fare il bagno nel sangue di Corrado. In effetti Cialledda ci aveva già impanato i loro documenti, tanto per andare sul sicuro e quindi che Occhiobello fosse tutto stonato non poteva che fargli piacere. Gli altri invece si preoccuparono e lo aiutarono a rialzarsi.
"Senti... - gli disse uno - ...se non hai dato il tuo nome per la stanza è meglio che te ne vai. Noi questo qui non possiamo spostarlo... lo vedi come è stato ammazzato? Come gli altri... scotta troppo, lo stanno cercando tutti il figlio di puttana che li fa fuori."
Cialledda non avrebbe avuto nulla in contrario, il ragionamento filava e la vecchia aveva voluto vedere i soldi, non la carta d'identità per affittargli la stanza. E poi, se voleva rimanere nel buco del culo, questi quattro rincoglioniti potevano sempre tornargli utili.
Quindi stava per accettare quando, fuori dalla porta, sirene e frenate guastarono il pasticcio a tutti. Occhiobello, ormai partito, rivolse un sorriso idiota ai suoi amici in preda ad un principio di infarto.
I poliziotti sfondarono la porta e poco ci mancò che non gli facessero fuori prima ancora di rendersi conto che quelli avevano alzato le mani.
"Carabinieri! Siamo carabinieri!" prese a gridare uno
"Ci ha fregato i documenti!" come fosse una giustificazione, un altro, indicando dove poco prima stava seduto Cialledda.
"Prima o dopo che l'avete fatto fuori?" asciutto, il poliziotto.
Tutti, compreso Occhiobello, si voltarono. Cialledda era riverso accanto a Corrado, la pistola ed i loro portafogli nella pozza di sangue. Il poliziotto lo pungolò con un piede, poi si chinò a toccarlo. Tutto chiaro, assumendo che se uno non respira ed il cuore non batte, può essere dichiarato cibo per i vermi. Cialledda, invece, seguì tutta la scena dei quattro che venivano portati via, costretti a portarsi di peso Occhiobello, la scoperta del cadavere della vecchia, l'identificazione di Corrado, la perquisizione della propria stanza, la propria di identificazione. L'arrivo delle ambulanze. Mentre ancora si chiedeva come avessero fatto i poliziotti ad arrivare lì, fu messo in un sacco con la cerniera e caricato su di una barella e da lì destinato all'obitorio. Dal suono di un'altra cerniera e dalle porte richiuse, capì di essere su una autoambulanza e che accanto a lui c'erano Corrado o la vecchia. Fin qui l'idea di Cialledda aveva funzionato, adesso gli toccava scoprire che far scendere la zip o bucare il sacco non sarebbe stato così facile. Era legato alla barella fra l'altro.
A momenti, qualche tempo prima, si era sentito molto più forte di quanto fosse mai stato ed aveva fatto affidamento che la cosa si ripetesse al momento del bisogno. Invece non riusciva a muoversi. Il mezzo invece sì e pure veloce. Saltare fuori appena avessero aperto il sacco? E se mi mettono in frigorifero? Pensò Cialledda che non aveva una idea precisa di quale fosse la trafila per le salme.
E nemmeno voleva scoprirlo o provarsi nel fare il surgelato. Tentò di ondeggiare, magari per allentare le cinghie o quel che fossero o solo sfilarsi un poco. L'unica cosa che ottenne fu una specie di schiocco del suo collo che lo convinse a darsi una calmata.
Ma che cazzo ti è venuto in mente, si disse. Mettersi a gridare? Qualunque piega avessero preso le cose, si sarebbe sentito comunque e per sempre un deficiente. L'autoambulanza si fermò.
Cialledda sentì il rumore di una saracinesca che veniva sollevata, uno sportello sbattere, la saracinesca richiudersi. Già i conti non tornavano, ora meno che mai dato che a così poca distanza da dove l'avevano caricato non gli risultavano posti adatti a mettere un cristiano in attesa che qualcuno venisse a reclamarlo ed i suoni che aveva udito suggerivano proprio l'esatto contrario. Le prime note della canzone di chi si sta imboscando.
Difatti i portelli si aprirono. Cialledda fu caricato di peso e gettato per terra. Una botta alla nuca ed una all'osso sacro, fecero schizzare due bestemmie dalla profondità del suo corpo alla sua gola, tanto grosse che tutte e due insieme non riuscivano a passare. Si morse la lingua e le ingoiò, ributtandole giù a fatica. Sentiva i passi di due persone. Nessuno parlava, solo il rumore di qualcosa come di liquido che andava su e giù in un contenitore che poi veniva posato.
Seguiva un altro, o stavano continuando a sbatacchiare lo stesso oppure stavano travasando il contenuto del primo nel secondo. Siccome Cialledda non era a digiuno del mondo, anzi a due celle dalla sua, quando stava in galera, c'era uno che aveva fatto lo stesso servizio che volevano fare a lui; Cialledda lo sapeva benissimo che non stavano mettendo il bucato a bagno o i polpi in una bagnarola. "Ti è venuta la debolezza? Prendi, muoviti!"
Sono chiuso in sacco, si disse Cialledda. E allora come mi ci trovo in riva al mare?
Eppure aveva suo padre accanto, sotto i piedi gli scogli e di fronte una grande bacinella di plastica blu piena di polpi. Veniva mossa piano piano, da un tizio seduto accanto, su uno sgabello. Lo conosceva, lo chiamavano Barbanera anche se era rosso di viso, di barba e di capelli.
Un tizio che andava girando in pantaloni corti e ciabatte dalla suola di tavola pure d'inverno.
Un mezzo parente fra le altre cose. L'odore delle alghe secche sulla riva si mescolava a quello della sigarette che suo padre e Barbanera fumavano. Dietro di lui le macchine andavano e venivano, c'era il sole, doveva essere estate e persino domenica. Cialledda era contento di sentire l'aria entragli in corpo, di nuovo.
"È cresciuto..." disse Barbanera al padre di Cialledda.
"Però si vergogna...."
Cialledda allora allungò una mano a prendere un polpo, uno piccolo. L'acqua era fredda e pezzi di ghiaccio galleggiavano sciogliendosi. Addentò il polpo.
"Si è deciso." disse Barbanera
"Com'è?" chiese suo padre.
"Buono. Dovresti comprarlo."
"Tu non ti preoccupare e mangia." Barbanera. C'era una punta di offeso.
Cialledda inspirò profondamente, al mare si aggiunse il fetore di interiora di pesce che marcivano al sole, le cercò con lo sguardo, erano a pochi passi da lui. Un uomo di spalle stava pulendo dei pesci, seduto su una sporgenza. Li teneva in una busta di plastica posata sulle ginocchia. Strano che usasse delle forbici per potare per aprirgli la pancia. Ci frugava dentro con le dita, tirava fuori quello che c'era e lo gettava per terra sul mucchio. Un nugolo di moscerini e mosche girava attorno alle viscere, alle sue caviglie, alla busta. Lui ci rimetteva il pesce pulito dentro e le cacciava con una mano, senza grandi risultati perché la scansavano e tornavano dov'erano.
"Ti sei incantato?"
"Piuttosto... - disse Cialledda a suo padre senza distogliere lo sguardo dal tizio con il pesce - Quando mai tu mi hai portato al mare?"
"Ti sto portando adesso."
"Ma tu sei morto."
"Puoi mai avere ricordi di uno, dopo che è morto?" intervenne Barbanera
"Zitto... - gli fece l'altro - È un uomo, mica un bambino. Lo sa che non sta mica ricordando, vero? Non mi faresti mai fare brutta figura, giusto?"
Senza invito Cialledda afferrò un altro polpo, stavolta il più grosso. Gli era venuta tanta di quella fame che lo avrebbe ingoiato intero:
"Voi due fate brutta figura per il solo fatto che siete nati." disse con la bocca piena. Barbanera allargò le braccia come a dire che almeno lui sapeva mangiare senza fare schifo.
Intanto l'uomo aveva finito con il pesce e si girò verso di loro. Abbastanza giovane, barba incolta, uno sfregio la cui cicatrice, dalla guancia destra, gli scendeva sul mento e fin sul collo.
Barbanera ed il padre di Cialledda accennarono un saluto, ma quello fece come se niente fosse.
Da come guardava ce l'aveva con Cialledda. Fischiò, come se non avesse già ottenuto la sua attenzione e con le forbici gli indicò le interiora putride che gli insetti, indisturbati, avevano ricoperto completamente.
"Tu... - disse a Cialledda - Tanto vali."
Fu istintivo per Cialledda scattare per sfondargli la faccia, ma suo padre lo trattenne per un braccio, seguito da Barbanera che per afferrare Cialledda rovesciò tutta la bagnarola di polpi.
Cialledda si divincolò per liberarsi, ma il tizio era sparito.
"Ma chi cazzo era quel coglione!" gridò Cialledda, volendo farsi sentire. Ma nemmeno gli automobilisti, in quel momento fermi in coda, gli davano retta.
"Shhh... - gli fece suo padre. Intanto Barbanera stava recuperando i polpi - Non ti devi offendere... quello era Dio... è sempre incazzato..."
"Ma non è maniera di comportarsi con le persone..."
"Perché, scioglierle nell'acido lo è?"
"Ho solo pensato che stessero per farlo... non ne sono sicuro..."
"Allora hai visto che ha ragione ad essere incazzato? Se non sei sicuro non devi venire qui."
"Ma dov'è qui?"
"Adesso me lo chiedi?"
"Adesso si deve mettere a bere?" sentì Cialledda, aprì gli occhi nel buio del sacco.
"Ti vuoi mettere a discutere? Glielo vuoi dire tu?"
"Ma ha chiamato lui?"
"No, ha fatto chiamare quella che si tiene in casa..."
"Che piccione di femmina! Ma non è la moglie."
"Chiunque sia muoviti, che dobbiamo scaricare pure all'obitorio." di nuovo quel rumore. Poi qualcosa trascinato per terra.
"Quella fa la puttana, senti a me..."
"Stai zitto e muoviti."
"Ma possiamo mai andare in giro con questa roba?"
"Prima la lasciamo meglio è. Ma che fai?"
La cerniera del sacco in cui era Cialledda si aprì e qualcosa fu messo dentro.
"Glieli metto con i morti che magari si prende qualche malattia."
"Poi lo spieghi tu perché puzzano di pecorino. Vieni, aiutami a prendere quest'altra...."
Cialledda riuscì finalmente a darsi uno sguardo intorno. Gli uomini erano solo due ed avevano scaricato l'autoambulanza per riempirla di damigiane di vino. Una la stavano ancora riempiendo da un'altra più grande.
E con lui nel sacco c'erano piccole forme rotonde di formaggio. I due erano di spalle e non gli davano retta. L'unica cosa che poteva fare era lacerare a morsi il sacco lungo la cerniera, sarebbe bastato anche un piccolo strappo e poi avrebbe potuto lavorarci quando sarebbero ripartiti. Ma non gliene diedero il tempo. I due tornarono, un'altra forma di formaggio fu messa sulla sua faccia e lasciando il sacco aperto, lo ricaricarono.
Cialledda si alzò non appena si richiusero gli sportelli. C'era un finestrino fra il retro e l'abitacolo, ma per fortuna le damigiane di vino una sull'altra impedivano la visuale.
Uscirono dal garage finalmente. Le portiere si potevano aprire facilmente da dentro. Cialledda non sapeva cosa era successo né perché, ma tutta questa fortuna improvvisa gli stava dando la stessa sensazione di quando credeva di essersi messo in trappola da solo. L'autoambulanza prese velocità, Cialledda diede uno sguardo all'altro sacco, anche quello aperto e sotto il formaggio c'era la vecchia. Non Corrado. Povero Cristo.
Cialledda aprì e sbirciò fuori, troppe macchine dietro, saltando adesso sarebbe stato investito e si sarebbero accorti di lui. Poi finalmente rallentarono, procedendo a balzi e scossoni, le damigiane tintinnavano urtando fra loro. Erano in un campo mezzo bruciato che non offriva nessun riparo, ma era il momento migliore. Se i due lo avessero visto, poco male, si sarebbe messo a correre.
Non aveva certo problemi di fiato.
Saltò giù e dietro di lui una damigiana che si schiantò esplodendo in tanto tanto rumore. I freni inchiodarono, Cialledda cominciò a correre senza voltarsi. Chissà se lo avevano visto o se i due erano troppo presi dal carico perso. Saperlo non gli interessava. Gli bastava non essere inseguito.


Anche se non si sarebbe reso conto di essere seguito nemmeno da un carrarmato con sopra due rinoceronti sormontati da un pagliaccio obeso che suona una grancassa; Innocente non si pentì affatto della sua scelta di lasciare quell'uomo... in giro. Altro non poteva fare. Lassù dove si trovava, Innocente, oltre a restare come al solito affascinato dalla potenza di certi mirini telescopici, si dolse invece del non poter al momento separare dall'arma lo strumento per guardare. Che non si potesse sufficientemente distinguere, a livello pratico, esame ed esecuzione. Restava quindi solo l'atto mentale, ma tali considerazioni non gli appartenevano. Intanto la piccola utilitaria rosa (rosa!) che aveva seguito l'autoambulanza, adesso seguiva l'uomo - che i documenti e solo quelli dichiaravano cinquantenne - a passo d'uomo, bloccando il traffico in cui si erano rimescolati.
Tutto ciò dava il giudizio definitivo su inseguiti ed inseguitori da cui solo Innocente usciva senza macchia. Per modo di dire. Senza muoversi dalla sua posizione li avrebbe presto persi.
Infatti.
Ma per il momento era sufficiente.
Si concentrò di nuovo sul campo bruciato su cui ancora i due autisti si affannavano a litigare, come fosse una danza della pioggia in grado di far ricomparire il corpo che mancava all'appello. Alla fine si decisero a proseguire ed a raggiungere la casa. Scesero, suonarono ed una donna, molto bella dovette ammettere, si affacciò per farli entrare. I due cominciarono a scaricare vino e formaggio ed anche olio di oliva, notò Innocente.
Lei era tornata alle sue faccende, i due facevano in fretta, ben sapendo che la loro celerità non sarebbe stata apprezzata e che erano davvero in guai grossi.
Innocente sapeva di Bordiga solo attraverso Ermanno ed aveva dovuto accontentarsi, perché si trattava di un individuo che difficilmente ignora se e quando qualcuno si informava sul suo conto, almeno in ambiti medio alti, che poi erano quelli che gli competevano. Altrove non esisteva come del resto nemmeno Innocente a cui un poco dispiaceva. Vanitoso? A volte. Si chiese se anche Bordiga si sarebbe risentito, sapendolo.
Comunque... l'occupante dell'utilitaria rosa poteva giocare ad inseguire quel tale, che Innocente solo allo scopo di razionalizzare il più possibile, evitava di chiamare per quella meraviglia che era.
La vittima di cui non era responsabile, il calabrese, era stato portato via e pure la vecchia che invece aveva soppresso lui, avendo sorpreso nel suo strano rito il guidatore dell'utilitaria. Innocente aveva, in quell'ambito, il compito di proteggere e nascondere.
Lo aveva fatto.
Il suo cellulare lo distolse da quei pensieri.
"Pronto?"
"Che hai fatto?" era Ermanno ovviamente. Con domande altrettanto ovvie.
"Quello che dovevo fare. Non lamentarti."
"Non è tornata a casa stamattina."
"È a spasso tranquilla. Non ti preoccupare. La sto guardando adesso." quasi falso, quasi vero.
Al momento utile a sedare l'irrequietezza dell'interlocutore.
"Ma c'era bisogno di informare tutto il mondo?"
"Tu, questo Bordiga, lo vuoi impegnato a guardare dall'altra parte o ad accorgersi di te?"
"Come dovrebbe arrivare a me?"
"Nello stesso modo in cui ci arriverei io." chiuse.
Ermanno richiamò, Innocente spense il telefono, il suo tempo non era tutto per il minore dei Maier. Già, c'era un fratello, un suo amico, un suo grande amico. L'unico che al mondo fosse in grado di comprenderlo.
Il dolore di Innocente era grande, ma più grande la possibilità di raccoglierlo e trasformarlo in qualcosa d'altro. Innocente non sapeva esattamente cosa, ma poi era entrato nella stanza di quell'uomo, di quel finto uomo, finto ragazzo, magari bambino nascosto. Gli era già capitato di dover uccidere un eventuale testimone e di trovarlo bello che morto per circostanze dette solitamente naturali, un infarto, un ictus, forse addirittura la grazia di un Dio benigno che vuole risparmiare al suo protetto la morte violenta o maligno che vuole privarlo della possibilità di lottare. Innocente era bravo ad entrare nelle case altrui non visto, non sentito, ad avvicinarsi fino a misurare il respiro di chi dorme. Ma quello non respirava, Innocente aveva posto l'orecchio sul suo petto ed il cuore non batteva. Non c'era polso. Si era messo allora a frugare nella stanza per sapere chi egli fosse, la vecchia l'aveva già soffocata, si era dibattuta solo il necessario a perdere una ciabatta. Poi basta. Innocente gliela aveva rimessa, aveva rispetto per i vecchi, non c'era motivo di oltraggiarla. Ed aveva quindi fatto rumori che altrimenti non avrebbe prodotto ed il morto si era girato su un fianco ed aveva cominciato a parlare nel sonno. Non sapeva di cosa, non era riuscito a farci caso, Innocente si era spaventato, nomi e persone che non conosceva in ogni modo. Pensò di sparargli, poi di tagliagli la gola, poi di farlo a pezzi. Ma in realtà sentiva qualcosa montargli in corpo, un malessere a cui non aveva fatto caso, dapprima una strana sensazione nei polpastrelli, quando l'aveva toccato. Andò via.
Poi si appostò in attesa. La macchina rosa era a pochi metri, lasciò il suo nascondiglio e si avvicinò. La ragazza alla guida lo guardò sconcertata, ma la sua sorpresa era finta, il suo essere indifesa era finto. L'essere un trionfo di rosa confetto nei vestiti, nel rossetto, nello smalto era una finzione.
Il suo biondo, il suoi occhi celesti ed ingenui, i suoi seni ed il suo collo invitante un'esca.
Lei abbassò il finestrino.
"Vattene." gli disse Innocente.
Lei non rispose, limitandosi a mettere in moto. Innocente sapeva benissimo che di lì a poco si sarebbe rifatta viva. Ma non era più un problema suo. O meglio, non poteva occuparsene perché stava male, sudava molto, il corpo era intorpidito, una voglia di addormentarsi, una stanchezza che non aveva mai provato. Che poi andò via. Ma che tornò. Imparò presto come fosse una specie di avvertimento. Anche in quel momento, eccola arrivare ed eccola svanire. Poi per un istante il mondo stingeva in un chiarore che minacciava di restare per sempre. Ogni volta la stessa paura ed ogni volta non accadeva nulla. Niente di diverso almeno.
Innocente vide sua moglie fare capolino dalla porta di metallo che conduceva sul tetto del palazzo su cui si era appostato. Lei gli sorrise, lui le sorrise.
"Metti via quel fucile o hai intenzione di restare qui tutto il giorno?" chiese lei.
"No. Devo andare. Ci sono rimasto pure troppo."
"Lo porti via così? Niente custodia di chitarra? Di violino?" scherzava di certo.
"La macchina non è lontana."
"Ti accompagno."
"Grazie. I bambini?"
"Ci aspettano giù. Facciamo un giro? Non ti disturberemo... a loro piace vederti lavorare."
"Va bene."
Eppure gli aveva ammazzati proprio perché non accadesse mai.


Bordiga considerò che la cosa gli era già venuta a noia. Al momento gli era sembrata una grande trovata e molto più rapida di quella che si sarebbe poi rivelata. Era davanti al tribunale, parcheggiato in una dei posti riservati ovvero linee bianche disegnate sull'asfalto dello spiazzo antistante, un grosso ed inutile ostacolo dato che i più parcheggiavano all'interno del cortile. Bordiga però, aveva consigliato al servizio di portineria, di considerare come il cancello automatico fosse sul punto di rompersi e di non aprirsi più, specialmente fra le otto e mezzogiorno, tanto per stare sicuri.
L'arco di tempo di suo interesse infatti, andava solo dalle nove alle undici. Alle nove e tre quarti Bordiga osservò la macchina nera lucida e meno nuova di quel che si volesse far credere, posteggiare a pochi passi da lui.
Bordiga, al posto di guida, si limitò a piegarsi sul sedile accanto per qualche secondo.
L'avvocato Vaj padre - alla fine Bordiga si era ricordato il nome, dovendo informarsi sulle sue abitudini - gli dava ora le spalle procedendo verso il tribunale, lamentandosi all'ingresso per il cancello automatico e di conseguenza veniva mandato a quel paese dall'ottimo personale fornito da un subappalto di un subappalto. Lei non sa chi sono io, ma chi se ne frega, moderi i termini, vai a farti fottere e così via... alla fine entrò, scomparendo nell'edificio. Dandogli modo di sbrigare i suoi affari, Bordiga riteneva di non creare eccessivi motivi di risentimento dei clienti dell'avvocato nei propri confronti. Il massimo della delicatezza. Attese fumando e facendo qualche telefonata.
Salerno si era alzato di buon umore e si prestava volentieri alla conversazione addirittura proponendo una occasione conviviale, cui Bordiga accettò di presenziare. Telefonò poi a Daniela per farsi dire qualcosa di sconcio al telefono, ma quasi subito lei dirottò il discorso sulla salute di Bordiga, su come lo vedesse strano - più strano - del solito e che si era accorta di come dormisse sempre poco e male. Un po' meglio di Salerno, disse lui, ma di certo non era un metro di paragone affidabile e del resto non aveva nessuna voglia di continuare con quella specie di linea amica mancata, anzi di scarto, no, riciclata.
Alle undici meno un quarto Bordiga alzò gli occhi al cielo, come se qualcuno potesse vederlo - cosa che fra l'altro fece un passante carico di sacchetti della spesa - e si rassegnò a confermare l'incontro con il Sostituto Procuratore, in quel momento in città e che si disse disposto a - parole testuali - venire giù.
"Non mi fa un favore. Posso venire io da lei." sospirò Bordiga
"Ma no, ma no... è meglio..." strano, pensò Bordiga, contento lui.
Ma in effetti c'era gente che nel buco del culo si sentiva protetta, stava proprio comoda, del tutto a proprio agio.... del resto qui o là non avrebbe fatto differenza. Bordiga sarebbe stato accolto da un mucchio di carte uguali a quelle già in suo possesso ed il Sostituto Procuratore della Repubblica dottor Antonio Cazzato, sorvolando sul proprio cognome, avrebbe invitato una serie di magistrati indicati da uno o più acronimi a disporre le indagini. Bordiga non avrebbe obbiettato che, se proprio volevano fare le cose in regola quel capannello di amiconi avrebbe dovuto essere disperso, nemmeno esistere. Non lo avrebbe fatto appunto, in quanto, ossessionati ed ossessivi, con la paura di ritrovarsi circondati da innocenti e colpevoli, sospetti ed insospettabili, condannati ed assolti tutti ugualmente ostili e pericolosi per la pace familiare e la digestione; la disposizione delle indagini altro non sarebbe stata che un mostro policefalo con lo sguardo acquoso, un paio di barbe fatte male, un alito pesante di cui non sarebbe stato possibile identificare il cranio proprietario, un dopobarba nauseante. La creatura avrebbe sbadigliato e mal dissimulato un rigurgito contenuto all'ultimo momento dicendo: "Bordiga... vada avanti lei."
"Sicuri sicuri?" avrebbe chiesto per onestà intellettuale. Uno sprazzo.
Delle lingue penzoloni interpretabili come un sì.
Quindi era meglio sbrigarsi con questa cosa dell'avvocato.
Alle undici meno cinque l'individuo in questione si manifestò fuori dal tribunale, una breve sosta lo vide indeciso se riattaccare con la discussione del cancello automatico di qualche ora prima.
Decise di lasciar perdere, evidentemente, a Bordiga dispiacque un poco, gli fece una pena, un ultimo momento di vitalità glielo avrebbe pure concesso. Non era poi così insensibile. Mise in moto, si posizionò in strada ed accelerò mentre l'avvocato Vaj attraversava, lo investì, ma non troppo forte, solo quel tanto necessario per farlo cadere anziché caricarselo sul cofano.
Quindi gli passò sopra. S'era detto ventidue.
Al che si trovò in imbarazzo perché non aveva deciso se il singolo passaggio fosse da intendersi per ogni coppia di ruote o per tutte e quattro. Decise per il secondo metodo andando avanti, poi retromarcia. Lo specchietto retrovisore era abbastanza inutile e quindi dovette sporgersi dal finestrino per essere sicuro di centrare la testa almeno nei primi tre passaggi. Dall'ingresso del tribunale gli giunsero delle esclamazioni, subito mutate in sigarette tirate forte e denti stretti.
Un paio di carabinieri che ciondolavano nell'atrio pensarono di intervenire, ma affacciatisi e visto Bordiga alla guida, rientrarono. Era al decimo passaggio quando un gruppo di astanti si radunò a contemplare lo spettacolo, magari intervenire.
"Oh!" gridò Bordiga a quelli della portineria che e loro volta gridarono verso l'edificio. I due carabinieri di prima uscirono di nuovo, accompagnati da una guardia carceraria e due poliziotti.
Si misero a correre.
"Dai! Che non sto mica giocando!" sempre Bordiga e quelli a disperdere la piccola folla.
Alla ventiduesima botta, l'avvocato lo si doveva staccare con il raschietto. Bordiga trovò ancora libero il posto occupato fino a poco prima e solo allora gli sovvenne che anche Vaj aveva una macchina. Con lo sguardo cercò una borsa ventiquattr'ore, niente, l'avvocato non aveva niente con sé. Si rassegnò a perquisire il cadavere e trovò le chiavi dell'auto. Inservibili.
"Portate via questa schifezza... - disse ad uno dei poliziotti - ... e fatemi trovare quella macchina aperta....anzi trovate il figlio e chiedetegli se ha una copia delle chiavi."
Il poliziotto annuì, Bordiga sbadigliò chiedendosi quanta roba sarebbe riuscito ad ingollare al bar del tribunale prima dell'arrivo del Procuratore. Era arrivato ad ordinare il primo caffè corretto e il cellulare lo sorprese al secondo giro di cucchiaino nella tazzina. Questa cosa dei telefoni stava diventando una ossessione, tanto da far desiderare un ritorno al piccione viaggiatore se non addirittura al tamburo tribale. Era Salerno.
"Che c'è?"
"Ti vuole parlare una persona."
""E tu che c'entri?"
"Sta qua."
"Addirittura? Passamela."
"Pronto? Bordiga lei è un uomo difficile da trovare"
"Non che sia consigliabile provarci. Ha un nome?"
"Già, mi scusi, mi chiamo Pace..."
"Il giudice?"
"Vittima di battute infelici. Proprio io."
"Se restava comodo in tribunale mi vedeva di persona."
"Ah, è lì? Senta io la cercavo perché avrei bisogno di una sua ... consulenza."
"Avrebbe o ha?"
"Ho ovviamente... Ho saputo che incontrerà il Procuratore..."
"Cazzato tende a mettere i manifesti quando fa qualcosa. In questo caso la battuta infelice è solo la verità."
Mezza risata:
"Bé... non avrebbe dieci minuti per me dopo? Mi hanno confinato al terzo piano... le sarà facile trovarmi."
"Se proprio è necessario..."
"Mi hanno detto che lei è un fenomeno." al che Bordiga sentì la risata tutta intera, anzi soverchia, di Salerno.
"Dipende con che tipo di gentaglia si consiglia... posso chiedere di che si tratta?"
"Può, ma preferirei non parlarne al telefono."
Bordiga sospirò:
"Come vuole. A dopo."
"Mi aspettavo più resistenza da parte sua, lo confesso..."
"Questi sono giorni particolari."
Chiuse senza salutare. Il caffè era diventato freddo, lo ingerì comunque d'un fiato. Ordinò un bourbon e pagò un giro per i carabinieri ed i poliziotti che erano intervenuti fuori. Dispersa la gente, gli erano sciamati attorno. Avrebbero fatto di tutto pur di scroccare qualcosa al bar, qualcosa di irresistibile. La guardia carceraria era sparita. Curioso.
Alla sua previsione su Cazzato e compagnia bella, si era aggiunta unicamente l'appendice, nel senso di protuberanza - pigolante ed interessante solo per un proctologo - del prefetto in pensione dottor Patella, appositamente riesumato. In passato, nel suo passato, quando Bordiga era solo una premessa a se stesso ed a se stesso ignoto, avevano lavorato insieme, nel senso che Patella aveva mostrato interesse nei suoi confronti e Bordiga che, ora come ora lo avrebbe strozzato con la sua stessa cravatta, addirittura sembrava lusingato. Cazzato, convinto di essere un genio, doveva essersi messo in testa che quel personaggio avrebbe scatenato sensazioni positive in Bordiga, il quale sarebbe uscito da quell'incontro traboccante (meglio ingorgato) di quegli stratagemmi per il popolino chiamati dovere, onore, responsabilità, rispetto... Per di più, la mente infognata del Procuratore, aveva scartato come inutile l'avvertire Patella della presenza di Bordiga.
Probabilmente aveva esordito con "C'è un tuo ex sottoposto a cui vorrei parlassi" oppure "Ci sarebbe uno a cui farebbe bene fare due chiacchiere con te." Patella, dal canto suo, sapendo di Bordiga si sarebbe dato malato o morto, tanto per andare sul sicuro, invece non immaginando l'enormità dell'essere coglione di Cazzato, aveva avuto un attacco di sindrome da padre della Patria ed era corso per fare la sua ramanzina, con lo sguardo del grande autorevole vecchio che aveva preparato allo specchio. Tanto da provocare una paralisi nei propri lineamenti che quell'espressione producevano mentre bofonchiava qualcosa. Senza guardare Bordiga negli occhi.
Tutti gli altri corsero in suo aiuto. L'incontro si concluse e Bordiga, uscendo, fece in tempo a cogliere un gocciolio ed una esclamazione collettiva di disgusto. Il vecchio si era pisciato addosso.
Bordiga salì al terzo piano sorridendo. Il suo precedente incontro con Patella, sempre nelle nebbie del passato, vedeva quest'ultimo nudo e legato ad una sedia, circondato da gente con il volto coperto che brandiva utensili che non lasciavano niente all'immaginazione. Lo sfondo era il primo assaggio di realtà di Bordiga che, stranamente, coincideva anche con una lezione approfondita di coscienza politica. Che non c'era, non c'era mai stata, non ci sarebbe potuta essere. Ora, Patella l'aveva coinvolto in situazioni simili e Bordiga ci si era prestato volontariamente, molto convinto e non era infatti questo che gli rimproverava. E nemmeno la crudeltà e nemmeno l'inganno che portava alla crudeltà. Era il fatto che, senza quell'inganno, Patella riteneva Bordiga troppo stupido per capire, troppo deficiente per essere un semplice mercenario. Bordiga non sopportava quando qualcuno gli dava del fesso. Punto.
Bordiga lo voleva ammazzare ed appenderlo a prendere il sole al cancello della villa al mare dove, al momento, la famiglia del prefetto si era trasferita. Glielo disse. E quello si pisciò addosso.
Poi dal nulla era arrivato un tizio e le persone a sua disposizione ponevano Bordiga ed i suoi in svantaggio numerico. Già il fatto che fosse riuscito a rintracciarli nella masseria diroccata in cui Bordiga si era cacciato, deponeva a suo favore.
Sua Eccellenza, così si faceva chiamare il tizio, dagli amici specificò e noi siamo amici vero?
Sua Eccellenza disse che Patella era affar suo e fra le altre cose offrì a Bordiga un lavoro, opportunità di carriera, eccezionali bonus di eccezioni, deroghe e lasciar correre. Bordiga disse che stava bene dov'era, sempre disponibile comunque. Sua Eccellenza era una persona affabile.
Uccidere un Bordiga uno spreco, a parere suo.
A Patella furono fatte firmare delle dimissioni, poco dopo andò in pensione. Ricordi e vescica operano quindi all'unisono.
Terzo piano: Bordiga afferrò per il colletto un impiegato che gli era passato davanti spingendo un carrello di faldoni e gli chiese dove si fosse imboscato il giudice Pace. L'uomo era ben piazzato, fisicamente Bordiga scompariva a suo confronto. Ma doveva essere anche intelligente ed il suo istinto di sopravvivenza gli fece semplicemente rispondere.
"Grazie. Buongiorno." disse Bordiga lasciandolo andare.
"Prego. Buongiorno a lei."
Sulla porta a cui Bordiga bussò era rimasta una targhetta nera a caratteri bianchi, una sequenza di consonanti senza senso seguita dal numero quindici. Forse serviva ad esemplificare che utilizzo fare di una targhetta e di come andasse sistemata nell'apposito supporto. Curioso, pensò Bordiga, che non poteva sentire attraverso la porta spessa se qualcuno avesse risposto avanti tornate dopo o datemi un minuto. Peggio per Pace se amava stare in ufficio in mutande. Salerno, in un frangente simile, aveva il buon gusto di chiudere a chiave. Entrò e basta.


"Chissà cosa si aspetta da me..." disse Bordiga tirando indietro la sedia ed aspettando che Salerno depositasse sul tavolo due involti di carta. Il primo, che conteneva due bicchieri di plastica e tovaglioli, fu steso come una tovaglia sul tavolino di legno traballante, di quelli richiudibili.
Il secondo, con la carne arrostita, fu posto al centro ed aperto. Un uomo depositò sul tavolo una damigiana di vino da cinque litri.
Salerno attaccò la carne, Bordiga il vino. Attorno a loro altri tavolini, altra gente.
Il buco del culo arrivava fino al mare e lì molti dei suoi abitanti si riversavano per gridare chiedendo che fine avesse fatto la loro ordinazione e da una casupola grande a malapena per contenere brace e carne, nessuno gli rispondeva. Quello che arrostiva, ad ogni grido, affondava lo spiedo con più violenza, tanto la carne morta non si lamentava.
"Qualcosa crede di poterla avere. - disse Salerno - Sembrava avere un gran bisogno di trovarti."
"E tu lo hai aiutato?"
"Così, per ridere...ma che ti ha chiesto?"
"È andato a pescare delle indagini di anni e anni fa, cose a cui ho lavorato quando c'era Patella, altre a cui ho lavorato dopo..."
"Solo quelle?"
"Macché, sta rivoltando l'archivio... dice che omicidi o no ha bisogno di rivedermi al massimo fra un paio di giorni..."
"Allora salutamelo."
Ciò che Salerno intendeva dire riguardava poco la cortesia. Le condizioni dell'archivio erano il sottinteso, cartaceo o no che fosse, condizioni pessime a cui duramente si era lavorato. Una massa di informazioni inutili, inconcludenti, quanto non reticenti o del tutto assenti. Ma in cambio ultra bollate, un parossismo di vidimazioni e controfirme, una strage di fogli di carta su cui centinaia di timbri si erano abbattuti con furia incontenibile, lasciando il loro marchio indelebile. Nulla che Bordiga già non sapesse ed in fondo, se questo Pace fosse un cretino venuto da chissà dove oppure un maestro nell'arte di allungare il brodo smuovendo vecchie carte mentre faceva tutt'altro; tutto ciò non gli interessava. In realtà gli faceva pena. C'era uno slancio addirittura umano, un voler prendere il soggetto in questione sottobraccio e dirgli, gentilmente, in confidenza, dai... vatti a coricare.
"Me lo lasci un po' di vino?" disse Salerno a Bordiga che, sovrappensiero, aveva già sconfitto un litro e mezzo.
"Sempre che lasci qualcosa da mangiare." rispose, scegliendo fra varie frattaglie, finalmente masticando.
"Che coglione... - mormorò Salerno osservando l'interno crudo di un pezzo di cuore di vitello, bruciato all'esterno, ma mangiandolo comunque - Tonio, il padrone... nemmeno minacciando di arrostire lui riuscirà mai a capire come si cuoce la carne..."
"L'hai fatto?"
Salerno annuì:
"Sono vent'anni che sta dietro a San Giuliano."
"Tonio il padrone?" apposta, Bordiga.
"Non rompere il cazzo... - Salerno con la bocca piena - Pace ovviamente... quello prima stava... - puntando l'indice in su intendendo indicare qualche alta sfera - ...e dal momento stesso in cui ha cominciato ad interessarsi all'Onorevole lardoso è sceso di un gradino, poi di un altro e poi fiuuuuu...." il fischio di Salerno morì ed il dito andò a conficcarsi al centro di una salciccia arrotolata e tenuta da un lungo stuzzicadenti. Anche quella gli finì in bocca, peccato, perché Bordiga la stava puntando. Meglio esaurire i pezzi di agnello allora.
"È scampato ad una bomba se non sbaglio..."
"Peggio per lui. Si toglieva il pensiero."
Si alzò un po' di vento che portò, fra le tavolate, l'odore di fogna che gli abitanti del buco del culo credevano essere l'odore del mare. Salerno ruttò come se fosse solo e per quanto lo riguarda, lo era davvero.


Gennaio
"Quindi lei ha investito un uomo, passandoci poi sopra ripetutamente?" esclamò il giudice anzi, avrebbe voluto esclamarlo, ma un sussiego del tutto fuori luogo gli fece pronunciare la frase come una semplice osservazione, come a dire tanto ho già scritto tutto... c'è il cancelliere... insomma ha confessato... io sono il giudice e bla bla bla... come mi piace essere il giudice... e bla bla... con il cancelliere...
"Di tutta la storia solo questo ha sentito? - Bordiga invece non aveva problemi a strillare - Ma dove vi pescano, all'asilo nido? E quest'altra testa di cazzo dove la mettiamo eh?" l'ultima era destinata al cancelliere che continuava a scrivere. Perché poi non registrare? Bordiga forse sarebbe riuscito a controllarsi meglio.
La mano destra dell'uomo senza orecchio, accanto a Bordiga, si posò delicatamente su quella del cancelliere. Che però saltò sulla sedia come se fosse stato bacchettato. Al che la mano sinistra dell’uomo partì per fornire al cancelliere un metro di paragone verosimile ed efficiente, in modo tale che in futuro, le sue reazioni risultassero proporzionate. Probabilmente non a causa dello schiaffo attuale, due grosse lacrime apparvero sul volto del cancelliere. Sia Bordiga che il giudice le trovarono fuori luogo, l’uomo senza orecchio non aveva un giudizio a riguardo, ma la giustificazione di non possedere tempo e voglia per rievocare situazioni pregresse di cui non era tenuto ad essere a conoscenza.
E disse:
“Credo necessario ribadire che questa nostra chiacchierata sta avvenendo per cortesia. E per nient’altro. Lei... - rivolto al cancelliere - ...si ricomponga e scriva quando le faccio cenno io.”
“Perché, non racconto bene?” chiese Bordiga.
“Benissimo, ma sintetizziamo almeno sulla carta.”
“Troppo flusso di coscienza?”
“Niente affatto.”
“Continuo?”
“Prego.”
Bordiga sospirò, gli dava particolarmente sui nervi quando veniva interrotto, ma la sua era stata una lunga assenza ed assieme al raccontare viene anche l’interruzione. Bisogna essere pazienti.
“Se ha domande più intelligenti questo è il momento.” Bordiga al giudice.
Che ci pensò un istante:
“Chi aveva chiamato per il cadavere del calabrese? - Bordiga annuì. Poteva andare. - Un telefonata anonima?”
“Macché! O meglio, in teoria era anonima... ma come se io la chiamassi dicendo salve signor giudice, sono Bordiga, ma questa è una telefonata anonima... mi spiego?”
“Veramente no.”
Pazienza. Comunque, per rispondere alla sua domanda devo riprendere dal coltello, un bel coltello a dire il vero, il manico di acciaio e di osso, non la solita madreperla, una lama di venti centimetri.... resistente e affilata, la punta leggermente ricurva. Era rimasta dentro ed il sangue scorreva lungo il filo e si raccoglieva alla base della lama gocciolando veloce...”
Il sangue di chi?”
Ci sto arrivando... l’autobus scaricò tutti i passeggeri in città e per ultimo riuscì a scendere Ciccio Ottomanelli...”


Novembre dell'anno prima
Ciccio ricapitolò velocemente cosa aveva da dire e come lo avrebbe detto. Non vedeva l’ora di liberarsene, aveva paura che glielo si potesse leggere in faccia e che a farlo fossero i suoi fratelli. Inoltre aveva timore di non trovare più la persona ad aspettarlo. L’appuntamento era in un ospizio. Gli era parso strano, ma gli avevano detto che sarebbe stato sufficiente citofonare, dire il suo nome e l’avrebbero fatto entrare. Giunto a destinazione Ciccio si trovò davanti ad un cancello automatico nero con su una figura di santo che non sapeva chi fosse, tutto ammantato d’oro e con rami di qualcosa in mano e altri attorcigliati sotto i piedi. Fra essi si poteva leggere casa protetta. Accanto al cancello un portoncino, sempre nero, un videocitofono ed una targhetta con scritto suonare.
Ciccio non poteva vedere l’interno e nessun suono gli arrivava alle orecchie. Suonò.
Rispose una donna:
“Il suo nome.” a Ciccio parve un tono da sbirro.
“Ottomanelli Francesco.” ed il suo era quello della generalità per il controllo.
“Avanti.”
Il portoncino non emise nessuno scatto o ronzio. Ma si era aperto. Molto pesante, lo spinse ed entrò, il pistone idraulico gli diede appena il tempo di passare, il portoncino si richiuse con forza, anche troppa. Le orecchie di Ciccio fischiarono per qualche secondo. Entrò in un cortile coperto di ghiaia, dove erano parcheggiate delle auto, alcune grandi e nuove, altre più piccole e vecchie.
L’unico ingresso era una porta a vetri attraverso cui Ciccio poteva vedere un corridoio bianco e delle scale. Non c’era nessuno. Entrò e si fermò, non sentiva passi avvicinarsi, nessun rumore.
“Salga.” Ciccio sussultò. Da dov’era lui non era riuscito a vedere la stanza da cui la ragazza si era affacciata. A Ciccio piaceva, ma del resto gli piaceva qualsiasi cosa con le tette.
Questa poi ne faceva un gran sfoggio da una giacca che si capiva chiaramente essere fatta per farle saltare fuori.
Ciccio si avvicinò mentre con lo sguardo cercava un ascensore, doveva essere un posto pieno di vecchi, anche se non ne vedeva, l’ascensore doveva esserci per forza.
Nella stanza c’era solo un computer acceso, uno scaffale vuoto, una scrivania sgombra.
Ciccio gettò un’occhiata sullo schermo, uno di quei video dove spiegano come truccarsi, non doveva essere molto occupata.
Dove sta l’ascensore?”
Non c’è. Per le scale.” la presenza di Ciccio l’aveva comunque indispettita.
Non è un ospizio?”
E allora?”
E non c’è l’ascensore?”
Appunto.”
Lei tornò a sedersi, Ciccio si mise l’animo in pace e si preparò alla scalata. Arrivò al piano di sopra sempre senza incontrare nessuno e non sapendo più dire precisamente quale fosse la gamba sana e quella no e nemmeno come fosse finito lì e se davvero era deciso a fare ciò che stava per fare. Come se potessi decidere, coglione! Si disse e ridisse altre mille volte quando, smarrito, parola che tra l'altro non era nemmeno in grado di usare, ammesso che la conoscesse, disse ad alta voce:
"Pronto?" dove ce l'hai il telefono? Si chiese. Risposta ovvia.
"In fondo a destra!" una voce finalmente. Seguì le indicazioni, camminò lungo un corridoio di stanze aperte e con i letti ben fatti con lenzuola celesti e coperti da teli di plastica trasparente ed arrivò in una stanza più grande. C'erano due scrivanie ai lati, un distributore automatico di caffè e delle poltroncine una attaccata all'altra a destra e a sinistra del distributore. Che aveva appena scodellato del caffè. Un uomo che Ciccio non conosceva aspettava di poter prendere il bicchiere.
Quello che Ciccio conosceva era disteso sulle poltroncine di destra. Guardava il soffitto, stava scomodo e non sapeva dove mettere braccia e mani, si alzò per prendere il caffè che l'altro gli porgeva.
A consegna effettuata lo sconosciuto si decise a dar retta a Ciccio:
"Signor Ottomanelli..."
"Buon giorno." fece Ciccio, gli strinse la mano.
"Si accomodi... Mi scuso se siamo un poco arrangiati. Caffè?"
Ciccio annuì. Quello che conosceva e che si era presentato come Innocente, cercò una moneta in tasca, la trovò, l'uomo la infilò nel distributore, Ciccio sedette, aspettò e prese il suo caffè.
"Grazie."
"Sono pronto ad ascoltarla signor Ottomanelli... come il dottor Innocente le avrà spiegato, purtroppo ci sono esigenze, su cui non mi è possibile dilungarmi in questa sede, che non mi permettono di presentarmi..."
Ciccio annuì, come se davvero Innocente gli avesse spiegato qualcosa, non era vero ovviamente. Dal canto suo, Innocente guardava Michele con un mezzo sorriso. Sia perché era lui che decideva quali fossero le esigenze e sia perché era una delle pochissime occasioni in cui sentirsi apostrofare come dottore. Era laureato, vero, così abituato a rimescolare le carte che quasi gli dispiaceva quando qualcosa si riduceva a mero fatto. Ciccio pure aveva i suoi dispiaceri. Aveva appena chiesto:
"Non registra? Non scrive?" e si era morso la lingua chiedendosi da dove gli uscissero certe domande da fesso. Perché sei fesso, ma la risposta, al momento, era così lontana dentro di lui, che poteva far finta di non sentirla.
"Ho buona memoria." Michele.
Innocente si distese di nuovo, il caffè era finito e la storia l'aveva già sentita. Si accese una sigaretta, tirò appena una boccata e poi la abbandonò a consumarsi e spegnersi lentamente nelle poche gocce rimaste nel bicchiere.
"Prego..." fece Michele
"Ho visto chi ha ucciso il figlio di quello lì, del dottore... di Correggio. E pure un altro prima, quando..."
"Aspetti. Procediamo con ordine. La persona è la stessa di cui ha fatto il nome al mio collega?"
"Sì."
Non siamo colleghi, pensò Innocente. Chiuse gli occhi.
"Bene. - proseguì Michele - Il primo omicidio... come può dire che si tratta della stessa persona?"
"Ero lì. Io e i miei fratelli."
"Fratellastri." corresse Innocente. Poteva sembrare si fosse addormentato. No.
"Tutti e tre. - si limitò Ciccio - Siamo andati lì... l'aveva appena ammazzato e abbiamo fatto sparire il corpo."
"E mi vuol fare credere che Sandro e Savino Petraforata si siano mossi personalmente per qualcosa del genere? Non è da loro rischiare di compromettersi così."
"Quella volta sì. Dovevano essere loro e basta... ed io."
"E la ritengono degno di tanta fiducia?"
Cos'è, vuoi farmi sentire in colpa? Pensò Ciccio, un moto d'orgoglio giusto per sottolineare che sapeva benissimo cosa stava facendo. Forse troppo sottile da parte sua, perché nessuno nella stanza ci badò, nemmeno lui in un certo senso. Non rispose e basta.
"Continui." Michele
"Abbiamo fatto delle foto prima di far sparire tutto. Nel caso ci fosse la fregatura."
"Cosa si vede in queste foto?"
"Tutto. Il morto, chi l'ha ammazzato, sangue... tutto... e poi aveva una specie di crisi... rideva..."
"Spero non il morto." Innocente trovava la sua intromissione divertente. Michele non ci badò.
A Ciccio sembrò uno schiaffo.
"Quindi ho solo la sua parola a confermare la presenza dei Petraforata sul posto." Michele sembrava deluso, Ciccio per la prima volta realizzò quanto poco avesse in mano.
Neanche come testimone vado bene? Nemmeno la soddisfazione di sentirmi infame...
"Lasciamo perdere per il momento... non si sono rivolti più a voi dopo quella volta?"
"No."
"È sicuro."
"Sì."
"I conti tornano." di nuovo Innocente, stavolta Michele non lasciò correre.
"Vuoi proseguire tu?"
"Ti sei offeso?"
"No, sto solo chiedendo."
Ciccio stava per bere finalmente il primo sorso di caffè, ma l'interruzione non durò abbastanza.
"È in possesso di queste foto?"
"No."
"Sa dove sono?"
"Sì."
"Può prenderle?"
"Credo di sì.. sì."
Il caffè si era freddato. Che me lo hai dato a fare se non mi dai nemmeno il tempo di bagnarmi le labbra? Si chiese. Ma Michele non gli concedeva, in realtà, nemmeno il tempo di mettere ordine nei pensieri e di realizzare che tutto, lì, in quella stanza, era un metodo non calcolato, non studiato, ma cresciuto spontaneamente, come la gramigna.
"Veniamo al giovane Correggio. - Michele - Come lo conosceva?"
"Cocaina." secco, Ciccio. Era più che chiaro.
"Vende per strada?"
"No. Quando sono ricchi... Sandro mi fa fare le consegne a domicilio."
"E quella persona era con il ragazzo?"
"L'ho riconosciuta subito."
"Anche lei sarà stato riconosciuto."
"Sì. Ma... non gliene fregava niente..."
"Atteniamoci ai fatti. Da allora ha cominciato a seguirli?"
"Sì e no... avevo già il gesso... più o meno sapevo dove andavano... poi stavano sempre insieme..."
"Era presente anche la sera dell'omicidio."
"Non era sera... non me lo aspettavo... erano arrivati a casa del ragazzo... al cancello del giardino... la casa è grande..."
"Ne sono a conoscenza. Non divaghi."
"Insomma, all'improvviso quello si è beccato un colpo di cacciavite alla gola, due in pancia, due al fianco e non so quanti altri dopo... ma secondo me era già morto dopo i primi tre o quattro colpi... se uno sa dove darli..."
"Non mi interessano le sue impressioni. Cosa è successo dopo."
"L'ha lasciato lì."
"Ha fatto delle foto anche stavolta?"
"No... e che ne potevo sapere..."
"Ancora una volta ho solo la sua parola, è corretto?"
"Ma..."
"Risponda."
"Sì."
"Veniamo a quando il mio collega... - Innocente sbuffò. Ciccio si spaventò come fosse un botto - ...l'ha colta ancora intento nei suoi pedinamenti. Seguiva sempre la stessa persona giusto?"
"E di che stiamo parlando?"
"Mi sto sforzando di essere educato. Non mi metta alla prova."
Ciccio in vita sua ne aveva sentite e subite e fatte di minacce, urlate, gridate, bisbigliate, a mano armata, telefoniche, per lettera. Ma quello di Michele, in posato Italiano, gli fece più paura di tutte.
Abbassò la testa come a chiedere scusa:
"La stessa persona." confermò.
"E che faceva?"
"Scaricava un corpo davanti ad una porta... ma non aveva la chiavi perché ci ha messo un po' ad aprire.. poi l'ha tirato dentro ed è uscita..."
"Non era a piedi."
"Una macchina rosa... ma come si fa ad andare in giro..." ma si zittì da sé, prima che Michele potesse dirgli qualcosa.
"Quindi?"
"Poi sono arrivato io... - Innocente si alzò a sedere - ...e poi l'ho prelevato e non l'avessi mai fatto perché mi state distruggendo le palle. Collega... - qui fu Michele a sentire qualcosa alla bocca dello stomaco - ...vieni al punto altrimenti, quanto è vero Cristo, vi sparo."
Innocente era uno da prendere alla lettera. Michele non credeva di essere personalmente in pericolo, ma Ottomanelli con un colpo in testa non era né tempo né luogo per ritrovarselo fra i piedi.
La tempistica era ciò che fregava Innocente, non vera e propria impazienza, quanto indulgenza verso certi scenari che prima o poi si sarebbero verificati e che quindi, per lui, erano già da archiviare.
Un lusso, questa visione d'insieme, ben diversa da quella che Michele era costretto ad adottare. Per sé strategica, per Innocente per così dire... millenaristica. Se Michele aveva imparato qualcosa nella vita era che l'emergere della follia negli uomini aveva i propri araldi in questa comodità di concepire religiosamente ogni cosa e persona, la morte come una ribellione verso la morte stessa. E con ciò si giudicavano liberi.
E quindi diventavano pericolosi.
Le persone libere sono sempre pericolose.
Michele si sistemò la cravatta. Inserì una moneta nel distributore senza staccare gli occhi da Innocente. Il bicchiere del caffè cadde nelle suo alloggiamento con il fragore di una frana.
"Il suo caffè sarà diventato cattivo. - disse a Ciccio - Prenda accordi con questo signore per la consegna di quelle foto. Dica esattamente quando, dove e come intende impossessarsene. Lei ha chiesto denaro e la possibilità di andare via da questo posto. Avrebbe potuto già farlo da sé... ma per quanto mi riguarda le sue richieste verranno esaminate solo dopo che quel materiale mi verrà consegnato."
E ad Innocente:
"Contento?"
"Questo signore?!" breve applauso. Ciccio pensava che, per loro, era sparito.
Non proprio:
"Buongiorno." gli disse Michele consegnandoli il caffè. Ciccio aveva due bicchieri in mano adesso.
"Buongiorno." mormorò, non si voltò per vedere Michele uscire.
Erano rimasti lui ed Innocente che si alzò con un gemito.
"Mi si è bloccata la schiena..." disse. Ciccio si sentì in dovere di dire qualcosa, ma cosa?
"Allora... - sempre Innocente - ...parla con questo signore."








Seguito o no che fosse, la corsa di Cialledda durò poco. Imbrattato del sangue di Corrado in cui si era steso ed annunciato e seguito dalla scia di formaggio in cui si era fatto il bagno di bellezza, Cialledda era stato, nell'ordine, scansato, bestemmiato e sputato dalla varia umanità che incontrava.
Un tizio fuori da un bar si era quasi strozzato per finire la sua bottiglia di birra e tirargliela.
Il percorso di Cialledda si stava dirottando verso di lui, quando la macchina rosa lo investì salendo sul marciapiede e falciando, in aggiunta, una vecchia ed un uomo con il cane. Cialledda finì sul cofano, poi cadde di lato giusto in tempo perché un'altra macchina se lo tirasse appresso per qualche metro abbandonandolo contro una terza posteggiata a destra, sterzare e schiantarsi contro quelle parcheggiate a sinistra. Clacson e urti restarono sospesi nell'aria, per paura o piacere della scena, immobile chiunque si trovasse nei paraggi. Abbastanza per l'auto rosa tutta ammaccata che scese dal marciapiede facendo cadere un motorino e filò. A qualcuno sarebbe toccato fare una telefonata o magari era il caso di trovare un lenzuolo per coprire un morto, i morti, camminare a zig zag nel sangue. Cose così. Eh no! Pensava Cialledda che sapeva di essere tutto rotto, strappato, sanguinante, ma anche perfettamente cosciente, lucido ed incazzato. Anzitutto con se stesso perché credeva di essersi portato sfortuna da solo dato che questa storia dell'investimento l'aveva pensata appena messo piede nel buco del culo. Gli scongiuri non erano serviti e quindi era uno jettatore di prima categoria. Secondo motivo, per cui non poteva nemmeno sputarsi in faccia da solo dato che non riusciva a muoversi: un giro in ambulanza se lo era già fatto e bastava ed avanzava. Terzo ed ultimo: aveva visto la faccia di quella bionda stronza che lo aveva investito e non se la sarebbe scordata.
Voleva, doveva alzarsi ed andarla a cercare fino in capo al mondo e fare un bel falò di lei, della sua macchina rosa di merda e di quant'altro gli fosse capitato a tiro. Nel frattempo gli astanti avevano cominciato a strillarsi pareri e ad insultarsi perché nessuno faceva niente oppure a lamentarsi sul perché non arrivasse ancora nessuno, volevano la processione dei lampeggianti, volevano dire la loro, volevano magari la televisione.
Meglio sarebbero stata la disinfestazione o la guardia forestale. Il numero di gazze che volavano rasoterra costrinse la gente a rannicchiarsi al suolo e coprirsi la testa con le mani, nessuno sapeva se strillare era la parola giusta per degli uccelli, ma era quel che stavano facendo, strillavano, non fischiavano o gracchiavano. Gridavano. Il suono era quasi umano ed erano dappertutto posate sul marciapiedi, per strada, sulle auto, sulla gente che se ne stava a terra temendo per i propri occhi, che per quelli tutti avevano paura, non c'era nessuno a dirglielo e comunque saperlo non li avrebbe aiutati. Le gazze sembravano aspettare che anche le ultime in volo trovassero il loro posto e per un intero minuto ci fu silenzio, come se il resto della città fosse lontano, scuotevano le ali, le alzavano, oziosamente si becchettavano. Aspettavano. Intanto la vista di Cialledda si appannava, il mondo e le gazze che lo circondavano sbiadivano diventando grigie, poi bianche. Fu allora che, come ad un segnale che solo loro potessero sentire, si avventarono su di lui. E cominciarono a mangiarlo.
Cialledda in verità non provava dolore, ma si sentiva muovere e spostare dagli uccelli che gli strappavano pezzi di carne e quando tutto diventò buio capì che gli avevano strappato gli occhi.
La cosa durò qualche minuto e qualche coraggioso riuscì a vedere le ossa di Cialledda che affioravano da sotto la calca delle gazze, ma subito tornava a coprirsi il viso quando un becco nero e grondante sangue si voltava verso di loro.
Era una festa privata in fin dei conti. Insieme come erano arrivate, le gazze si alzarono in volo, un vento leggero e qualche piuma sospesa in aria.
Lo smaltimento di Cialledda non fu ovviamente seguito dalla stronza bionda, definizione di cui pure lei era all'oscuro, che dopo un un paio di semafori rossi, ignorò varie precedenze, un operaio che si era messo a dirigere il traffico attorno al buco che altri due scavavano e che ci finì dentro, due transenne ed altrettanti divieti di accesso. Le frenate che sentiva al suo passaggio non la trovavano tanto sensibile nemmeno da guardare nello specchietto retrovisore. Essere fermata, poi, era l'ultima delle sue preoccupazioni, non lo era affatto, anche se aveva la sensazione che si cospirasse per toglierle quella comodità. Comunque il suo percorso procedeva, il più possibile in linea d'aria, risparmiandole quello lungo che Ermanno Maier si ostinava a fare da automobilista irreprensibile.
Arrivò alla villa in meno di un quarto d'ora e proprio Ermanno trovò ad accoglierla sulla soglia, doveva aver sentito la macchina o magari quell'individuo di cui si serviva attualmente aveva fatto bene il suo lavoro di spia. Per utile che potesse essere, era fastidioso pensarlo continuamente acquattato magari proprio lì, in quel momento. Motivo per cui non vide la necessità di informare Ermanno su ciò che aveva appena fatto, seppure la cosa esulasse dalle sue abitudini, l'investimento cioè.
Ermanno sembrava proprio volerle parlare. Buon per lui. Forse si era finalmente stancato di restare la maggior parte del tempo sepolto in una casa enorme che, al massimo, conta tre residenti fissi.
Il personale non gli dava nemmeno la soddisfazione di stare fra i piedi dato che per pulizie e cucina arrivavano, facevano quel che dovevano e se ne andavano. Organizzazione che lei, a questo punto, giudicava un orpello o meglio come in certi animali certi organi od appendici che non avevano più nessuna utilità, ma che continuavano a trasmettersi generazione dopo generazione. Ermanno invece la dichiarava un compromesso accettabile, magari solo una precauzione, ma con compromessi e precauzioni ci stava già giocando troppo per poter valutare lucidamente.
Ermanno da parte sua non riteneva che il suo giudizio fosse obnubilato od in qualsivoglia modo compromesso, poiché sapeva di attribuire il giusto valore alla persona che vedeva scendere dall'auto e venire verso di lui, alla vista solo l'impressionante riproduzione del loro primo incontro, ma che adesso sapeva leggere ed interpretare. Poteva vedere infatti, oltre l'immagine di una appena maggiorenne che sarebbe rimasta per sempre una ragazzina e che aveva trasformato il proprio mezzo a quattro ruote nella succursale di quell'asilo che erano anche le sue stanze, un rassegna di tutta la paccottiglia costosa e dei simboli di una infanzia prolungata magari intervallata da attività sessuale sovrabbondante ed isterica. Lei si poneva come tipico esemplare di pollame starnazzante, smaliziato e vanitoso quanto ingenuo e decisamente troppo esposto al mondo. E su queste basi, lo sprovveduto avrebbe giudicato la luce fioca nei suoi occhi come avvisaglia di poco acume ed il sorriso aperto, ma fisso e facile per eccessivo e mal riposto entusiasmo. Non avendo il tempo per interrogarsi su cosa distingue la maschera dalla mimetizzazione, Ermanno si limitava ogni volta a constatare e confermarsi che qualcosa era stato preso alle spalle da qualcuno che sapeva esattamente cosa stesse facendo e con un peso al collo era stato buttato giù, nel profondo di quelle pupille fredde ed il grigio che le colorava erano le ultime bolle d'aria congelate prima di raggiungere le superficie.
L'abbigliamento rispettava gli stessi canoni, gli stava addosso come se lei non avesse coscienza dei naturali cambiamenti del suo corpo e ciò le conferiva un'aria lasciva e fragile, che risvegliava vari appetiti o quantomeno disposizioni di benevola sufficienza.
L'unica cosa che la tradiva era l'andatura, decisa su passi silenziosi, una freccia che contava sull'umana tendenza a distrarsi, pensando di poterselo permettere e così Ermanno si era ritrovato ad essere fissato dritto negli occhi con il suo naso che quasi sfiorava quello di lei.
"Che vuoi?" chiese la ragazza
Ad Ermanno sarebbe bastato niente per baciarla e lei del resto lo faceva apposta a creare queste situazioni, per vedere se lui, fra tutti suoi calcoli e convenienze, conservava qualche altro tipo di tentazione e di imbarazzo. Per quanto paradossale potesse essere, Ermanno benediceva la propria disonestà che gli permetteva di non toccarla, nemmeno pensare di toccarla. C'era da rileggere intere vite di santi chiedendosi se non si trattasse solo di consumati malversatori, usurai e dispensatori di moneta svilita, grattando e rosicchiando oro come topi idrofobi che si sfogano su tutto ciò che li circonda quando il cibo di cui sentono l'odore è ben chiuso ed irraggiungibile. Il matrimonio tra fede e peculato, su questo gli sarebbe piaciuto divagare, rendendosi conto di essersi privato del lusso, che prima non gli sembrava tale, della divagazione.
"Vorrei parlarti." si limitò a dire
"Parla." concesse lei.
"Non qui. Nello Studio. - e come se gli tornasse solo ora in mente - Tuo padre è tornato."
"Felice di sentirlo."
Lei lo precedette per i grandi ambienti della villa. Dopo aver attraversato lunghi corridoi pieni di porte, arrivarono a quello di ciò che Ermanno aveva eletto a studio. Ce n'era uno più grande al piano superiore, ma qui aveva piazzato i monitor delle telecamere che sorvegliano l'esterno e buona parte dell'interno della villa. Incassata in una delle pareti verdi, rivestite per metà altezza da pannelli di legno chiarissimo, c'era una cassaforte. Ma né quella né l'apparato di sorveglianza avevano guidato la scelta di Ermanno.
"Accomodati." le disse indicando una delle sedie davanti alla scrivania. Lei invece scelse una delle poltrone a destra di Ermanno che per averla di fronte dovette cambiare posto lui. Lei dondolava le ginocchia come un bambino che si sta annoiando, che poi era proprio ciò che accadeva. Ma Ermanno doveva comunque dire ciò che doveva dire:
"Ti devi fermare per un po'. Almeno finché non ho capito che piega hanno preso le cose."
"Faccio ciò che mi pare, mettiti l'anima in pace. Sei tu che devi trovare il modo di sbrigartela. O no?" e con il breve silenzio di Ermanno lei ebbe conferma che sì, era così e che il suo pedinatore lavorava e riferiva in tempo reale.
"Me la sono già sbrigata. - puntualizzò Ermanno - Altrimenti non sarei qui a parlarti. Ma devi venirmi incontro, dopo la faccenda del figlio di Correggio hai fatto una stupidaggine dietro l'altra, prima o poi ti dovrai rendere conto che l'imprudenza è qualcosa che non ti puoi permettere finché..."
"Finché?" ecco, pensò lei, Ermanno Maier affranto dalla pietà borghese che commette il delitto, ma non lo chiama con il suo nome.
Curiosamente proprio lo stesso che pensava lui, nei termini di una visione del mandante non come gestore di fatti criminali, ma come lavoratore intellettuale che per vie razionali, purtroppo provoca azioni reali che possono essere spiacevoli. Ma al momento presente era una specie di sfida che si stava svolgendo e dato che lei era, per Ermanno, la materia prima con cui aveva costruito la sua posizione, non poteva ritrarsi:
"Finché continuerai ad ammazzare la gente per divertimento." ma era pur sempre una conversazione privata.
"In questo caso lascia mio padre a se stesso, disinteressati dei suoi affari e tornatene a casa. Io me la caverò in qualche altro modo."
Non ce la faresti, pensò Ermanno. Ed il pensiero di lei che si prendeva un paio di ergastoli, dell'Onorevole che cadeva in rovina, lo carezzarono per qualche istante. Ma appunto, solo un istante. C'era della semplice avidità alla base. Lo sapevano tutti e due. Difatti lei si alzò, la conversazione era finita, non c'era altro da aggiungere e pure se ci fosse stato...
Una volta solo, Ermanno chiuse la porta a chiave, controllò due volte che effettivamente lo fosse e passò nella stanza attigua dove dormiva. Anche di camere da letto ce ne erano di grandi e comode, ma quella aveva la peculiarità di essere munita non di grandi finestre, ma solo di un lucernario rettangolare stretto e lungo. Aveva inoltre una porta solida e pesante di cui aveva fatto cambiare la serratura e fatto aggiungere altre due più un chiavistello. Chiuse tutto, tirò il chiavistello, lo fermò con la catena.
Rea San Giuliano era in casa.
Ed il fatto che lui coprisse i suoi omicidi per ricattare l'Onorevole, il fatto che la proteggesse, non lo proteggeva da lei. Per questo non tenevano più personale fisso in casa. Un morto ammazzato con tanti testimoni che avevano visto lei allontanarsi con lui, Ermanno non avrebbe saputo come gestirlo. Per fortuna, la volta del cameriere, San Giuliano si era rivolto ai Petraforata, mossa pericolosa, ma dati i loro rapporti e la natura di quelle persone, morto più, morto meno... non che l'Onorevole non ne avesse commissionati di omicidi... ma il lavoro intellettuale appunto... in quel frangente era svanito, si era infranto contro l'immediata necessità, si potrebbe dire gli occhi del mondo... basta, si disse, fermati, pensa ad altro, non pensare a niente, pensa ma non farci caso... in qualche modo sapeva che la riflessione era una trappola pericolosa, non poteva permettersi una mente sempre pronta a farsi trascinare da elucubrazioni per quanto piene di significati, persino geniali, ma che creavano come un varco, un passaggio oltre cui non c'era l'oblio, decisamente non c'era. La più crudele, terribile, orrenda delle verità.


Rea già non pensava più ad Ermanno, spogliandosi in camera sua, non per sua volontà - anzi era stato lo spunto - simbolo dell'eccesso di rosa, dell'ingorgo degli animali di peluche, del soffocamento da cuscini a caramella e di altri sprechi di tessuto. Sua madre, che i primi tempi si era provata allestendo quel baraccone, semmai fosse ritornata dal suo esilio volontario a Montecarlo in cui insisteva da dieci anni ormai, si sarebbe di certo complimentata per l'ottimo stato di conservazione della sua creazione - a parere di Rea e di chi possieda onestà intellettuale - a pieno titolo patogena.
Per fortuna, si diceva spesso Rea, che ho già un passatempo tutto mio. Considerazione che, suo malgrado, la fece tornare a quell'omino di sotto, barricato per conseguenza delle sue stesse scelte.
Me la sono già sbrigata, così aveva detto, possibile che non fosse al corrente di quel tizio che si era salvato e che poi lei aveva investito? Lo stesso che quel tale, Innocente, aveva dato per morto dopo essersi occupato della vecchia, quando lei aveva scaricato il corpo del giardiniere... quel poveraccio che l'aveva avvicinata così, per caso, in un locale troppo al di sopra delle sue possibilità, così come aveva fatto il figlio del dottore... da qui la definizione di passatempo data da Rea alla sua attività, non che le cercasse le vittime, erano loro che si presentavano. Peggio per loro... ma tornando al tizio... non era nemmeno sicura che fosse morto davvero... forse si era salvato ed era in coma oppure era rimasto paralizzato... ma in fin dei conti non era una perfezionista anche se curiosa sì, curiosa di sapere perché Innocente gli aveva detto che era morto... una stana coincidenza pensò.
"Una strana coincidenza..." si ripeté ad alta voce guardandosi nuda allo specchio, forse avrebbe dovuto perdere un paio di chili...
"Sei bellissima." alle sue spalle c'era la vittima numero tre, come la chiamavano i giornali, fino ad ora si erano presentate quasi tutte e sempre a fargli i complimenti. Lui era un giovane avvocato praticante, non ricordava il nome.
"Ci mancherebbe altro." gli disse Rea.


Dopo carne e vino, Salerno aveva trascinato Bordiga per svariati bar alla ricerca di grappe ed amari selezionati secondo il suo personale gusto. Era seguita un bisca dove, oltre ad essere conosciuto come giocatore, era atteso come miscelatore di birre d'importazione e distillati ed infine erano atterrati nel suo ufficio con la ferma intenzione di inaugurare una bottiglia di bourbon. Salerno considerava se stesso un monumento all'alcolismo ed aveva bisogno di pubblico da incitare a rovinarsi le viscere al suo stesso modo, da insultare dopo aver vomitato e ripreso a bere, da compatire quando - comunque troppo tardi - decideva di fermarsi.
Bordiga si prestava, fascinato dalla portata di trangugiamento di quell'uomo che, fondamentalmente, si stava ammazzando. Con il rischio che ammazzasse a sua volta qualcuno. Qualcun altro cioè. Si era addormentato sulla poltrona dell'ufficio ed a svegliarlo fu la bottiglia di bourbon che scivolata dalle mani di Salerno ormai cotto, era caduta rompendosi in rumore, pezzi di vetro ed odore di alcool. Salerno non si era accorto di nulla, russava sulla sedia, i piedi sulla scrivania, saliva che gli colava dalla bocca sul mento e sul petto. Fosse stata la loro una amicizia propriamente detta, Bordiga gli avrebbe sparato, pietosamente, lucidamente. Stando invece così le cose, decise di andarsene. La notte era passata, quella fuori doveva essere l'alba e quella fra due cassonetti la sua auto.
Sulla fiancata destra una ammaccatura di cui non ricordava il dove, il come, il quando.
Il cofano aperto. Vuoto. Non si richiudeva.
Si mise al posto di guida, avviò, se non altro partiva ed all'interno non c'erano evidenti sorprese.
In giro non c'era anima viva anzi no, ce ne doveva essere qualcuna nella macchina che faceva lampeggiare i fari a pochi metri da Bordiga. Ce l'avevano proprio con lui, ma a giudicare dall'auto non gli risultava che in giro ci fossero temerari con gusti così dispendiosi per un conflitto a fuoco primaticcio. Bordiga si mise la pistola in grembo, quelli continuavano. Bordiga spense il motore, il suo sonno era durato forse dieci minuti e la notte con Salerno permaneva in un giramento di testa con fitta dietro la nuca. Ma se si doveva sparare si sarebbe già cominciato. Si trattava d'altro probabilmente e senza lasciare la pistola scese dall'auto. Fu in qualche modo sollevato quando vide Sua Eccellenza fare lo stesso, staccarsi dai segnalatori dilettanti ed andargli incontro con il bavero alzato. Per coerenza si alzò vento davvero.
Sua Eccellenza tese la mano, Bordiga la strinse.
"Che succede?" chiese
"Sto facendo una telefonata anonima." Sua Eccellenza, porgendogli un biglietto con un indirizzo.
"Così urgente da farla di persona?"
"Non volevo ci fossero equivoci. So che l'hanno messa su quegli omicidi che stanno facendo rumore... l'avranno pregata suppongo..."
"O fregato... ha pure inteso quando sarebbe stata fatta questa telefonata?"
"Mi è sembrato si dicesse fra un paio d'ore."
A questo punto avrebbero anche potuto congedarsi, ma a Bordiga sembrò che Sua Eccellenza temporeggiasse, accennando appena un passo indietro.
"C'è altro?" Bordiga
"No. Una mia impressione... ma niente di inerente."
"Allora la saluto."
Bordiga evitò di osservare le manovre di allontanamento di Sua Eccellenza. Per quanto lo riguardava, aveva tutto il tempo di tornare a casa, concedere ancora un poco di incoscienza a Salerno e presentarsi sul posto in forze. Non sapeva e non voleva sapere che interesse avesse Sua Eccellenza in quella storia, ma di certo voleva che si facesse casino, come chiunque altro del resto.
Bordiga non aveva problemi a riguardo, andava sempre bene quando si riusciva a riempire la mattinata, dimostrare alle creature che ci si ammassano e rotolano, che la nebbia la si può scacciare anche con il rumore.
Per poco che sia.
A casa, Daniela era già sveglia. A detta sua erano state le gazze che tutta la notte e fino ai primi chiarori, avevano deciso di posarsi tutte intorno alla casa ed organizzare un concerto stridente e gracchiante interrotto da un branco di cani che aveva imperversato fra loro abbaiando ed ululando, ma senza comunque riuscire a scacciarle. In effetti Bordiga aveva visto dei cani arrivando, ma se ne stavano immobili, sfiancati, ma comunque nervosi per il freddo e la fame, acciambellati uno contro l'altro per necessità, ma pronti a mordere. Daniela insisteva a dare la maggior parte di responsabilità alle gazze, niente in contrario per carità.
"Rimettiti a letto." le disse incontrandola per le scale.
"Mi sono innervosita, non è proprio cosa." superandolo per scendere in cucina.
Bordiga allora la afferrò per i capelli, ma senza violenza, lei si fermò subito. Bordiga scese due gradini, la fece voltare e lei si piegò finché lui non le lasciò i capelli per abbassarle gli slip e prenderla da dietro. Fu una cosa veloce, nel senso che fu Daniela a venire quasi subito e Bordiga ne fu così tanto sconcertato che la sua testa prese ad affollarsi di considerazioni sulla dispersione del proprio sperma che offuscarono completamente la realtà della sua scopata; che avevano così poco a che fare con il sesso ed il piacere che preferì tenersi la propria erezione, rialzarsi i pantaloni e rimandare Daniela di sopra, sonno o non sonno, d'accordo o meno.
Non voleva nessuno fra i piedi.
In più gli era venuta fame, voleva di nuovo carne e vino e qualsiasi altra cosa fosse piena e piccante, formaggio, ancora vino e caffè. E ricominciare fino a non riuscire a muoversi.
Dispensa e frigorifero non avevano però intenzione di appoggiarlo, proponendogli solo roba da spalmare su fette biscottate pallide, frutta così oltraggiosamente di stagione, carta di salumeria oleosa e senza odore come il contenuto. Sperò nella cantina dove era sempre stato attento ad ammassare con la prepotenza ed il taglieggio ciò che i trapassati accumulavano lavorando e quindi senza la relativa previdenza e cura. Olive in acqua sì, ma damigiane vuote e niente formaggio, niente di appeso, sotto olio, sale o aceto. Solo spazi vuoti che ben si conservano sotto bestemmie e maledizioni precedenti e seguenti la sua nascita. Tornò di sopra che lo stomaco bruciava e la fame era diventata nausea. Non sapeva a che gioco l'avesse invitato Sua Eccellenza, ma tanto valeva provare a stendersi un poco, provare a lottare contro l'acidità e la gola secca ad occhi chiusi.
Andava bene anche il divano piccolo in soggiorno come anche il pavimento, pur di non dare a Daniela la soddisfazione di cacciarla dal letto in cui l'aveva rispedita. C'era un divano comodo nello studio, ma pur di non entrarci sarebbe riuscito ad adattare le proprie dimensioni a qualsiasi giaciglio e magari il tentare di contrarsi gli avrebbe fatto pure bene, sentirsi contenuto, definito, compresso, irresponsabile di ogni eccesso, esposto ad ogni abuso ed imposizione del contenente. Si decise per il divano piccolo, lì stare fermo era uno sforzo talmente impegnativo da impedirgli di pensare. Non per molto: il telefono si fece facilmente strada nella sua mente assopita che, senza consultarsi con lo stesso Bordiga, dispose all'istante tutte le operazioni necessarie a rispondere. Ed un rutto, dall'altra parte, fu il segnale che annunciava la fine delle manovre. Senza dubbio Salerno, suo il suono, suo il respiro pesante, sue le parole biascicate. Probabilmente teneva la fronte premuta contro il piano della sua scrivania, un braccio penzoloni e l'altro che a fatica sorreggeva la mano che sosteneva le dita che tenevano la cornetta del telefono nei pressi della testa. Se non altro ce l'aveva fatta a riemergere.
"Buone notizie... - Bordiga non ci credeva - ...belle notizie." aveva quindi capito bene.
"Stiamo sprofondando sotto il mare?"
"Quasi. - il colpo di tosse doveva essere l'effetto di un tentativo di ridere - Hanno ammazzato i Petraforata."
"Tutti e due?"
"Tutti e tre, pure il fratello bastardo."
"Ah! Che piacere... in culo all'anima loro!"
"Ma..."
"C'è il ma?"
"Non lo so, davvero. Vieni a vedere?"
"Dobbiamo fare pure un'altra cosa."
"Ti ascolto."
"Non così. Raduna un poco di gente, io arrivo subito."
Ad essere precisi si precipitò, non vedeva l'ora di contemplare i Petraforata crepati e non aveva chiesto i dettagli per non togliersi il piacere di scoprire da sé come li avevano tolti davanti agli occhi, era come per chi si lascia per dopo il parto lo scoprire il sesso del nascituro. Od almeno così credeva, lo divertiva pensare che così fosse. Compresi i dubbi, le aspettative e persino una traccia di disappunto nel caso specifico, perché Sandro e Savino Petraforata giacevano scomposti sotto il palazzo dei loro avvocati, punto di origine di scie di sangue che si andavano allungando e schiarendo. Sparati in testa. Troppo veloce, non avevano sofferto... ma bisognava accontentarsi. Salerno pure era galvanizzato dall'evento e sembrava del tutto in forma, tanto che annuì sorridendo in direzione dell'edificio in cui ora toccava addentrarsi. Bordiga pure, constatò il suo umore notevolmente migliorato. Scacciò due poliziotti con il consueto stramaledetto lenzuolo: la zona aveva cominciato appena a risvegliarsi nonostante il viavai di uomini e mezzi. Bordiga non vedeva perché privare dello spettacolo la cittadinanza magari, si disse, si convincono che siamo stati noi e guadagniamo pure qualche punto.
"Hai proprio voglia di lavorare!" gli fece Salerno
"Si potrebbe dire. Fai così, lasciami solo un paio di persone e porta tutta la carovana a questo indirizzo... con le autoambulanze non quei coglioni della mortuaria... mi raccomando, una bella fanfara! E quando avete finito, prima di andartene, chiamami."
Salerno aveva capito tutto. Nonostante la prima impressione, Bordiga notò una certa fiacca, una pesantezza nei movimenti, la contrarietà delle sue palpebre a partecipare a ciò che faceva il resto del corpo, ma non glielo disse. Lo aspettava l'interno della palazzina. Dimenticò Salerno, entrò e salì la rampa di gradini che conduceva al primo dei due piani. I due poliziotti che erano rimasti con lui non sembravano convinti ed ancora cercavano con gli occhi, nell'atrio strettissimo, l'ascensore che non c'era, a fissare il contatore della luce e la cassetta postale di legno come due idoli a cui sacrificare per ricevere la capacità di ascendere in unità di corpo e spirito... Bordiga si fermò a fissarli, quelli lo notarono finalmente e presero a scodinzolargli appresso.
Prima minaccia alla sua buona disposizione.
La seconda: l'intera palazzina, molto vecchia, che rimandava alle origini del buco del culo.
Qualcuno l'avrebbe definita persino un edificio storico, anzi non aveva dubbi che fosse proprio così e che gli interni fossero stati rimodernati a spese della collettività. Tutto nuovo dentro, ma in fin dei conti non si trattava che di due uffici per gli avvocati, una stanza per l'archivio e la fotocopiatrice, un bagno. Niente pavimenti a mosaico, niente arazzi, nessun pisciatoio d'oro, nulla che giustificasse la scelta di quel luogo piuttosto che di un altro. Proseguendo, Bordiga incontrò una saletta d'attesa con distributore automatico, già una stranezza se si ha quel tipo di clientela, un cucinino con piccolo frigorifero, macchina del caffè e microonde. Un altro bagno.
Qui Bordiga si arrese all'evidenza. Non era un bagno.
La parete a cui erano fissati i sanitari, essi stessi ed un quadrato di pavimento, erano scostati, di certo scorrevano completamente di lato permettendo di accedere all'ambiente che c'era dietro, un altro archivio, anzi il vero archivio. Bordiga notò anzitutto il computer acceso collocato probabilmente in corrispondenza del distributore nella sala d'aspetto, tre schedari di cui due vuoti e aperti ed uno chiuso e come tale certamente pieno, una cassaforte a muro aperta e vuota. C'era anche una branda con materasso e lenzuola, ma dubitava che ci avesse mai dormito qualcuno o che, comunque, avesse avuto mai altra funzione che reggere i faldoni che c'erano sopra e che forse erano destinati ad essere esaminati e chiusi negli schedari vuoti. L'ambiente non aveva finestra, ma due ventole che si accendevano quando si premeva l'interruttore della luce. Bordiga verificò accendendo e spegnendo, anzi spengendo, al momento gli sembrava più consono. I poliziotti invece si erano fermati al corpo di Ciccio Ottomanelli, alla sua testa reclinata, alla luce che inevitabilmente lo colpiva guidando lo sguardo degli ottusi che reagiscono solo ad uno stimolo per volta. Il sangue pure era di Ciccio e ce n'era parecchio dato il sistema di buchi, tagli e lacerazioni di cui era stato gratificato il corpo che, Bordiga lo disse a beneficio dei due presenti che scalpitavano, sempre di Ciccio era e che non sarebbe scorso via assieme al sangue, non c'era pericolo svanisse sciogliendosi. Il coltello che Bordiga liquidò con il termine generico di esotico, doveva essere di Sandro Petraforata, noto fanatico di lame varie e di ammazzamenti sul posto. Savino non era migliore di lui, ma altrettanto noto ai più per la discrezione. Era rimasto nel corpo di Ottomanelli, forse intenzionalmente preposto a spillare anche le ultime gocce di sangue cosa che, in ogni caso, sembrava riuscire. Un sorriso increspò le labbra di Bordiga... era a conoscenza, per sentito dire o per essere più corretti per averlo sentito sghignazzare da varia gentaglia (fra cui Salerno ovvio), dei problemi esistenziali di Ciccio, strettamente connessi a quelli agli arti. Soffriva, il fratturato cronico, il non essere riconosciuto membro della famiglia, ma se qui si erano presi la briga di sopprimerlo di persona, non doveva essere del tutto così.
Se mai - Bordiga non aveva ancora deciso - quella faccenda sarebbe arrivata integra all'attenzione mediatica, sarebbe stata letta e proposta appunto come qualcosa di famigliare. Ottomanelli quindi aveva avuto soddisfazione, senza il tempo di godersela è vero, ma ciò non toglieva valore alla cosa.
Al massimo, concluse Bordiga, anzi quasi certamente, Ciccio non era abbastanza sveglio da arrivare a simili conclusioni e proprio nel momento in cui avrebbe potuto arrivarci senza l'aiuto di nessuno, era distratto dal fatto contingente di essere accoltellato. Qui l'ultimo e definitivo attacco al buonumore di Bordiga che si frantumò in domande che decise di riassumere e porsi in seguito.
Disse ai poliziotti di cercare qualcosa per forzare lo schedario e quelli partirono. Bordiga si dedicò ai faldoni e più distrattamente al computer da cui, era convinto, si erano tolte delle informazioni già possedute in altra maniera. Le carte erano sempre e comunque più sordide.
Difatti: solo dalla branda c'era da mandare in galera almeno un centinaio di persone di tutte le risme. Almeno in teoria. A che scopo conservare quelle prove, quella gente avvertiva davvero il suo crimine come colpa?
Se potevano essere ricattate da prove segrete e segretate doveva essere così, quindi tutti erano dei dilettanti, persino i più efferati al massimo erano delle bestie, meglio, al massimo potevano aspirare ad essere bestie di qualche tipo. Bordiga si sentì sminuito dall'avere a che fare con questa forma di masturbazione, che altro non era. Niente di eccezionale. Intanto il tempo era passato, i due agenti stavano ancora imperversando per la zona alla ricerca di un utensile o magari se ne erano dimenticati e sostavano in attesa, di sotto, in attesa di essere pungolati.
La telefonata di Salerno arrivò come gradita distrazione.
"Ancora là stai?" chiese Salerno.
"Sto andando via. Che hai trovato?"
"Tre morti. Una vecchia, uno calabrese ed uno di qui. Si chiamano..."
"Quel che sia.... - sbattere di sportelli, stridore di freni, bestemmie, insulti - Che succede?"
"Quel coglione di De Zita ha parcheggiato di traverso e si è imbottigliato con altre due macchine... che grandissimo... che mi dovevi dire?"
"Sta là Radogna?"
"Certo che sta qua. Si è portato pure il fratello oggi... Te li mando?"
"No. Digli di andare a casa mia con il carico completo. Adesso. Tu serviti pure."
Salerno grugnì in segno di assenso, in quel momento qualcuno gli passò accanto vociando in falsetto "Siamo carabinieri! Siamo carabinieri!" e questi e Salerno a ridere.
"Che è?" Bordiga
"Niente... quando siamo arrivati c'erano questi minchioni che si sono cacati addosso... siamo carabinieri!" e di nuovo la stessa imitazione approssimativa.
A Bordiga dispiacque essersi perso la scena.
"Radogna hai detto?" riprese Salerno
"Sì. Bé... a dopo."
"Siamo carabinieri!" sentì di nuovo. Chiuse. Adesso gli toccava avvisare Daniela, le piacesse o meno, lui aveva mobilitato le autoambulanze giusto per avere Radogna a portata di mano. Un verme il cui vino e formaggio erano però eccellenti. Due vermi per l'esattezza. Lui, Giovanni e suo fratello Nicola che invece che con le autoambulanze, imperversava all'obitorio imponendo il becchino ai parenti del morto di turno. Anche loro che sentivano la colpa e la minaccia della punizione e che ovviamente si tenevano buono Bordiga o chiunque altro, rifornendogli la dispensa. Ma Bordiga, bisogna dirlo, li aveva anche educati bene. All'inizio un'arroganza si era sviluppata in loro come una muffa sul loro prodotto ma poi, grazie alla forza di persuasione di Salerno, i compromessi con occultamento di cadavere, le sparizioni di referti o ancora il trasporto di vario materiale e varie persone nella insospettabile autoambulanza, li avevano rimessi al loro posto. E resisi utili in queste circostanze, sulla loro originaria mancanza di rispetto ed eccesso di confidenza Bordiga poté finalmente chiudere un occhio. Quello sinistro di Nicola, dato che Giovanni doveva guidare, per meglio spingere il guercio a vigilare sul fratello se non voleva perdere anche l'altro od altre parti... per Daniela era sufficiente un messaggio.
Si stava innervosendo. I poliziotti si erano volatilizzati.
Sparò alla serratura dello schedario e finalmente ebbe accesso al contenuto. In quel momento gran vociare, gente che saliva di fretta, riconobbe i due poliziotti. Bordiga lasciò le carte, uscì dal (ridicolo) archivio segreto e si preparò ad accogliere i deficienti che non erano riusciti a trattenere i due avvocatissimi dei Petraforata, Pàiano padre e figlio (di nuovo?), antipatici già dal nome. Bordiga aveva ancora in mano la pistola e per qualche secondo ciò dissuase il gruppetto dal proseguire oltre, era chiaro che i documenti erano la loro unica preoccupazione. Difatti la ressa ricominciò e Bordiga che non aveva alcuna intenzione di mettersi a fare la transenna umana, non vide altra soluzione che colpire il figlio con il calcio della pistola e conseguente ginocchiata. Finalmente i poliziotti si attivarono ed atterrarono il padre dando conferma che sì, si trattava della famosa brutalità della polizia. Tutto ciò a scopo didascalico, per rendere chiara ai Pàiano la situazione, nel caso si illudessero di continuare come avevano fatto fino a quel momento. Non c'era più nessuna foschia in cui arrabattarsi fino all'ultimo, cercando riparo prima della totale dissoluzione. Tradotto in termini più comprensibili, morti i Petraforata, non c'era più niente a proteggerli, non potevano nemmeno sperare di potersi rivendere i loro preziosi segreti, valevano meno di un cazzo, un beneamato paio di palle, nemmeno lo sforzo che le loro madri avevano fatto per partorirli. Così disse e gli sembrò di essere compreso. Impressione sbagliata perché quelli, pur trattenuti a terra, parlavano. Non gli avevano prestato attenzione, parlavano, si lamentavano. Proposte? Minacce? Promesse? Si stava scadendo nel grottesco ed ancor più la cosa fece infuriare Bordiga in quanto, giunti a quel punto, potevano capirlo persino loro. Sconsolato, Bordiga gli sparò in faccia, due volte ciascuno.
I poliziotti si ritrassero troppo tardi per evitare il sangue, probabilmente non si aspettavano quell'atto da parte di Bordiga, più in generale non si aspettavano Bordiga e basta. Che li osservò... Salerno, pur di non lasciargli qualcuno di più anziano che avrebbe perso la maggior parte del tempo a cercare qualcosa da portarsi a casa, gli aveva lasciato le nuove leve, magari con voglia di mettersi in mostra e che non avevano ancora avuto il tempo di marcire al punto giusto. Quindi Salerno aveva buone intenzioni... ma posso, con sua stessa sorpresa si domandò Bordiga, posso io abbandonarmi a queste strane – per lo più arrabattate – specie di predestinazione? Mi spiego meglio, disse a se stesso, perché me lo devo: non era ciò che avevo in mente, cancellarmi cioè annullarmi senza trasfigurarmi. Che invece era la mia intenzione. Non posso accettare, qui, ora, una qualche forma di connivenza spontanea, ossia il degrado al branco di bestie pur sempre carnivore, ma dedite unicamente alle carogne. Che faranno adesso? Ammiccheranno, guarderanno dall'altra parte, si prenderanno confidenza? Avessero almeno un senso del limite, non dico del decoro, non dico della decenza... ma non ce l'hanno Cristo santo! Nemmeno a pagarlo!
E quindi sparò anche ai poliziotti, prima al petto, poi alla bocca dello stomaco. Il punto era che persino da morti era chiaro quanto fossero idioti da vivi... inconcepibile davvero.
Tornò dal cadavere di Ciccio ed estrasse il coltello, lo ripulì su una parte pulita dei vestiti dello stesso e fu costretto ad una seconda passata sui pantaloni di Pàiano figlio. Tornò di sotto, dai Petraforata in eterno riposo, chiedendosi se fosse il caso di aspettare che Salerno tornasse a ripescarlo... di chiamarlo non gli andava perché in fondo era permaloso ed avrebbe sicuramente interpretato la chiamata di Bordiga come un rimprovero e presunto di doversela vedere lui con avvocati e poliziotti.
Al che Bordiga avrebbe dovuto lasciarlo fare. Meglio di no... quando uno ha un brutto carattere... come se Bordiga da solo non potesse sistemare la faccenda in almeno – li contò in effetti – ventuno modi diversi ed anche se così non fosse stato, sarebbe stato proprio curioso di vedere chi si sarebbe messo a fare domande. Ma trattandosi di domande... si chinò sul corpo di Sandro per frugargli nelle tasche e si rese conto di avere ancora il coltello fra le mani. Lo posò sul marciapiede.
Trovò il cellulare del morto e chiamò l'unico numero del tribunale che conosceva a memoria e che risultò essere quello del bar. Si trattava, allora, della nefasta influenza di Salerno. Se ne fece dare quindi un altro più utile ed alla fine riuscì a mettersi in contatto con il giudice Pace.
I ventuno modi di cui sopra implicavano l'azione del solo Bordiga, quello che gli era venuto in mente, invece, permetteva di compromettere un uomo magari davvero onesto e che proprio per onestà, volontariamente, si comprometteva. Così Bordiga diveniva tentatore, non bestione affamato, non cafone borsaiolo, non accattone sbirresco, non vile ruffiano, niente di tutto questo.
“Pronto? Chi parla?”
“Voleva il mio aiuto?” disse Bordiga senza presentarsi.
“Ah, è lei...” Pace, senza fare nomi. Già erano entrati in sintonia.
“Lo avrà. Subito anche, se mi raggiunge. Sono...” e gli diede l'indirizzo.
“Devo venire da solo?”
“Decida lei. Non fa differenza.”
“Posso chiedere...”
“Si sbrighi e non dovrà più chiedere niente a nessuno.”
Vera o strategica, Bordiga ascoltò qualche secondo di tosse di Pace, che altro non ebbe da dire se non:
“A fra poco... La ringrazio.”
“Non ne ha motivo.”
Bordiga così, dovette concludere che mondo, ironia, verità ed onesta intellettuale sono infami come solo sanno essere i parenti stretti.




L'uomo retto ha cercato la solitudine ed in essa ha trovato l'amore per le creature viventi che sono, sono state e saranno. Ha alimentato ogni giorno il fuoco per l'opera sua e con l'opera e nell'opera ha appreso come vivere a lungo, molto più a lungo degli altri uomini, seguendo la via della povertà, della verità e della sapienza. Compiuta l'opera, l'uomo retto è poi tornato fra i suoi simili chiamandoli fratelli: possedeva finalmente la conoscenza immediata, infallibile di ciò che è bene e di ciò che è male.
Anche l'uomo perduto ha voluto la solitudine e vi ha cercato e trovato alleanza con ciò che è morto, ciò che vuol esser vivo e ciò che mai lo sarebbe stato. Ha alimentato ogni giorno il fuoco dell'opera ed ogni notte del fuoco del giorno, così da strappare la preda alla morte e dalla morte apprendere le strade che essa tesse, percorre o evita e quali conducono al nulla e quali all'estensione della vita.
L'uomo perduto è poi tornato fra gli uomini in silenzio: padrone di vincoli e separazioni e dell'opera compiuta, distingue senza errore il bene dal male. E sa adoperarli entrambi a proprio vantaggio.
Tremate dinanzi all'uomo retto, ma diffidate!
Diffidate dell'uomo perduto e tremate!
A Cialledda, persino gli ambulanti con il microfono, al mercato, che vendevano attrezzi per tagliare le verdure o fare i ghiaccioli, persino quelli gli davano di prete. Figurarsi questa voce, forte e distante assieme che voleva cosa? Insegnare? Raccontare? Convincere? Cialledda al momento capiva solo di esserci, di ricordare e di non avere corpo.
Forse avrebbe dovuto essere spaventato, ma non lo era e di certo non doveva rendere conto a nessuno di non esserlo. Avvertiva il movimento però e vedeva, non aveva cioè altro modo di spiegare le immagini, ciò che lo circondava, ma che fosse acqua o cielo... un aiuto però lo avrebbe accettato davvero volentieri e forse allora la solitudine non era un gran cosa e piano all'orizzonte cominciava a montare ed a far paura, ma quale orizzonte? Non distingueva le direzioni, avanti od indietro, alto o basso...
Come in alto così in basso! Di nuovo la voce, ne aveva per molto ancora?
Come in alto così in basso! Come in alto così in basso? Dovremmo qui indulgere fratelli, concedere benevolenza a tale ingenuità? Perdonare il fanciullo e cercare... cercare chi, in sua vece?
L'uomo retto cercò in alto, ma per quanto salisse non raggiungeva mai una altezza sufficiente a tutto vedere, tutto abbracciare, eppure l'ascesa era infinita ed il mondo in cui era nato era lontano ormai e nessuno lo aveva chiamato indietro e nessuno gli si era fatto incontro. Che mi sia inoltrato nelle regioni dell'immensa, imponderabile maestà di Dio, si chiese l'uomo retto, che mi sia dunque perso?
L'uomo perduto cercò in basso, ma nonostante affondasse nelle viscere di ciò che è, non riusciva mai a raggiungere profondità tali che, scosse, tutto potessero scardinare. Ed il suo luogo d'origine era così lontano che il suo stesso oblio era stato dimenticato e mai aveva incontrato ostacolo alcuno né alcuno gli si era fatto incontro. Mi chiedo, disse a sé quest'uomo, se nel remoto insondabile abisso di Dio io non sia perduto né più né meno che in superficie, ché se così fosse io, che già ne ebbi coscienza ero già in Dio e la mia opera era conclusa ancor prima che la principiassi.
L'uomo retto procedeva ancora senza nessuno incontrare mentre, cosa che mai egli seppe, ammesso che ne fosse in grado o ne avesse desiderio, l'uomo perduto si era voltato.
Cosa che pure Cialledda avrebbe voluto fare. E cominciò a temere che la sua condizione fosse la morte e che altro non gli rimanesse da fare che tutto quel galleggiare gli desse la nausea e che dalla nausea la mente, l'anima o qualsiasi cosa gli permettesse di sentire se stesso, svanisse o impazzisse ed insomma non gli facesse capire più niente. Da qui doveva dedurre che la morte coincidesse con il rincoglionire e che si sarebbe dovuto avvertire i professanti delle varie religioni che sì, l'anima è immortale, ma stava appunto qui la fregatura e che invece di pregare ed adorare, magari avrebbero dovuto convincere il grande capo, se c'era, a cambiare idea perché c'era stato un equivoco o meglio lui non era stato abbastanza chiaro e quindi si era convinto di aver fatto bene e che tutti erano contenti. Ah! E nel caso fosse Dio in persona il responsabile di tutta quella predica annodata su se stessa, aveva anche qualche altro problema dato che Cialledda, di suo era restio a qualsiasi ammaestramento di qualsivoglia spessore. Avrebbe già dovuto saperlo no? Distinse un brandello di nuvola. Quel breve mutamento lo fece esultare, forse da lì dipendeva la sua salvezza, sto volando si disse e si fece più attento, qualche altro particolare avrebbe colto, qualcosa sarebbe successo.
Fu accontentato perché la sua visuale si capovolse e quelle sotto erano terra, strade, case.
Stava precipitando. Il suolo si avvicinava e tutta la paura che aveva giurato a se stesso di non avere, si prese la sua rivincita spiegandogli che è proprio nel silenzio che ci sono più modi di urlare.


"... e quindi l'uomo perduto si è voltato... mah..." il libro fu richiuso con forza, molta più di quella che ci sarebbe aspettata dalle mani vecchie ed esili che lo tenevano. L'ascoltatore però, di certo più giovane, molto composto, ben vestito, ma sostanzialmente ignorante, non aveva compreso come il racconto fosse giunto alla fine né tanto meno l'insoddisfazione del lettore. Ad un cenno del vecchio si tolse la giacca, si rimboccò le maniche della camicia e da un tavolino prese una ciotola ed un pennello, li posò sul pavimento di marmo. Erano in una sala semicircolare che prendeva luce da sei grandi finestre e su cui si affacciavano tre porte. Le pareti erano interamente occupati da scaffali pieni di libri a cui erano stati addossati lunghi mobili ingombri di vecchie foto. Il vecchio sedeva su una sedia di vimini con schienale alto, in corrispondenza di una delle porte. L'uomo lo aiutò ad alzarsi e lo condusse su una poltrona al centro della sala così da avere le finestre alle spalle. Poi spostò in un angolo la sedia di vimini.
"Puoi procedere." disse il vecchio.
L'uomo si inginocchiò, intinse il pennello nella ciotola:
"Sono pronto."
Il vecchio prese fiato e la cosa sembrò durare molto più dei pochi secondi che furono realmente necessari. Poi disse:
"Che si tracci un quadrato i cui lati non si congiungano agli angoli... - e seccato - Fa' piano! È sangue, non vernice... il tratto deve essere continuo, omogeneo."
L'altro prestò più attenzione.
"L'interno! - continuò il vecchio - Come ti ho mostrato.. bravo! Simile ad un otto, ma che il lobo superiore non si chiuda alla tua destra. Piano, ho detto! Che si traccino adesso i simboli nell'ordine: angolo superiore sinistro ed inferiore destro... la freccia esatto... un piccolo uncino e poi, come una esse, curva fino ad uscire dall'angolo aperto e tornare sul lato passo del quadrato... eccellente."
E ancora:
"Non distrarti. I restanti angoli: superiore destro... ed inferiore... qui prolunga i lati, che si congiungano al vertice esterno del triangolo, fino ad uscire dal quadrato. Basta."
Un ultimo dettaglio ed avrebbe potuto congedare la manovalanza. Ordinò di aprire la porta di sinistra. Oltre c'era solo buio.
"Puoi andare. - disse il vecchio indicando la porta di destra. E aggiunse - La vendita della casa... La autorizzo. Che non si faccia difficoltà alcuna né ritardi. Deve essere occupata quanto prima."
L'uomo, che nella vita faceva il notaio annuì, si abbassò le maniche della camicia, si mise la giacca su un braccio ed uscì. Attraverso la porta, il vecchio poté intravedere la scala che portava nel cortile interno e la porta ritagliata nel portone più grande. L'uomo lo aprì comunque tutto, salì nell'auto parcheggiata all'interno del cortile, la posteggiò fuori, scese per richiudere, ma pensò bene di rimettersi la giacca prima dando modo, nel frattempo, a qualche passante di sbirciare all'interno dell'edificio con il pretesto di salutarlo.
Il vecchio schioccò stizzito la lingua. La porta si richiuse con violenza.
Nello stesso istante parve che qualcuno avesse acceso la luce oltre quella che aveva fatto aprire in precedenza, ma non era luce, era cielo illuminato di sole. Il vecchio abbassò un istante le palpebre, lasciò che il suo capo si reclinasse sul petto ed abbandonò le braccia ad un lento dondolio. Ora pareva addormentato o svenuto. Il suo respiro era lento, tanto che appena si sarebbero notate le sue narici contrarsi, il suo petto gonfiarsi. Poi aprì la bocca ed espirò piano, l'aria sembrava rifiutarsi di uscire dal suo corpo, ma era una battaglia che sapeva di poter vincere. Anzi, era già vinta.
Gli uccelli irruppero nella sala attraverso la porta, in preda al panico, sbattendo contro le pareti, stridendo, gracchiando, ma inevitabilmente alzandosi in volo fino ad incontrare il soffitto, affrontandolo a costo di rompersi il collo, ritentando con le pareti, cercando un'uscita nell'illusione delle finestre, ma inevitabilmente abbattendosi all'interno del quadrato, come attirati da un'esca, come se in prossimità di esso le loro ali divenissero piombo, le ossa cedevano, i polmoni si rattrappivano, i cuori si fermavano. Vampate avvolgevano ogni animale, come se l'aria senza motivo alcuno prendesse fuoco, ma le fiamme non ridavano cenere bensì una poltiglia sanguinolenta che trovava confine entro il tracciato di sangue. Sotto lo sguardo fisso, gelido del vecchio, il volo delle gazze era divenuto un turbine e presto tutte finirono risucchiate dal loro destino e consumate dalla fiamme ora rosse, ora nere. In silenzio la porta si richiuse, non un uccello, non una penna erano sfuggiti, nulla a testimoniarne il passaggio né alcuno aveva anche solo sfiorato il vecchio che, ora, sembrava come riprendere possesso del proprio corpo mentre dalle finestre la luce diminuiva stringendosi in fasci sottili che rivelavano la polvere immobile nell'aria. Il vecchio si alzò a fatica e ritenne più sicuro trovare appoggio in una canna dal manico ricurvo, negligentemente posata acconto ad uno degli scaffali e solo con essa avvicinarsi alla massa di carne informe all'interno del quadrato e chinarsi ad osservarla. Scossa da fremiti, lievi increspature, poi da sommovimenti più acuti, come sul punto di bollire. La osservò quindi lievitare,contrarsi, contorcersi e prendere consistenza, definirsi in preda a spasmi e singulti. Alla fine, il corpo che ai piedi del vecchio prendeva nuovamente coscienza di essere tale, di essere intelligenza, sensi e parole, si rivolse verso di lui, volto e sguardo, stupito di essere lì, di essere e basta.
"Qual'è il tuo nome, figlio?" chiese il vecchio.
Cialledda era ancora così stordito da quell'esperienza, che davvero gli rispose. Ma subito gesti e parole ad articolarsi e richiamarsi a vicenda, così che si pentì di non averlo mandato a fare in culo.
"Interessante." il vecchio.
"Lavori all'anagrafe?" Cialledda.
L'altro sembrò pensarci un attimo:
"In un certo senso potrei rispondere di sì, tanto sono importanti i nomi, le nascite e le morti... quelle poi sopra ogni cosa. Ma non è di certo ciò che intendevi tu, figlio."
Cialledda si rese conto di essere nudo. Bé? Che ti spettavi? Si disse. E adesso? Avrebbe dovuto fare mille domande sul luogo, sull'identità del vecchio, su come fosse stato possibile ciò a cui aveva assistito, sul fatto di dover ammettere che lui era dentro degli uccelli che si erano squagliati e da cui era uscito di nuovo lui tutto intero. Tutto intero. Decise che era l'unica cosa di suo interesse. Come? Non era un problema suo.
Si mosse ed uscì dal quadrato. Davvero non sapeva cosa dire o fare.
"Se non hai domande... - disse il vecchio - ... sei libero di andare. Ti ho portato qui perché volevo vedere. Ho visto."
"Tu mi hai portato qui?"
"Mi riservo sempre di scegliere se rispondere o meno. Ma in quanto alla tua presenza qui, è come ho detto."
Certo che se l'intenzione del vecchio era fare conversazione, ci stava riuscendo:
"Chi sei?" Cialledda chiese senza averne reale intenzione, ma ormai gli era sfuggito.
"Non è una domanda semplice e non ha una sola risposta. Sappi solamente che quando sarai andato via, non ci rivedremo mai più, figlio. Se esci per quella porta... - indicò quella centrale - Troverai vestiti e la tua destinazione."
Cialledda senza indugio si voltò ed abbassò la maniglia, ma si fermò. In effetti c'era qualcosa che voleva chiedere e magari se il vecchio diceva la verità, che non si sarebbero mai più rivisti, magari quella era l'unica occasione. Doveva saperne tanto e qualcosa diceva a Cialledda che era anche un tipo da cui era difficile ricavare informazioni. Ma chiese lo stesso:
"Cosa sono io?"
Il vecchio annuì. Approvava.
"Qui invece c'è una risposta semplice, anche se lascia spazio a molte domande. Tu sei un incidente, figlio, può suonar male, ma è vero ed altro non importa. Quando qualcuno pratica una certa arte e l'opera sua increspa un mondo, quale non conta, sulla superficie dei flutti qualcosa sempre galleggia sfuggendo all'impatto."
"Mi stai dando dello stronzo?"
"Io ti ho fatto, figlio, senza intenzione, ma quale aberrazione! E quale meraviglia! Non del tutto restituito alla vita, non del tutto strappato alla morte... in altri tempi ti avrei tenuto presso di me come diletto e per diletto, ma non ora, non con il tuo sangue. Allo stato attuale io ti riconsegno al mondo senza alcun obbligo nei miei confronti. In quest'epoca piccoli uomini hanno fatto grandi offerte per un potere piccolo esattamente come loro. Non sta a me giudicare. Io resterò e forse resterai anche tu. Ora vattene."
La porta si aprì senza che Cialledda l'avesse toccata e si sentì come spinto fuori, si sforzò di non perdere l'equilibrio e ci riuscì. Solo che del vecchio e di quel luogo non c'era più traccia e lui si trovava sotto un pino, ai suoi piedi vestiti, mutande, calze e scarpe. Ad un centinaio di metri, fra gli alberi si scorgeva una villa. Almeno adesso so dove sono, si disse.




Pace si era fatto mandare altre tre macchine per prelevare quanto riteneva di prelevare e si era anche rassegnato a far togliere i morti di mezzo. Legittima difesa, aveva detto Bordiga. Legittima difesa, aveva confermato Pace. Le carte erano più problematiche, a Pace ora non piacevano le facce dei poliziotti, ora quelle dei carabinieri, ora tutti gli pareva allungassero troppo collo, sguardo e mani... A risolvere fu Bordiga, caricandosi all'inverosimile la macchina ed includendo Pace come passeggero. I suoi sospetti non erano infondati, gli spiegò, una morte come quella dei Petraforata poteva anche essere nascosta per un paio di giorni, ma il movimento attorno ad un luogo come lo studio dei Pàiano, non poteva passare inosservato. Lo conoscevano tutti, lì gli elettori andavano a ritirare la propria banconota, per esempio e sempre lì ogni singolo uomo in divisa, l'integrazione dello stipendio.
"Vede... - disse Bordiga al giudice - ...il regolare svolgimento delle attività illecite, richiede un intervento massiccio delle forze dell'ordine..."
"Le sembro nato ieri?" sbottò Pace. Forse il tono di Bordiga lo aveva irritato.
"Non intendevo offenderla."
"Ma lo dice come fosse la cosa più normale del mondo!"
"Lo è. Altrimenti sarei io ad essere quantomeno un cretino."
Pace non lo pensava. Ed a sua volta cretino non era:
"Per lavorare bisogna pur fingere che non sia così..."
"Correndo dietro al San Giuliano di turno, giusto per avere l'impressione..."
"Non esageri."
"Non si irriti. Il problema è, come posso dire... il problema sta in due metafore. La prima, quella del corpo ossia la società, lo Stato quel che vuole... e sul corpo i parassiti... lo ha sentito dire, vero? Esatto. Poi, seconda metafora, la macchina e gli ingranaggi o la variante del sistema e dei fattori... Un sistema di corruzione tal dei tali oppure tizio era uno degli ingranaggi di una macchina per delinquere eccetera, ha presente? Bene.
Queste due metafore convincono lei e quelli come lei, è la situazione in cui vi muovete, il campo in cui combattete... Si lasci dire: lei l'ingranaggio od il parassita non li ha mai visti e mai li vedrà. L'esercito di quelli come il nostro bidone di Onorevole, sono gli escrementi lasciati dal verme, le spore del fungo, quelle piccole macchie di muffa separate da quella più grande agli angoli dei soffitti, la polvere di ruggine che rimane sulle dita, l'alone della macchia su un vestito..."
"Per favore! Si è spiegato."
"Lo spero."
Il discorso di Bordiga deprimeva il giudice che, sperando avesse finito, prese a guardare fuori dal finestrino come se trovasse tutto molto, molto interessante. Sperò, lui stavolta, che il suo atteggiamento dissuadesse l'altro dal ricominciare.
"Davvero non avevo alcuna intenzione di urtarla." Bordiga
"Comprendo il suo punto di vista ma... sia gentile..."
"Certamente. Non si preoccupi."
Non parlarono fino a destinazione, quando Pace si scusò con Bordiga per l'ulteriore attesa, giusto il tempo di scaricare ciò che si erano portati appresso. Bordiga rispose con un cenno e si dispose ad attendere fumando, strano che Salerno non lo avesse ancora chiamato, più curioso ancora se Sua Eccellenza si fosse fatto risentire. Figurarsi rivedere... mentre lui aspettava in auto, Pace faceva personalmente su e giù dal suo ufficio con quanto riusciva a caricarsi di volta in volta, Bordiga dal canto suo aveva parcheggiato quasi fin sotto le scale del tribunale, una posizione che bloccava praticamente tutto il traffico all'interno del cortile. L'ultimo viaggio di Pace durò più a lungo, Bordiga si stava cominciando a chiedere perché, ma vedere uscire Sua Eccellenza fu una spiegazione sufficiente. Anche lui aveva parcheggiato dentro e scendendo le scale vide Bordiga.
Lo salutò alzando una mano e proseguì verso l'auto, non quella che Bordiga aveva già visto, sistemandosi il cappotto per entrare. C'era un altro alla guida. Che gli diede un colpo di clacson, Bordiga doveva spostarsi per farlo passare. Lo fece, lasciando giusto lo spazio necessario e quelli gli passarono accanto. Il guidatore fu costretto a chiudere lo specchietto laterale. Lo salutarono entrambi. Bordiga non aveva elementi a sostegno, ma faceva quel mestiere da troppo tempo per non intuire che l'uomo che Sua Eccellenza si portava dietro, era una persona pericolosa. Secondo colpo di clacson, di ringraziamento stavolta. Faccio lo sbirro, dopotutto, si disse Bordiga e quello non solo è un assassino non pentito, ma anche uno di quelli che ci si diverte. Certe facce non mentono, soprattutto se ben sbarbate. Il cancello automatico si aprì e per un istante Bordiga ebbe l'impressione che una donna con dei bambini facesse segno verso di loro, ma fu un attimo appunto. Forse avevano attraversato la strada, forse erano coperti dal furgone di passaggio in quel momento, Bordiga non li vedeva più. E stava per prodursi in una considerazione morale, fra sé e sé, quando Pace tornò a stento trattenendo la sua soddisfazione. E ne informò Bordiga: dall'alto (o dalla tasca di Sua Eccellenza) erano arrivate sagge e preziose indicazioni per l'agire, in materia di agire.
"Non mi dica nient'altro." lo interruppe Bordiga. Non erano di certo amici.
"Ho comunque da chiederle qualcosa."
"Ha patto che lasci perdere quella storia degli avvocati e dei poliziotti morti. Me la sbrigherò io. Non c'è più gusto a comprometterla."
"Perché, voleva compromettermi?"
Bordiga si rese così conto che Pace gli stava simpatico. Quindi gli disse:
"Immagini una tavola imbandita almeno per una ventina di commensali. Tutti aspettano la prima portata, il capolavoro del cuoco, non un cuoco qualsiasi, gli organizzatori hanno smosso mari e monti perché fosse proprio lui. È quasi il momento, lui ci ha messo una giornata intera per preparare quella pietanza, ma solo perché è un genio che altrimenti ci avrebbe messo molto di più. Finalmente l'annuncio, finalmente il piatto in tavola, raffinatissimo, delicatissimo, addirittura commovente. E gli ospiti, che sia chiaro, anche loro hanno fatto l'impossibile per essere alla presenza del nostro famoso cuoco; gli ospiti cosa fanno? Senza nemmeno guardare ciò che hanno davanti, senza darsi il tempo di sentirne il profumo, cominciano a rovesciarci sopra majonese, salsa rosa, tutte le porcherie possibili. Già... il povero cuoco sente qualcosa rompersi dentro di sé e senza portarla alle lunghe, la cena muta in strage. Un vero massacro."
Il dubbio era evidente sul volto di Pace, se c'era qualcosa da capire, Bordiga non lo rendeva certo semplice.
"È un'altra metafora?" gli chiese
"Non direi, è accaduto qualche mese fa. L'essenziale di questa storia è che fu proprio il cuoco a disporre le indebite salse sul tavolo. Poteva prevenire quella tragedia, ma non sarebbe stata la stessa cosa, solo una forzatura, qualcosa di molto ipocrita da parte sua. Personalmente ritengo avesse ragione."
"Messa in questi termini... Bordiga, che cosa mi vuole dire?"
"Nulla. Mi sono limitato ad esporle ciò che emerge dal verbale di quella storia."
"Mi piacerebbe leggerlo."
"Glielo farò arrivare."
Si strinsero la mano. Una delle poche volte in cui Bordiga non aveva provato fastidio dal contatto con un altro essere umano. La cosa lo fece quasi sorridere, sorrise davvero, tanto non c'erano testimoni.
Ma dovette tornare subito alla realtà: poco dopo Salerno lo chiamò.
Diceva Salerno, di avere entrambi i Radogna davanti, in lacrime, recuperati dopo un maldestro tentativo di darsi latitanti. Cosa che invece era riuscita ad un certo cadavere o presunto tale. Salerno gli fornì qualche dettaglio su ciò che avevano detto i Radogna e su cosa aveva fatto lui dopo. Fra l'altro era riuscito anche ad identificare il tizio. Conosciuto Corrado, nel senso di come si conoscono le persone dai documenti, un nome, una data di nascita a cui poi l'autorità costituita affiancherà con piacere quella di morte; non era stato difficile risalire al tizio che si portava appresso e con cui lavorava come giardiniere. Il pregiudicato, detto Cialledda, era stato scarcerato da poco, condannato per l'omicidio del padre. Il calabrese era stato ucciso a colpi di cacciavite come gli altri, quindi lo stesso Cialledda era responsabile degli omicidi precedenti.
"Peccato che fosse ancora in galera quando sono cominciati." fece notare Bordiga.
"Ma per poco. - Salerno - Basta imbrogliare un poco di carte e te lo trovi già bello ed impacchettato."
"Lo terrò presente... comunque sto arrivando..."
E l'arrivo di Bordiga, Salerno se lo era immaginato diverso, furioso, in preda a spirito di ritorsione pronto ad esplodere alla vista dei due Radogna. Invece Bordiga era calmo, anche se pensieroso, ma nessuno dei presenti doveva essere al centro delle sue riflessioni, perché guardò tutti di sfuggita, anzi non li guardò proprio, nemmeno un mezzo cenno a Salerno, come fossero trasparenti. Bordiga si lasciò andare sulla poltrona dell'ufficio di Salerno (la stessa da cui era partita quella sua giornata) e solo allora chiese ai Radogna se il vino, l'olio ed il formaggio, almeno quelli erano arrivati a destinazione. Sembrò soddisfattissimo dalla risposta affermativa. I Radogna erano confusi, non sapevano se rilassarsi, smettere di frignare od invece preoccuparsi di più. Salerno, da un cassetto della scrivania prese tre bottiglie mignon di grappa, poi un'altra manciata contenente i liquori più disparati.
Bordiga aveva seguito l'operazione.
Salerno stappò la prima mignon di grappa il cui contenuto sparì in un sorso, meno di un sorso.
E Bordiga disse:
"Ricapitoliamo." e poi più niente, evidentemente non aveva alcuna intenzione di condividere.
Stettero così forse dieci minuti, con il sottofondo dei Radogna che si lamentavano e Salerno che beveva, o meglio succhiava dalle piccole bottiglie facendone strage. Erano sopravvissute solo una di brandy ed una di anisetto.
Bordiga si alzò:
"Si è messo a correre, avete detto?" i Radogna ci misero un po' prima di annuire.
"Ed il calabrese, sicuro che è stato ammazzato come gli altri?" a Salerno, che si limitò a stappare l'anisetto. Bordiga ne approfittò per impossessarsi del brandy. Difficile da aprire, chissà come faceva Salerno a togliere la stagnola in un colpo solo... ci riuscì. Bevve poggiandosi ad una sponda della scrivania, dando le spalle ai Radogna.
"Chi ti ha avvisato per i Petraforata?" chiese poi, sempre a Salerno
"Non ne ho idea. - Salerno sospirò - Chiunque fosse ha telefonato direttamente dallo studio degli avvocati... - poi come se ad un tratto avesse capito qualcosa fino a poco prima oscuro - Ma cos'è?
Ti sei messo a lavorare?"
Voleva essere stupore, ma la faccia ed il tono erano quelli della riprorazione.
"Sparite!" fece Bordiga ai due piagnoni. Li lasci andare così? Si chiese. A quanto pare...
Li seguì in corridoio:
"Buttali fuori!" gridò ad un poliziotto ed i due Radogna a zampettare avanti per non essere presi per la collottola.
Rientrò da Salerno:
"Non mi sono messo a lavorare, come dici tu... - prima troppo lento, adesso troppo vivace per i gusti di Salerno. Poveri noi come siamo combinati! - Ma ti è mai passato per la testa che ci stanno fregando?"
"Poveri noi come siamo combinati! - appunto, Salerno -Fregarci di che? La questione è... Io non... Senti: ci sono dei cadaveri. Chiunque ci chiami, noi andiamo lì e diciamo sì è vero, sono proprio cadaveri. Chiamate la nettezza urbana. E buonanotte. Chi? Perché? Come? Chi se ne frega! Devo insegnartelo io? Ma c'è qualcosa sotto! Dici tu. Oh, che novità, - e con le mani levate al cielo Salerno mimava il suo stupore – Aiuto che cosa inaudita! Al mondo ci sono storie losche, ladri assassini e grandissimi cornuti." di colpo serio, Salerno aprì violentemente un altro cassetto della scrivania.
"Fammi il favore... - concluse inondando la scrivania di mignon di cognac - Lascia! Togli le mani! Chiama il bar, offro io, ma queste sono mie!"
Inaspettatamente Bordiga chiese un caffè ed un cornetto.
Salerno grugnì.
"È pure vero... - riprese accigliandosi - ...che ci sono sempre quegli scienziati dei carabinieri...."
Tenerseli non era divertente come coglierli sul fatto. Parleranno, hanno parlato, parlerebbero...
di cosa era ancora a discrezione di Bordiga. Intanto l'omicidio seriale c'era e qualche carabiniere ritrovato sul posto avrebbe fatto parlare. Avevano voluto Bordiga? La vecchia soffocata poi, faceva sempre colore.
"Sospettiamo i servizi." ghignò Bordiga
"Che servizi?" lavoro o no, Salerno non disdegnava il farsi due risate.
"Qualsiasi. Deviati, invertiti, spostati, scoppiati... così vediamo chi cala il carico da undici."
Tono professionale di Salerno:
"Basta che non ci arrivi in testa." come forse era arrivato il cognac ormai esaurito.
Bordiga non poté non pensare a Sua Eccellenza e quasi si consolò realizzando che gli aveva messo fra le mani una situazione proprio perché fosse gestita come Bordiga avrebbe fatto comunque.
La robaccia in cui bisogna mettere le mani per essere il primo della classe.
"È sufficiente che ci vengano a dire palesemente di farci i cazzi nostri." precisò Bordiga perché Salerno gli stava rivolgendo uno sguardo da trovatello in cerca di famiglia. Non aveva nulla che fare con l'argomento in questione. Lentamente, da sotto la scrivania rivelò l'esistenza di una bottiglia di scotch, una bottiglia seria, nascosta in cartone di fogli per le fotocopie. Bordiga fece finta di niente:
"Intanto cercami il redivivo. - disse - Anzi, chiama i parenti e vedi che sanno di lui. Meglio, vacci di persona."
"Al paese?" aggrottando la fronte Salerno.
"Che c'è hai paura?"
"No... è che... ma lo sai che sono vent'anni che non mi allontano da qui?"
"Quindi?"
"Mi sono scordato la strada." e c'era un certo imbarazzo. Poco male, anche se Bordiga non se lo aspettava. Ma del resto non si aspettava nemmeno ciò che lui stesso realizzò in quel momento:
"Pure io..."




Che voglio? Si stava chiedendo L'Onorevole. Mangio in casa o vado fuori? Devo vedere qualcuno o non voglio vedere nessuno? La solita scaloppina o il castrato? Il Rosè d'Anjou o il Gattinara?
Chi è che gli aveva detto di aver mangiato finalmente una lepre come si deve? E dove? Ci possiamo mantenere su un Pinot grigio come le persone normali? Ormai gli rifilavano ed infilavano il camembert dappertutto... un giorno lo avrebbe tirato davvero appresso a qualcuno. Ma alla fine la domanda restava identica e inviolata. Che voglio? Niente voglio, che posso volere?
Era tornato da Roma da poche ore, i viaggi lo sbattevano, lo strapazzavano, sentiva il corpo ancora vibrare, si sarebbe fermato prima o poi. Tutto si ferma. Aveva sentito un medico due giorni prima, si deve decidere a perdere peso, è già tardi, ma non si rende conto da solo che il suo cuore sta partendo? Mi segue già il mio cardiologo, aveva risposto, ma più per farsi due risate. Il professor Correggio, aveva specificato. La faccia dell'altro dottore valeva più di mille barzellette.
Divertirsi alle spalle di Correggio, però, era facile. Non solo in ambito medico.
Un poco di solitudine. Niente di meglio e nessun altro posto più adatto di casa sua, nel buco del culo. Ermanno, quella sanguisuga, era di sotto, ma chissà, anche se le cose non avessero preso la piega, avrebbe dovuto trovarsi qualcuno come lui. Sarebbe stato un peccato se ogni cosa che aveva realizzato fosse poi svanita con la sua morte. E allora chi altri? Il suo segretario? Qualcuno del partito? Rea? No, Ermanno Maier era adattissimo, faceva un buon lavoro, tutti vincevano.
Sulla sua persona doveva essere piazzato un cellulare, San Giuliano lo trovò con molta difficoltà e la poltrona su cui era seduto gemette pur in tutta la sua solidità. Devo ammettere di essere enorme, si disse, ma con quaranta chili di meno sarei molto meno credibile. Anzitutto a me stesso.
Il numero che insisteva a volersi mettere in contatto con lui, corrispondeva ad una stanza di Palazzo Chigi, altrettanto surriscaldata di quella in cui si trovava ora. Chi ha avuto l'idea di trasformare questo posto in un forno? Rifiutò la chiamata disgustato. Peccato che sulle trascrizioni delle intercettazioni, certe cose non apparissero. L'imputato rigetta la chiamata con disgusto, oppure, l'imputato affronta la conversazione con evidente espressione di disprezzo. Da far valere come attenuanti. Avevano occupato il suo tempo già abbastanza, ma osavano continuare a tormentarlo. Ed a proposito di imputati e di tormenti... i Petraforata... quelle merde, quei morti di fame... La commissione antimafia si era riunita giusto per il loro comodo, San Giuliano gli aveva spiegato che non era il metodo più efficace, ma si erano fissati, forse gli piaceva come suonava... ci sarebbe voluta una commissione parlamentare per la cafoneria organizzata. Si chiese come mai non si fossero già fatti sentire. Ma intuire i pensieri di quei due era impossibile tanto quanto che lui e loro finissero in un'aula di tribunale. San Giuliano sbadigliò ed il suo organismo elesse a degno contrappunto un peto. Colonna sonora ideale per tutto ciò che aveva cominciato ad affollarsi nella sua mente, Pace, Correggio, Ermanno e Rea ovviamente.
Si alzò e lentamente raggiunse una delle finestre che davano sul giardino.
"Papà?" sentì alle sua spalle. Rea era entrata come suo solito, senza far nessuno rumore.
"Ciao tesoro? Come stai?" lei gli si precipitò ad abbracciarlo, un impatto grottesco contro una massa ormai inadeguata anche per quei gesti semplici. Ma come per tante cose nella vita, messi davanti all'evidenza si sarebbe dovuto dichiarare che no, non andavano bene. Eppure c'erano. Tutti allora avevano ragione. Un buon compromesso.
Anche Sua Eccellenza, di compromessi aveva dovuto farne molti. Di tipici ed atipici, atti a liberarlo da eventuali dilemmi morali ed a permettergli di vivere, non si aspettava proprio in pace, ma decentemente tranquillo. La natura del suo lavoro, in ascesa, di pari passo alla sua sua carriera, gli concedeva un benessere materiale appena poco più su del buon borghese come categoria sociologica più che di reddito. Ma, proprio per via dell'essere tutto in salita, non aveva tempo di goderselo nemmeno nei periodi di inattività. Non lo consolava il non essere un caso isolato (di gente come lui ce n'era un esercito in ogni paese con un minimo di classe dirigente e cioè tutti), perché i suoi colleghi o omologhi o a analoghi quando non vere e proprie riproduzioni, spesso sconfinavano nel paranoico ed in stereotipi filmici. E così, pur se rimossi, lasciavano sempre un sentore di stanza chiusa ed un residuo simile a gelatina decisamente sconcertante. Volevano l'effetto speciale? Vivevano di allucinazioni? Probabile.
Non a caso, pur orchestrando, tramando e riproducendosi all'infinito, nessuno di loro gestiva in realtà nulla. Ma chi comandava qualcosa in fin dei conti?
Sua Eccellenza sapeva perfettamente di essere l'equivalente di un paio di occhiali da sole firmati, di un rubinetto d'oro, di un accappatoio con le iniziali ricamate, di un vibratore fluorescente, di un cerchione rotante, di una tazza di cesso parlante. Un oggetto superfluo, un lusso a cui nessuno era obbligato a rivolgersi né altresì a fabbricarlo. Uno stipendio di troppo, nel migliore dei casi.
Eppure c'era sempre qualcuno che si sentiva in dovere di mettere in moto la giostra sentendosene minacciato, volendone farne parte, volendone uscire o paradossalmente fermarla. Per cui nemmeno la soddisfazione del grande complotto, solo la certezza della tresca nel ripostiglio, della sveltina nel parcheggio, della malversazione nel sottoscala. Tutto si riduceva all'evitare di finire in galera.
Abolissero la galera allora! No, si preferiva il rammendo. Avrebbe voluto andarsene a casa ed invece si stava dirigendo a casa San Giuliano, perché? Per mettere il trippone davanti all'evidenza del suo pasticcio. Doveva accettarlo alla stessa stregua di come Sua Eccellenza aveva fatto con quel soprannome appioppatogli da Innocente e che tutti avevano presto adottato. Ma stava anche a significare che lui era andato oltre (aveva avuto facoltà di andare oltre) un certo giro di pagliacci.
Di cui San Giuliano era il re.
Buffoni che lo avevano costretto a mettere uno come Innocente per strada con una lista di nomi e cognomi. Sua Eccellenza però, doveva ammettere di nascondere un certo astio dovuto al proprio di cognome che era anche un nome proprio ed aveva causato nella sua vita privata obbrobri come suonare Michele, villa Michele, famiglia Michele e che suonava falso fin dai tempi della scuola.
Motivo per cui odiava l'appello ed il suo, a ben considerarsi, era diventato un mondo in cui gli appelli erano vietati. Come anche i vagheggiamenti intellettuali a cui si stava abbandonando in via eccezionale e solo e perché guidare lo scocciava.
Inoltre era stato provocato.
Poco prima. Da Innocente.
"Come sta la famiglia?" gli aveva chiesto ed il suo era autentico interesse.
Sua Eccellenza ricordava perfettamente quando le loro famiglie si frequentavano (compresa quella di Alvaro Maier. Se no Ermanno sarebbe altrove) ed invece ora come ora, mai e poi mai avrebbe permesso che uno di loro due si avvicinasse a sua moglie od ai suoi figli. Alvaro, comprensibilmente, per la piega che aveva preso la sua vita ed Innocente, ovviamente, perché la sua famiglia l'aveva sterminata. Incomprensibile quindi che lui continuasse a trattarli e che sempre li proteggesse come aveva fatto mentendo sulla morte di persone che erano quasi parenti, testimoni di matrimoni, madrine e padrini di battesimi, cresime, in prima fila ai funerali... l'unica cosa concreta che aveva potuto fare era di dire ad Innocente di prendersi un poco di riposo, un permesso, una vacanza premio.
Allontanarlo? Esiliarlo? Macché, Innocente si era rimesso in gioco da solo, costringendo Michele a doverlo stare ad ascoltare, a rendere possibili i suoi propositi.
"Ermanno Maier mi ha chiamato. - gli aveva detto, così, di sfuggita - Ora, senti cosa dobbiamo fare secondo me..."
Aveva Michele esitato? Ci aveva pensato due volte? Nemmeno per sogno, i propositi contorti e malati di Innocente erano efficaci. Non gli restava che sperare che San Giuliano lasciasse perdere tutto e che preferisse se stesso a sua figlia. Innocente aveva ottenuto le foto di Ottomanelli, avvertito i due Petraforata che lo avevano ucciso e poi ucciso loro. Adesso Michele poteva mettere Rea San Giuliano sul luogo di un omicidio e quindi l'Onorevole in una posizione scomoda. Innocente avrebbe smesso di darsi da fare per Ermanno e quindi tutto era finito.
Essendo compito di Sua Eccellenza scuotere la tovaglia su cui altri avevano mangiato.
Innocente aspettava Michele all'ingresso della villa, i fari che si avvicinavano in quel momento non potevano che essere quelli della sua auto. Il viavai da casa San Giuliano era sempre ben programmato. Con quelle sue telecamere, Ermanno probabilmente lo stava osservando. Non era un problema: di scappare non poteva scappare e poi era convinto di essere in una posizione di vantaggio.
Anche Michele lo era. Sbagliavano tutti e due. Innocente poteva capire si ritenessero abbastanza furbi e intelligenti da far muovere tutto il baraccone, ma si prendevano troppo, decisamente troppo sul serio. Motivo per cui li trovava interessanti. A parte questo, ad un livello personale, Innocente era stufo dei tempi morti, intendendo letteralmente i periodi in cui la sua famiglia, decisamente massacrata, lo accompagnava. A volte sua moglie era dolce, gli parlava, gli dava la mano ed Innocente la sentiva, era proprio lì. I suoi figli, altre volte, gli venivano incontro, lo circondavano e lui allora, spontaneamente li giocava canticchiando sciocchezze infantili di brevi entusiasmi. Fin qui niente di male. Cominciava a provare fastidio, invece, quandolo fissavano cerei da un angolo di strada, indicandogli le loro ferite od ancora apparivano fugaci dietro le finestre, immagini appena percepibili con la coda dell'occhio, riflessi negli specchi, lampi nelle vetrine, ombre sfreccianti davanti alle luci. Innocente avrebbe mille volte preferito si trattasse di illusioni, che fosse la sua mente ad evocare quelle immagini. Non era così purtroppo, ne era certo perché, quando si comportavano in quel modo, cercando di intimidirlo con l'evidenza di ciò che era stato, Innocente vedeva altrettanto chiaramente il loro disappunto, la loro frustrazione nel non andare a segno. Povere anime o chissà che altro, Innocente sapeva benissimo ciò che aveva fatto, dove e come aveva colpito, nel migliore dei casi riuscivano ad annoiarlo. Che si aspettavano?
Avrebbe voluto tanto accontentarli, quantomeno di perderci l'appetito ed invece mangiava, digeriva, aveva di nuovo fame e quando la notte lo svegliavano piangendo, singhiozzando in un lamento acuto e continuo, subito si riaddormentava. Il mattino dopo erano scomparsi o magari c'erano ancora e non gli rivolgevano la parola. Ma doveva ammetterlo, quello era il modo migliore per averli accanto, il più realistico per stare insieme. Dovevano capirlo anche loro prima o poi.
"Davvero un brutto atteggiamento il vostro." aveva detto quella stessa mattina a sagome appena accennate che non prendevano mai forma e che, intermittenti, si scomponevano in un vapore sottile, poi più denso, come nebbia, nell'abitacolo dell'auto. Mentre guidava: parabrezza d'un tratto appannato, sensi intorpiditi, riflessi più lenti. Forse era il loro tocco...
Ma accelerando aveva aggiunto:
"Se mi si vuole procurare l'incidente, basta chiederlo cortesemente... chiaramente... e io mi vado a schiantare. Scegliete dove."
Niente, il mondo era tornato quel che era accompagnato da un urlo lontano, attutito e da un gorgogliare roco che voleva essere spettrale. Almeno Sua Eccellenza si sforzava di non rientrare fra le interpretazioni mal riuscite: difatti rallentò senza che Innocente gli facesse segno, lo fece salire e ripartì.
“Ermanno gliel’ha almeno accennato?” Michele, intendendo sia salutare Innocente che questa sua visita a San Giuliano.
Sorridendo, Innocente scosse la testa.
“Ma almeno, tu lo hai detto ad Ermanno...”
Di nuovo no.
“Quindi io sto venendo così... tanto per.”
Il fatto che Innocente se la stesse ridendo, convinse Sua Eccellenza che forse era meglio. Come pure la faccia di Ermanno, poco dopo, compensò la mancanza di amore di Michele per l’effetto sorpresa. Che, a scanso di equivoci, fece cortesemente presente di essere armato. Ermanno si strinse nelle spalle, pure lui lo era ed Innocente e l’Onorevole e l’attaccapanni e il tappetino del bagno.
“È così tremenda quella ragazza?” Michele
“Mi sono ritrovato già troppi poliziotti e carabinieri non richiesti.” Ermanno.
Sua Eccellenza non aveva interesse nel richiedere spiegazioni ulteriori.
“Comunque... - disse - … i Petraforata sono morti e posso far rinchiudere quella pazza anche stasera, glielo dici tu al bombolone o faccio io? - e poi – Ti sei proprio trincerato!” intendendo tutta la sorveglianza che occupava lo studio.
“Servisse a qualcosa...” Innocente.
Ermanno sembrò non badare a nessuno dei due. Sembrava nutrire dei dubbi sul suo cellulare che osservava come se fosse stato lui ad inventarlo salvo poi dimenticare a cosa servisse. Alla fine spinse dei tasti e lo accostò all’orecchio. Monosillabi, il nome di Michele.
“Stanno scendendo.” disse infine.
Michele accavallò le gambe.
“Bé, non ci offri niente?” Innocente
“Io qualcosa la berrei.” appoggiò Sua Eccellenza.
Cialledda si sentiva come ubriaco, appena ubriaco per la precisione, cosa che gli fece piacere perché la sensazione gli mancava, ma seccato da non poter evitare che svanisse, ecco che scende, di più, ancora... finita. Sobrio come un direttore d’orchestra rompicoglioni con un libro di solfeggio arrotolato su per il culo. Gli abiti che aveva trovato sembravano usciti da un film in bianco e nero con i banditi siciliani nascosti in montagna, i pantaloni tutto uno sbuffo, la camicia una cosa lunga e senza bottoni degna amica dei mutandoni (quelli sì con i bottoni, ma sul culo), giacca nera, panciotto e coppola sempre neri. Gli ultimi due li aveva fatti volare fra i cespugli. Almeno le scarpe, dei mezzi stivali, sembravano di cuoio buono. A ben pensarci ne avrebbe avute di cose da chiedere al vecchio, ma ubriaco appunto, solo adesso si rendeva conto non solo di essere riemerso da una poltiglia di uccelli arrostiti, ma che c’era stata qualcosa (e non poteva che essere quel personaggio) che aveva offuscato la sua volontà e l’aveva guidato, controllato. Ma... aveva provato una sensazione di leggerezza, qualcosa che adesso la sua memoria cercava a tentoni, senza sapere esattamente come e quando, ma avvertendone la mancanza. E starsene lì non li avrebbe giovato a niente.
Sapeva che la pineta circondava il giardino e si fece avanti seguendo il profilo della casa in direzione dell’ingresso principale e del viale che conduceva al cancello. Sapeva pure che c’erano un sacco di telecamere, magari persino sugli alberi, ma la cosa non lo metteva minimamente in difficoltà, anche se gli dava fastidio sentirsi osservato. Gliele aveva fatte notare Corrado quando c’erano stati a lavorare e probabilmente, se c’erano delle registrazioni, si sarebbero trovate più vedute del sedere di Corrado, di Corrado che pisciava, vari gestacci, varie grattate. Cialledda sorrise al ricordo di quel povero fesso morto male e gli dispiacque di non esserci stato per aiutarlo. Ma le cose capitano all’improvviso e non si può essere sempre pronti e ovunque... né però ci si può limitare a nascondersi, come gli abitanti del posto ad osservare, seduti sopra l’argenteria...Cialledda quindi prosegui.
Mi devono sparare? Si disse. E sparassero...
Ormai era arrivato all’ingresso con l’intenzione di andarsene il più in fretta possibile, a ben vedere una costruzione così sembra più una tomba che una casa, non importava quanti abbellimenti si appiccicassero. Ma dovette arrendersi all’evidenza che da lì non se ne sarebbe andato tanto presto. Alla luce dei lampioni sparsi qui e là per il giardino e dei faretti a muro dell’edificio, in bella mostra Cialledda vide la macchina rosa.
Fortuna o sfortuna? Sorpresa bella o brutta? Nel silenzio riempito solo dai pini che scricchiolavano e dagli aghi e dalle pigne acerbe che cadevano prima del tempo, era forse un po’ minacciosa, ma dato che non parlava a vanvera nemmeno con se stesso, visto o no, secondo Cialledda valeva la pena fare una visita. Solo che non c’era un filo di vento.
Ed allora cos’era tutta quella pioggia di aghi di pino che gli si infilavano tra i capelli, cos’era tutto quel casino di rami mossi sopra la sua testa?
A Cialledda bastò alzare lo sguardo per rendersi conto dell’addobbo di gazze su ogni albero, su ogni ramo, che non facevano nulla per nascondersi. Quelle sui rami più bassi lo fissavano in quella loro maniera stronza, come non riuscissero a credere a cosa vedevano, con un occhio solo, testa voltata e cambiando a tratti profilo. Cialledda raccolse un sasso, ma non ebbe tempo di tirare che quelle saltarono tutte per terra, cercò allora di prendere a calci quelle vicine, ma quelle si scansavano saltellando e gracchiando, spintonandosi fra loro, come a darsi il turno per sfotterlo. Lo avevano circondato, messo in mezzo, ad ogni passo lo seguivano, un balletto in cui Cialledda continuava a tirare calci e sassi, ma non fu di certo per quello che l’assembramento si aprì, tutto l’ambiente circostante fu inghiottito dal buio, le luci della casa svanirono, le gazze si schierarono sui due lati di un sentiero luminescente che si inoltrava nella pineta che sembrava ora più fitta e sconfinata, Cialledda non distingueva più nulla dietro ed attorno a sé, i petti bianchi degli uccelli l’unica cosa definita ai lati del sentiero, per il resto sciolti nell’oscurità, unica prova che fossero ancora lì.
Che doveva fare? Seguirlo? Meglio di no, perché una massa si stava avvicinando, man mano più distinta alla luce del sentiero. Si muoveva piano, muovendo appena le zampe e tenendo la testa bassa, come pesasse troppo. Alta forse un metro, lunga altrettanto, una gazza enorme accompagnata da entrami i lati da una doppia fila di gazze piccole, come per sorreggerla ed in effetti era quello che stavano facendo. Le ali della creatura toccavano il suolo, le penne così tante e lunghe da sembrare strascichi, il becco ricurvo ed acuminato a tratti si apriva e chiudeva con un rumore di ramoscello spezzato. Stanca e antica Cialledda avvertì quella vista, tanto goffa da non fare paura, di certo non come la Regina Vipera e sperò non abituata alla stessa moneta che cambiava una vita con una morte. La gazza si fermò ad un passo da Cialledda e finalmente alzò la testa, mentre gli accompagnatori si dileguavano fra le altre gazze. Cialledda sospirò:
“Ma che vi danno da mangiare?” disse
La gazza fu scossa da un fremito, pestò con le zampe, sbatté le ali, provocando una nube di penne e piume:
“Vaffanculo!” gracchiò. Mandato a fare in culo da un merlo indiano, pensò Cialledda.
“Gazza! Gazza! Vaffanculo!” e sono tre, si disse Cialledda. Leggere il pensiero? Ormai non c’era più da stupirsi di niente.
“Morto! - continuava la gazza e ad ogni parola corrispondeva un’altra perdita sbuffante di piume – Coglione! Morto coglione! Vaffanculo! Vaffanculo!”
“Sei venuta apposta per questo?” Cialledda, che aveva perso ormai tutta la pazienza.
“Vaffanculo! Vaffanculo!” e tutte le gazze a starnazzare, il disco si era incantato e doveva essere esilarante. Vediamo se continui a dire cazzate pure con il collo tirato, pensò Cialledda, ma il suo tentativo di allungare le mani sulla gazza ottenne solo una bella spruzzata di piume in faccia e lui a sputare e starnutire. Ma tu guarda se una gallina rincoglionita...
“Gazza! Vaffanculo! Vaffanculo Vaffanculo!”
“Maestra Aibe, lieta di rivederti allegra.” la voce era calma e gentile, eppure tutte le gazze e Cialledda assieme a loro, l’avevano sentita chiara e distinta prima che le parole fossero pronunciate, come se in qualche modo sapessero che stava arrivando. Bastò comunque a ristabilire il silenzio, Maestra Aibe tornò con la testa bassa e delle gazze si affrettarono a tornare a sorreggerla, un paio ancora rumorose si presero una beccata dalle vicine.
Non vista e non udita, dal sentiero era arrivata una donna, sotto il velo bianco che la copriva da capo a piedi e stretto alla vita da un cintura dorata, Cialledda poteva intuirne le forme del corpo, ma gli era assolutamente impossibile scorgerne il volto.
“Maestra Aibe ha voluto farti uno scherzo. - disse rivolto a Cialledda – Ma forse l’hanno costretta anche stavolta, che ne dici?”
“Non lo so...” mormorò Cialledda
“Aibe! Costretta!” fece la gazza, ma sommessa, senza alzare la testa.
“Seguimi.” di nuovo a Cialledda e c’era abbastanza autorità in quella parola che non c’era più niente di lontano da lui che il mettersi a discutere.
Si inoltrarono nella pineta, il sentiero perdeva luce ed il buio prendeva consistenza man mano che lei si allontanava, abbastanza da far passare a Cialledda persino la voglia di considerare la possibilità di tornare indietro. Non però quella di chiedersi chi fosse lei, cosa volesse e prima di tutto che cosa mai aveva fatto lui perché la sua vita diventasse così strana e cosa ci facesse lì, estraneo, solo, senza ragione. Esattamente come il fico al centro della pineta, ma tutte erano cose che Cialledda era convinto di poter, di dover accettare. Lì sotto la donna si fermò e al contrario dell'ulivo da cui Cialledda si era convinto di essere stato aiutato, invece di scricchiolare il fico sembrava sibilare e fischiare e Cialledda realizzò che per quanto fossero buoni e gli piacessero i loro frutti, gli alberi di fico gli avevano sempre fatto paura. I fischi aumentavano, le foglie del fico si agitavano senza che ci fosse vento, da sotto la terra un borbottio di cui Cialledda avvertiva le vibrazioni sotto i piedi.
"Smettila di lamentarti e fammi vedere!" esclamò lei ed il fico tacque, mentre il rumore sotto la terra aumentò ed il terreno cominciò a cedere sotto Cialledda che dovette fare un salto indietro per non finire nel buco che si era appena aperto. Come fruste impazzite le radici del fico saltavano fuori sferzando l'aria e schioccando. A Cialledda sembrò ce l'avessero con lui e magari era vero.
Le radici riaffondarono nella terra per poi tornare su e poi ricacciarsi sotto facendo saltare zolle e pietre e scavando e strappando le radici invadenti e superficiali dei pini e scagliandole in aria a brandelli e tranne che attorno alla donna non c'era un centimetro di suolo che venisse lasciato in pace, vere e proprie crepe si aprirono come se la terra fosse un guscio di noce schiacciato, veloci correvano ramificandosi nella pineta e più di un pino si inclinò pericolosamente verso Cialledda. Alla fine un fischio acuto e le radici tirarono fuori qualcosa, indistinguibile per quante volte ne era stato avviluppato. La terra tornò immobile ed il fico lasciò la presa facendo rotolare in malo modo la cosa ai piedi di lei.
La sentì sospirare. Forse per la mancanza di garbo. Cialledda invece sbuffò, del suo di motivo era certo: il solito cadavere.... sempre cadaveri... scheletro nel caso specifico. Abbastanza integro, troppo, le ossa stavano tutte attaccate al loro posto. Da piccolo era stato portato a sfossare uno zio di suo padre, da suo padre ovviamente (semmai lo avesse rivisto o sognato o quel che era glielo avrebbe sputato in faccia) e non era rimasto nulla, quattro ossa ed il teschio.
"Da quant'è che sta lì sotto?" chiese Cialledda
"Cinque anni."
"No.. Troppo sano."
Lei ringhiò e ringhiò il cognome di Cialledda, ma come se lo conoscesse, il tono della madre di Cialledda quando voleva dire che tutti quelli della famiglia di suo padre erano fatti tutti in una maniera.
Un tuono in lontananza. Poi lei sopirò. Ed un altro tuono, un poco più vicino.
Coincidenza o meno, Cialledda sapeva di non aver detto nulla di sbagliato.
"Questo... - indicò lo scheletro lei - ...anzi questa qui, perché è una ragazzina lo so benissimo da me che è troppo intera e lo è perché deve rimanere intera... - pausa lunga, altro sospiro, niente tuoni - In quella casa... - riprese - ...c'è la responsabile degli omicidi di cui tutti farneticano come non ce ne fossero altri ed è la stessa che ha ucciso il tuo amico..."
"Povero stronzo."
"Non osare mai più interrompermi. - e Cialledda sperò di non averlo dato a vedere, ma il tono della voce gli fece venire un brivido, vero spavento - La stessa che ha ucciso il tuo amico e che ti ha investito e sappiamo che le gazze non aspettavano altro. Si chiama Rea San Giuliano."
Cialledda se ne stava zitto.
"Puoi parlare adesso."
"Ah... - prudente - E la salma?"
"Lei è la vera Rea San Giuliano."
Ad essere buoni ed in perfetto accordo con la loro stessa madre, i fratelli Radogna erano degli uomini di merda. Del tipo migliore perché lo sfregio a Bordiga andasse doppiamente a segno e ottenendo tale risultato crepando e togliendo a Bordiga la soddisfazione di ammazzarli personalmente o meglio di farli a pezzi così lentamente da ottenere che fossero loro a chiedergli, per favore, di ammazzarli. La fuga dei geni del crimine era durata quanto? Due ore? Di certo fino all’imbrunire ed a partire da quando Bordiga li aveva rimessi in libertà. Finito tutto, davanti a casa sua, dove aveva deciso di tornare ignorando i problemi di orientamento di Salerno; Bordiga pensava a quanto poco gli ci era voluto per realizzare la loro impresa e quanto meno ancora dovevano averci messo a concepirla. Al momento si trovavano spalmati all’interno di un’auto a sua volta spiattellata contro un’altra auto. A quanto pare, una grossa radice di fico aveva deciso di spuntare dall’asfalto giusto in tempo a farli sbandare e finire nella carreggiata opposta saltando con l’asta il divisorio di cemento armato.
Bordiga non era stato nemmeno lì a godersi la capriola.
"Faccio portare via?" De Zita alle sue spalle ed ovviamente inserito o aggrappato ad altre parti del corpo.
"Sì. La carne è troppo al sangue." Bordiga. Che non scherzava! Per niente! Anche se la menomazione mentale di De Zita l’aveva vinta e niente mai e poi mai di ciò che si sarebbe potuto dire sarebbe stato colto all’istante. Ed eccolo infatti lì a mugugnare sul senso (che non gli sarebbe arrivato), della frase. Bordiga scavalcò il corpo di Daniela, accanto una forma di formaggio come firma o forse il pretesto servito a farla uscire di casa. Non c'era segno che fossero entrati ed in cucina dell'acqua bolliva su un fornello. Bordiga spense la fiamma soffiando e poi girò le altre tre manopole.
Il gas non usciva in assenza di fiamma e solo allora un senso di sconforto si impadronì di lui.
Andò di sopra e la porta dello studio era aperta, dalla soglia Bordiga poteva vedere una tazza presumibilmente vuota, un pacchetto di sigarette, un posacenere e le sue carte. Quindi Daniela le aveva lette e non gliene aveva mai parlato. Bordiga non lo aveva comunque esplicitamente od in altro modo proibito e d'altra parte avrebbe dovuto sentirsi lusingato se Daniela, dalle riviste e dalla televisione, era passata ai libri. Non che quelli scritti da Bordiga lo fossero mai diventati davvero.
In quella stanza c'erano un bel po' di racconti, articoli e appunti per saggi e poesie, ma soprattutto i tre romanzi di Bordiga, ognuno dei quali aveva preso almeno tre anni della sua vita, di quando era un'altra persona. Nessuno si era mai detto disponibile a pubblicarli, qualcuno li aveva rifiutati senza nemmeno leggerli, qualcun altro li aveva letti e si era rifiutato di ammetterlo. Bordiga lo aveva messo in conto, era una reazione normale, buona parte delle persone non amano vedere il mondo per come è e non era per questo che Bordiga se l'era presa. Ma era di certo per vendetta contro queste persone che Bordiga, lui per primo, aveva abiurato e condannato il contenuto di quelle pagine ed era diventato com'era. Doveva pur occupare la mente con qualcosa di sufficientemente inaudito da non permettergli di pensare allo spreco rappresentato dal giacere di quei fogli in quel luogo.
E gente come Patella prima o Salerno poi aveva avuto ingresso libero. Certo, oggi come oggi, in quel momento preciso, avrebbe potuto telefonare a qualcuno che telefonasse ad un editore a cui, in ogni caso, Bordiga avrebbe sparato in un piede. Ma non sarebbe stata la stessa cosa, non era quel tipo di soddisfazione che aveva cercato. Né altre ne aveva trovate. In fin dei conti l'esperimento era fallito. Daniela era stata l'ultimo contorno anche se magari gli sarebbe piaciuto pensare che lei fosse un punto di accesso fra una realtà del proprio essere ed un'altra. Cazzate. Bordiga era pienamente consapevole di ciò che aveva fatto e faceva, non si stava ingannando, non si mentiva, non aveva nessuna scusa del genere, non poteva fare finta di non conoscersi, magari farlo credere a qualcun altro, ma non riusciva a pensare a nemmeno una persona di sua conoscenza cui capitasse di fare considerazioni in quel senso od in qualunque altro che non contemplasse sparare, picchiare, scopare, metterla in qual posto, ubriacarsi, guastare famiglie, scommettere, indebitarsi, mentire, pregare per gli straordinari, tornare a casa, spegnersi davanti alla televisione, uscire con il cane, guardare le ragazzine, andare a puttane, mettere i piedi in testa ai figli, piangere con per e davanti alle figlie, riandare a puttane, ritornare a casa, trovarsi una amante, riguardare le ragazzine, ripregare per gli straordinari, cercare l'incidente allo stadio, alle manifestazioni, sfogarsi con la moglie, di nuovo puttane, scommesse, rompere il naso al ragazzino con lo spinello, rompere il naso al proprio figlio con la sigaretta, farsi i conti per la pensione, farsi pagare dal ragazzino di prima che adesso spaccia e farsi rompere il culo, fare il verme con chi è più forte e poi a casa... e di nuovo e di nuovo e di nuovo.
Chiaro perché Bordiga, per annullarsi, si fosse circondato di sbirri. Quindi non c'erano seconde possibilità e nemmeno un prima od un dopo. Tutto accadeva nello stesso tempo e nello stesso luogo e per quanto potesse non volerlo, Daniela moriva ovunque. Bordiga entrò nella stanza e prese posto sul divano, dove lei si era seduta. Questo sarebbe stato un buon momento per rileggere, magari tornare a scrivere, in sua memoria, in suo onore, comunque la si sarebbe voluta mettere.
C'era una penna e Bordiga la prese fra le dita, c'erano anche dei fogli e quel fenomeno bastardo per cui non si possono guardare delle lettere senza leggerle gli aveva fatto scoprire una frase da aggiustare. Il suo cervello aveva lavorato da solo e si era ribellato componendo e scomponendo parole.
Ma lì fuori c'erano Sua Eccellenza, Salerno, De Zita, Pace, morti ammazzati ed ancora da ammazzare, se avesse ricominciato forse il suo intero essere avrebbe vacillato, si sarebbe esposto e conseguentemente sopraffatto. Bordiga era ciò che lo isolava e difendeva dall'interno come dall'esterno, aveva scelto di ignorarsi e con tutta la superbia di quella decisione aveva emanato una sentenza inappellabile.
Ora era in trappola.










Parte Seconda


Dicembre dell'anno prima.
Quindi questo è il buco del culo... concluse Alvaro Maier considerando le difficoltà avute nel ricostruire i movimenti di suo fratello Ermanno, Innocente, Michele, Pace, San Giuliano. Un elenco noioso in sé non tanto per la natura e la defezione da questa vita degli elencati (che anzi da morti erano più interessanti), bensì perché, semmai avesse dovuto dar conto del proprio metodo, avrebbe spiegato che procedeva per assenza.
Si spieghi meglio, avrebbero insistito, gli ipotetici richiedenti, insoddisfatti, al limite dell'insofferenza. Ebbene, avrebbe risposto, voi spiriti pessimi, creature volgari le cui menti si affannano a cogliere un modo che vi giunge appannato per vostra intrinseca disposizione a coglierlo come tale, voi canaglia non sareste mai in grado di avvertirlo, ma c'è uno scarto, forse addirittura un vuoto nel tempo, nei tempi. Le scienze storiche indaffarate a rincorrere come a snobbare le scienze sperimentali (di per loro impegnate a svendersi come mendace e pornografica burocrazia), non hanno compreso che non è la verità a rifugiarsi nell'equazione bensì esattamente l'opposto. I signori professori, ce ne sono di certo fra voi, al pari di ogni altro scimmione, non si sono mai chiesti: con che diritto, a che titolo una assenza, pure di fatti, quand'anche di dimostrazioni, diviene una confutazione? Oh, ma è paradossale, state pensando, lei è un amante dei sofismi, degli stratagemmi più infimi, dei paradossi, lei è addirittura triviale! Invece no, giacché i signori professori scienziati hanno trasformato la filosofia e di conseguenza la storia in un processo penale ed a voi buffoni e rubagalline ciò stava bene. Come avrebbe potuto essere altrimenti? Eppure persino voi rimestatori di merda, figli di puttana che vi rivoltate nel limaccioso stagno della vostra stessa ignoranza; persino voi potete avvertire il mistero. Qualcosa che si è finto di non vedere o deliberatamente omesso e che pure é accaduto e spesso vi scambiate sguardi sospettosi per tentare di capire chi è stato. Confidando che il tentativo di finalmente riflettere vi sia letale concludo: sono pur sempre qui, come servitore dello Stato e non posso permettere, mi tenete per questo, che la verità vi spazzi via.
Allora posso, devo, prendere il vostro posto perché quando l'onda si abbatterà, solo io sono qui, libero, disposto a fissarla ed a dirle lo so che ci sei, so cosa sei e lo stesso non ti voglio, non ti accetto e coscientemente ti disconosco. E mi passerà attraverso.
C'è una terza possibilità: andare a fondo, aderire ad esso come un Colaspina, meno evoluto di certi molluschi che almeno sono in grado di filtrare dalle acque un qualche nutrimento.
Ciò indica la gravità della situazione.
Venuto a mancare Michele e successivamente San Giuliano, Colaspina, nell'analisi di Maier, giaceva in uno stato apatico in cui la sua natura di sanguisuga non poteva essergli di alcun aiuto ed infatti si era rassegnato ad aggrapparsi proprio al tanto deprecato Maier quale simulacro traslucido del carrierismo impiegatizio che mai lo avrebbe abbandonato. Venivano al seguito Pastore, Russo, De Vittorio a loro volta impantanati nell'idea che si erano fatti di Colaspina che gli aveva promesso una avanzata vittoriosa impensabile poiché si era già alla testa della ritirata. Si era accodato anche Portincasa, in disparte, come turbato da dubbi e rimpianti.
A Maier non restava altro che dare una nuova illusione di movimento a quella maceria umana e sguinzagliarli per quell'altro peculiare, malsano agglomerato che era il buco del culo.
A fare l'unica cosa che sapevano fare.
Si erano stabiliti in un villino a due piani di proprietà di Ermanno, una di quelle proprietà di cui molti erano all'oscuro e da lì Maier, con termine pretenzioso, dirigeva le operazioni. Non si aspettava subito risultati consistenti ed una settimana passò senza che quei poveracci fossero riusciti a fare breccia in un ambiente che non era il loro. Vigeva ovviamente un altro sistema e l'unica cosa certa era che Michele si era dato da fare per stare intorno ad Ermanno. Perché? Come?
Non lo sapeva ancora. L'unico indizio erano le ultime parole di San Giuliano, l'esistenza di questa figlia dell'Onorevole, i due documenti mostratigli da Innocente e che aveva sottomano anche in quel momento.
Avevano pensato da subito che la casa dell'Onorevole poteva essere un inizio, ma l'unica cosa che tutti si erano offerti spontaneamente di rivelare, addirittura mostrare, era il buco che ne segnava l'assenza. Ancora assenza, appunto. Era crollata su se stessa e la terra non si era accontentata ed aveva voluto portarla ancora più giù. Occorreva indagare in quel senso? Anche questo non sapeva.
Anche senza l'Onorevole, il guscio del buco del culo era coriaceo, compatto, impenetrabile.
Al contrario di Portincasa che era ritornato pesto e con uno strappo dei vestiti che dichiarava un accoltellamento per puro caso non andato a segno. Per quanto discreto, il suo rovistare aveva infastidito i locali. Addirittura Colaspina, il verme più adatto a strisciare per le stanze delle spartizioni era stato cacciato in malo modo. A Maier, in ogni caso, la situazione diceva che doveva esserci stata un po' di confusione se ognuno riteneva di potersi muovere a piacimento.
Era una questione etica dopotutto: era inaccettabile che i normali rapporti fra Stato e criminalità nelle forme con destrezza od a cemento armato fossero talmente incrinati e sgualciti. Rompendo questo rapporto la realtà saltava in esuberanti e controproducenti acrobazie. Inaudito. E forse era davvero epoca di oscuri presagi se proprio Russo e Pastore, con scodinzolante nullità di De Vittorio, riuscivano ad ottenere un risultato. Voci di avvinazzati in verità, ma la morte di questi Petraforata poteva essere la spiegazione.
A Maier sembrava di averli già sentiti nominare, a Colaspina sovvenne di essere stato ad una cena (ovviamente), di personaggi onestissimi a cui anche loro erano presenti. Ma Maier non era arrivato lì per impicciarsi di beghe locali, quantunque ogni cosa che non vi aderisse conficcandovi i denti, qualsiasi sommovimento, avrebbe di certo funto da disinfezione. No, doveva piuttosto dare un senso a quanto aveva udito (o gli era stato fatto udire) presso il corpo di San Giuliano e che ora vedeva ed a cui era pur costretto a rivolgere la parola per motivi pratici. Anzitutto suo figlio, che il possedere mezza faccia e giusto gli arti inferiori, aveva reso più loquace ed infantile che mai.
Ogni tanto soffiava qualcosa di gocciolante con spruzzi di muco e Maier era costretto a ricorrere ad Ermanno, azzimata figura ministeriale, come interprete.
“Voi due... - aveva premesso Maier nel primo momento di solitudine da quando gli erano apparsi - ...non avete motivo o comunque diritto di essere qui. Se questo vostro, è un tentativo, aggiungo superato, di attribuirmi responsabilità non mie, sappiate che è già stato cassato per la natura stessa dell'intenzione che lo ha promosso. Non posso impedirvi di essere anime (e già su questo ci sarebbe da dire) cosiddette in pena, ma non pretendiate che a mia volta peni per voi. Non c'è vendetta.
Per te, figlio mio, giudicando Ermanno ed Innocente colpevoli per la tua morte, vedi da te... non c'è modo di andare oltre la loro sorte. Per te Ermanno: non la meriti. Se poi, d'altro verso, siete un parto della mia mente, spetta a me di ricavarne un qualche elemento psicologico e non arrischiatevi nel produrre significati quand'anche tramite simbolismi, che non vi competono, non sono per voi, non sono nella vostra comprensione e da questo punto di vista posso già anticiparvi che non siete né immagine né rappresentazioni, ma solo riflessi. Riflessi ciechi.”
“Quante cazzate!” Ermanno, rimestando distrattamente fra un mucchio di cellulari che Colaspina aveva depositato su un divano. Ne prendeva uno, lo lasciava ricadere, un altro, liquidato nello stesso modo.
“Che mare di cazzate! - di nuovo – Sei uno di quelli che quando parla riesce a mettere tante di quelle minchiate... ma pure a volerti seguire, fra tutti quegli incisi, parentesi, chiose... non è cattiva disposizione, è che proprio non ho capito un cazzo. E tu?” rivolto al nipote che si era gettato sui telefoni e si era messo a farli suonare tutti.”
“Visto che hai fatto, si è eccitato...”
Maier stava per ribattere, ma in quel momento ed in quel casino entrò Colaspina.
“Ma sei diventato scemo? - mettendosi a spegnerli uno ad uno – No perché, se sei scimunito, più del solito dico, posso smetterla di sbattermi per questo posto di merda. Avanti, tieni!”
Davanti a Maier furono sbattute delle carte. Nemmeno le guardò.
“Sono le cose che mancano all'appello dalla roba di Pace.” disse Colaspina.
“E tu come le hai trovate?”
“Mi ha detto lui dov'erano.”
“Alla fine aveva ceduto.”
“Cos'è sei geloso?”
“Siete stati tanto bastardi, tu e San Giuliano, che non ce la facevate a vederlo morire convinto di essere incorruttibile.”
“Non ci posso fare niente. Acqua passata.”
“Come no... - e finalmente diede uno sguardo alle carte - ...che sono questi omicidi, che cazzo mi porti così alla rinfusa?”
“A quanto pare c'entrano con il casino che stavano facendo Michele e tuo fratello. Di più non so.”
“E di Michele... dove tieni le sue cose?”
“Buonanotte... quelle ormai non le trova più nessuno.”
Ovviamente Maier sapeva, dal plico lasciatogli da Sua Eccellenza, di quei morti e della figlia di San Giuliano, almeno fino ad un certo punto. Ma Colaspina non meritava ulteriori spiegazioni e non valeva nemmeno un millesimo del fiato che sarebbe occorso a darne.
“Ed il cadavere che se ne va ancora in giro?” Maier
“Non si sa. Comunque è stato dentro... pare abbia ammazzato il padre.... è di un paese qua appresso... oltre quello che c'è nella carte posso dirti solo che il soprannome è Cialledda... Ha una madre, una sorella e qualche altro parente al paese, volendo...”
Poi successe. Maier fu dispiaciuto di non avere un calendario sottomano per segnare il giorno con un gran frego rosso, anzi tricolore. Si riservò di farlo.
Colaspina lo fissava in silenzio, aveva inteso. Maier, della roba di Michele, non gli aveva chiesto dove le teneva, ma dove le tieni. Maier in realtà aveva tirato ad indovinare, ma gli bastò quell'ombra sul muso di Colaspina, per capire di averci azzeccato.
“Non so di che parli!” disse Maier, per Colaspina, per accorciare i tempi.
“No, lo so...” addirittura! Il calendario di cui sopra veniva sostituito da un monumento.
È vero, Maier stava puntando una pistola contro di lui, ma era a titolo di pura informazione e doveva concederlo, per niente impressionante.
Che scena del cazzo. - Colaspina – Non ho detto niente perché non c'era niente da dire... è nel cofano della macchina, vai, è aperta."
Maier aggrottò la fronte.
"Non sono armato." Colaspina. Maier si alzò e l'altro indietreggiò di un passo. Maier sbuffò, poi rigirò la pistola dalla parte del calcio e la porse a Colaspina.
"Ora lo sei."
Colaspina la prese, ma solo per lanciarla lontano, nella stanza. Sbuffò lui stavolta. Andò lui a prendere quel che aveva detto. Maier tornò al suo posto.
Tornò poco dopo con una cartellina di carta rosa antico ed una cassetta di quelle sue porcherie, le famose prugne su cui, senza dubbio gli altri si sarebbero avventati al loro ritorno. Maier riusciva a figurarsi Pastore a sbrodolare, macchiarsi i vestiti, Russo bestemmiare per uno schizzo sui pantaloni e tutti a litigarsi ogni boccone con De Vittorio, ad ingoiare sani i frutti dell'albero delle uova marce. Portincasa in disparte a guardare Maier in tralice, come se la sua astensione potesse rimettere le cose a posto. Forse, se ci riusciva.
"Prego... - gli servì la cartellina Colaspina, mimando la salvietta al braccio - Ci auguriamo sia di vostro gradimento..."
"Sempre meglio dei tuoi pomi di merda."
"Sarà... comunque questo ho trovato a casa di Michele. Mi sono preso l'impegno di andare a casa sua dopo che Innocente lo ammazzato e dato che tu vivi su un altro pianeta. E lo sai chi ci ho trovato? Nessuno.
Dov'è la famiglia? Nessuno lo sa. Hanno lasciato tutto, vestiti, documenti, soldi... questo stava sul tavolo della cucina e dimmi tu se... leggi leggi, che non ho tempo di giocare."
"Ma è un trascrizione."
"Sei una mente superiore."
"E dov'è la registrazione?"
"Davvero lo stai chiedendo?"
La conversazione vedeva coinvolti Michele, Innocente e San Giuliano più altri due, ad uno sguardo sembrava un interrogatorio.
"Chi è questo Bordiga?"
"Non lo so, ho chiesto in giro, non lo conosce nessuno."
"E quest'altro... Salerno?"
"C'era un poliziotto che si chiamava così. Un gran bastardo."
"Chiamava?"
"È morto quindici anni fa. Cirrosi epatica."
"Qui sembra piuttosto vivo, la data è di un mese fa."
"Fosse pure di oggi, secondo me è stata scritta da uno fuori di testa, tipo Innocente... o te."
"E la figlia di San Giuliano che fine ha fatto, qui se ne parla..."
"Che figlia? Lo sanno tutti che è sparita, ti ricordi, fu rapita."
"Mi stai prendendo per il culo?"
Colaspina alzò le mani:
"Fai quello che vuoi. Io me ne vado."
"Torna con qualcosa di utile."
"Se torno."
"Torni, torni..."
L'uscita di Colaspina coincise con una nuova sortita di Ermanno e suo figlio, Maier con l'indice sulle labbra, gli fece segno di starsene zitti. Il ragazzo si sedette per terra, solo per realizzare quanto complicato gli risultasse rialzarsi. Ermanno invece, seguiva la lettura di Maier alle sue spalle.
Michele: Non c'è bisogno di registrare.
Bordiga: Se lo dico io c'è bisogno.
Innocente: Non ho obiezioni.
Salerno: Tanto piacere al...
Bordiga: Procediamo.
San Giuliano: Io non permetto
Salerno: Tanto piacere al....
Bordiga: Che ci facevate tutti a casa dell'Onorevole?
Michele: Questo non ha che fare con...
Bordiga: Che ci facevate? O quant'è vero Cristo vi ammazzo io.
Innocente: Lo stavamo ricattando.
Salerno: Come?
Innocente: È la figlia che ha ammazzato quella gente.
Salerno: Avrete delle prove.
Innocente: A iosa. Chiedete a lui.
Bordiga: Bé?
Maier: -
Bordiga: Lo prendo come un sì. E quel tale, Cialledda, che ha che fare con voi?
San Giuliano: Rea è sparita, lei deve fare qualcosa, lei...
Bordiga: Mio malgrado devo occuparmi di voi, quindi facciamo a modo mio. Eravamo a Cialledda.
Innocente: È morto.
Bordiga: Questa carta se l'è già giocata.
Innocente: Era morto anche allora e per questo l'hanno mandato a prendere la ragazza.
Salerno: Quante stronzate!
Bordiga: Chi l'ha mandato? Che vuol dire era morto?
Maier: La donna del bosco. Anche lei, Rea voglio dire, è morta e pure quell'altra, che fu uccisa dal meccanico.
Michele: Il che spiega i cacciavite. Negli anni Trenta o giù di lì...
Innocente: Poi è tornata e la donna nel bosco ha detto che anche noi torneremo e torneremo e torneremo...
Bordiga: Si calmi. Andiamo con ordine.
Salerno: State mettendo troppa carne a cuocere!
Michele: Quell'uomo è letteralmente apparso dal nulla ed ha afferrato Rea.
Maier: Poi le gazze hanno invaso la casa, hanno sfondato tutto, porte, finestre...
San Giuliano: La donna, portava uno scheletro ed ha detto che quella era Rea...
Innocente: Poi le radici hanno perforato il pavimento ed una ha trapassato Rea e Cialledda e mia moglie ed i miei figli urlavano...
Salerno: Che moglie, che figli?
Bordiga: Quale moglie? Quali figli?
Innocente: I miei, i miei... vede, sono morti anche loro, li ho uccisi io, ma da allora mi seguono...
Ermanno: Non dia retta a questo pazzo.
San Giuliano: Per favore! E poi la donna ha detto che con il sangue del morto...
Michele: Si dà pace ai vivi...
Maier: E con il sangue dei vivi...
Innocente: Si tormentano i morti... poi tutto ha cominciato a tremare, la terra, la casa...
Michele: Siamo scappati.
San Giuliano: E le gazze ridevano. Io ho cercato di afferrare Rea, ma c'era una gran luce e ho toccato qualcosa... e da allora non riesco più a muovere il braccio sinistro vede... e mi sembra che ogni momento avanzi...
Salerno: Un paio di notti in camera di sicurezza e vedete come vi faccio cambiare canzone!
Bordiga: E poi?
Innocente: E poi tutto è andato giù, ma proprio giù... la casa, la pineta...
Michele: Poi è arrivato lei...
Maier: Ci sono ancora le gazze che ridono, le sente? Sono chiuse le finestre?
Salerno: Io non credo ad una parola. E gli uccelli non ridono.
Bordiga: Sarà. Tu piuttosto, che hai scoperto di questo Cialledda al paese?
Michele: Con chi sta parlando?
Bordiga: Ovviamente con il mio collega.
San Giuliano: È uno scherzo o che? Si rende conto di quel che ho passato?
Innocente: Qui ci siamo solo noi. Se capisce cosa intendo.
Bordiga: Lo state invitando a fare diventare quelle due notti di camera di sicurezza una settimana.
San Giuliano: Che camera di sicurezza? Si ricordi che sono un deputato.
Bordiga: E lei si ricordi chi sono io.
Michele: Che stiamo facendo qui?
Innocente: Ed è per questo che io non voglio tornare mi capisce, c'è chi ricorda e chi no.
Salerno: E tu sei uno di quelli che ricorda.
Innocente: Mi sa di sì.
Bordiga: Allora...
San Giuliano: Allora che? Chi è lei e perché sono trattenuto qui?!
Maier: Fate stare zitte quelle bestie!
Tutto qui? - chiese Ermanno – Cos'è, un tentativo abortito di essere pirandelliani? E poi questa cosa delle gazze... intingolo locale di un altro riferimento ovvio.”
C'è dell'altro, un diario? Forse...”
Stiamo facendo rivoltare la letteratura italiana nella tomba.”
Almeno ci rendiamo conto del trapasso.” ma non andò subito avanti. Maier cercò al telefono Portincasa e gli chiese di cercare dovunque gli paresse, un delitto forse degli anni Trenta del Novecento. Poteva dirgli che si trattava di una donna e di un meccanico. Non erano problemi suoi giudicarne la pertinenza.
Suo figlio intanto si agitava carponi cercando di fare forza sulla testa per rialzarsi. Le gambe non lo reggevano. Erano sfracellate dopotutto.
Ecco, forza! - lo rialzò lui prendendolo per il collo – Qui dice... mi ero seduto sul divano dello studio, pensando a Daniela...”
E chi è?”
Come faccio a saperlo?”
Vai avanti.”
...mi ero seduto sul divano dello studio, pensando a Daniela. Un movimento attirò la mia attenzione, la gazza se ne stava sulla soglia, si era accorta di essere stata vista, ma continuava a starsene ferma a fissarmi con un occhio solo. Poi un passo trascinato, quel deficiente di De Zita? Come si era permesso di salire senza che glielo avessi detto io. Fra un dente e l'altro gli avrei comunque fatto i miei complimenti. Lo chiamai. La gazza fece un salto all'indietro agitando le ali, il vecchio si fece avanti. La sua persona era così minuta che la porta sembrava grande almeno il doppio, ma in qualche modo la cosa gli conferiva un'aria imponente del tutto in contrasto con la sua figura.
Indossava un completo grigio ferro con un fazzoletto scarlatto nel taschino. Si sosteneva con un bastone di legno scuro e con il pomolo, anche se non me ne intendo, che aveva tutta l'aria di essere fatto di diaspro. Il suo volto... non riuscivo a metterlo a fuoco, come se fra me e lui ci fosse nebbia e fosse lui l'origine di quella nebbia. Ora mi sembrava dal cranio calvo e macchiato, ora dai radi capelli bianchi, ora dal naso affilato, ora camuso, dal collo sottile, ora tozzo, ora più basso, ora più alto, come più immagini sovrapposte.
Con il bastone avvicinò a sé una sedia e ci si lasciò andare dando l'idea che il suo corpo gli pesasse particolarmente.
Temo che il suo scherano non sia più disponibile. Ho delle indicazioni da darle. Non usi l'arma che ha con sé o lo faccia. Mi è indifferente.”
Appunto questo il motivo per cui mi perdevo in considerazioni, avevo pensato a sparargli dal primo momento in cui l'avevo visto, ma non riuscivo a muovermi, mi sentivo intorpidito, stanco, molto stanco, la gola secca, la bocca impastata.
Non le impedisco di parlare. - mi disse – Ma prenda in considerazione che le sto dedicando del mio tempo che le garantisco essere moneta di scambio in taluni affari. Quindi non ne dilapidi in domande ovvie su argomenti che saranno comunque oggetto della nostra considerazione e su altri cui non ho intenzione di riferirle alcunché. Anche volendo dare per scontato che lei li comprenda.
Ho voluto essere cortese. Adesso si comporti come creda. Non mi interessa.”
L'arsura sparì dalla mia gola e potevo di nuovo articolare delle parole ma, stupendo me stesso, non avevo nulla da dire, nemmeno bestemmie, nemmeno minacce.
Eppure sono un esperto di entrambe le cose.
Bene. È giunto il momento in cui, a fronte di un intervento esterno, comunque preventivato, è necessaria una correzione a certi fatti che stanno accadendo in questo momento. Lei è quella correzione, l'ho coltivata per questo e posso compensarla o posso obbligarla, faccia lei, mi è indifferente.”
Le sono indifferenti molte cose.” dovevo prendere tempo, non ne ero sicuro, non ero sicuro di nulla, tanto valeva provarci.
Lei trova? Anche io. Credo che sia un pessimo abito di chi, come me, ha vissuto a lungo. Ma me ne rendo conto almeno ed infatti non sono venuto di persona? Questo ed i piccoli passi che debbo compiere per il mio obbiettivo finale, ritengo che mi conservino una buona disposizione di spirito in fin dei conti.”
E sarebbe questo obbiettivo?”
Oh... non se ne crucci, davvero. Quando l'avrò raggiunto e sono seriamente intenzionato a farlo, lei e chiunque lei possa conoscere, sarete morti da lungo, lungo tempo. Nello specifico, nel transeunte, non voglio seccarla riferendole la pochezza delle esigenze che mi sono state esposte e nemmeno quella di chi queste richieste mi ha rivolto. In sé non hanno niente di interessante, sono solo piccole avidità, insignificanti affanni di uomini ancora più insignificanti, ma nel complesso... unendo un piccolo passo all'altro, mi permettono di portare ciò che mi occorre in questo mondo... ma non la voglio annoiare appunto. Venendo a noi... so che sta piangendo la femmina uccisa poc'anzi, bene io l'ho fatta e posso rifarla se le piacerà.”
Stavo ovviamente per rispondergli che stava vaneggiando, ma avvertii come così banale quella mia obiezione, che me ne restai zitto.
Ho avuto anche modo di leggere alcuni suoi lavori. Chiudendo qui questa digressione, le assicuro che sono un suo estimatore, lei è fra i due o tre scrittori viventi capaci di suscitare la mia curiosità e lo abbiamo detto, è molto difficile. Detto questo: nella casa di quel corpulento malfattore di sua conoscenza, ci sono altri tre uomini oltre al loro ospite. Dovrà salvarli.
Essi non devono morire oggi.
Ma salvaguarderò la sua libertà, ci tengo. Al suo ritorno ritroverà la donna oppure potrà scoprire in che modo sono in grado di imporle la mia volontà. Faccia lei...”
Le è indifferente.”
Appunto. Addio.”
La gazza si accomiatò anche lei gracchiando, io tornai padrone dei miei movimenti non appena il vecchio oltrepassò la porta. Scattai, per seguirlo, ma invece di sbucare nel corridoio di casa mia mi ritrovai all'ingresso della casa dell'Onorevole, riconoscevo il posto, la villa, il giardino, la pineta.
Non doveva essere tardi eppure la notte si era addensata come mai l'avevo vista e le luci della casa e dei lampioni erano dei punti luminosi che a stento riuscivano a farsi distinguere. Mi voltai, un'auto stava arrivando alle mie spalle e così facendo scoprii che c'era anche la mia. Mi preparai a difendermi, ma ad inchiodare a pochi passi da me fu l'auto di Salerno con Salerno dentro.
Sono tornato prima. - mi spiegò - Ed ho fatto bene. Che cazzo ti è preso è da casa tua che ti seguo lampeggiando e suonando il clacson... quella povera troia che tieni in casa mi ha chiamato terrorizzata. ”
Daniela era a casa? E De Zita, almeno lui aveva avuto la decenza di crepare sul serio?
Chi cazzo è De Zita?”
Lasciai perdere. A colpirmi ora erano i suoni che venivano dall'interno della villa, la porta era socchiusa e quel che potevo vedere già non mi piaceva. La spinsi un poco più avanti e l'intero edificio era divenuto una voliera per le gazze che l'avevano invaso.
Urlai il nome dell'Onorevole e quello di Ermanno, Salerno si avventurò dentro e gli uccelli sembravano non curarsi di lui.
Di là, guarda quella luce!” e mi indicò una porta da sotto cui giungeva un bagliore inspiegabile e più mi avvicinavo più sentivo vibrare il pavimento sotto i miei piedi. Con me le gazze non erano altrettanto gentili che con Salerno e mi beccavano gli stinchi. Sparai per disperderle ed al colpo seguì un grido d'aiuto dall'interno della stanza. Sfondai la porta, Salerno dietro di me e la scena che trovammo non ci piacque per niente. Anzitutto perché ne fummo accecati.
Copriti gli occhi, guarda in basso!” mi gridò Salerno e solo così trovai un poco di contorni lungo i muri della stanza. In un angolo Ermanno Maier e Michele se ne stavano rannicchiati con gli occhi spalancati, le loro pupille bianche, mi fecero venire in mente quei pesci antichi e solitari che vivono negli abissi più insondabili. Più in là San Giuliano era scivolato lunga la parete, piangeva e gemeva e per la verità era così scomposto ed abbandonato su un fianco da dare più l'idea di essere rotolato fin lì. Avanzai, la luce aumentò d'intensità ed anche le vibrazioni, inciampai su una e quasi non finii impalato su di un altra delle radici che spuntavano dal pavimento, grosse e appuntite, sembravano frugare e cercare. L'uomo che avevo visto con Sua Eccellenza se ne stava invece in ginocchio, sembrava quello più in sé, ma toccandolo sentii il suo petto sussultare, stava piangendo.
Via! Gli gridai e lo afferrai per le spalle, lui mi afferrò le braccia e si fece aiutare ad alzarsi.
Lo guidai fino a Michele ed Ermanno e mi feci aiutare a trascinarli fuori dalla stanza, la luce non più fermata dalla porte stava spaventando le gazze così che li potemmo depositare senza alcun rischio.
Falli riprendere dissi a Salerno e tornai dentro per l'Onorevole, il trippone poteva venire fuori anche a calci, nessuno se la sarebbe presa a male. La luce diminuì d'intensità ed io potevo vedere meglio sia lui che l'origine di tutto quel casino, anzitutto la donna velata con le braccia levate che sembrava pregare come anche dirigere le radici che attorcigliate fra loro stavano straziando altre due figure una delle quali, davanti ai miei occhi, stava svanendo e se non fosse per il colore dei capelli avrei giurato si trattasse di Daniela. Era lei che l'Onorevole chiamava e ciò la identificava come la figlia, ma mi bastò voltarmi un istante per non ritrovarla più. Calcinacci presero a staccarsi dal soffitto e crepe ad aprirsi nei muri, potevo sentire i piani superiori sbriciolarsi e le fondamenta cedere, afferrai quel corpo enorme per le spalle e cominciai a tirare, ma lui continuava ad urlare e faceva resistenza, dovetti mollarlo ed assestargli un calcio sui testicoli perché si piegasse e venisse via. Non altrettanto facilmente le radici riuscivano a scuotere via come con un insetto fastidioso, l'uomo che avevano trafitto e che invece andava sempre più giù. Era quel Cialledda che anche in questo caso sembrava del tutto vivo. Soprattutto per come bestemmiava.
Una mano anche qui?” disse e non sapevo se si fosse rivolto a me od alla donna che non mi degnava di uno sguardo.
Hai finito?” mi strillò Salerno
Intanto l'uomo di Sua Eccellenza era rientrato per aiutarmi.
Lasciali stare andiamo via! Sta crollando tutto!”
Michele ed Ermanno avevano ripreso i sensi e correvano fuori spronati da Salerno.
In macchina forza! Dai, che cazzo stai a guardare!” e questo a me che avevo lasciato l'Onorevole sgambettare via insieme a quell'altro. Per poco un tramezzo non mi colpì in pieno, adesso era la polvere ad impedirmi di vedere. Ma potevo sentire tutti i santi, le madri e i padri tirati in ballo da Cialledda ora incastrato in quella specie di riccio secco e contorto che erano diventate le radici.
Gli tesi la mano. Lui la afferrò.
Questa te la faranno pagare.” mi disse. Io tirai.
Poco dopo correvamo fuori. Anche senza chiavi avevano messo in moto la mia macchina e per poco riuscii ad infilarmi dentro in movimento. Salerno doveva essere già ripartito con la sua che non vedevo più e di Cialledda nessuna traccia.
Finito?” Ermanno, celando a malapena uno sbadiglio
Non c'è altro.” Maier.
Lo vogliamo mettere fra i minori della narrativa per... alfabetizzati? Non mi sembra che occorrano altri requisiti.”
Di certo non lo ha scritto Michele.”
E come puoi dirlo?”
Scoprii, avvertii, piacque, fummo, elenco i congiuntivi?”
Capisco. Ma da qui a dire che queste cose sono necessariamente accadute e che questo Bordiga necessariamente esiste...”
Furono interrotti dalla telefonata di Portincasa. In effetti, riferì, un fatto come quello accennato da Maier era accaduto. Nel Novecentotrentadue per l'esattezza. Voleva ulteriori dettagli. Maier non li voleva. Anzi, c'era una tomba? Forse un ossario. Aveva il buco del culo un cimitero? Certamente, si inizia sempre a rubare dal cimitero.
Il figlio di Maier sbavò qualcosa. Ermanno gliela fece ripetere.
Chiede se andrai al cimitero.” riferì
Ci andrò.”
E se possiamo venirci anche noi.”
Dirvi di no servirebbe?” ed uscì mettendosi le carte sottobraccio.
Guidare per il buco del culo fu per Maier così snervante da fargli quasi dimenticare dove stesse andando e perché. Ad un tratto pensò di chiedere indicazioni, ma le strade erano insolitamente deserte, molti negozi chiusi e nei pochi aperti, per lo più bar e supermercati, Maier non riusciva a vedere nessuno. Chiamò Colaspina, chiamò Portincasa e tutti gli altri, nessuno rispondeva. Si fermò e scese e proprio in un bar entrò, chiamò senza ottenere risposta e chiamò ancora.
Vuoi un cognac?” Ermanno da dietro il bancone. Il figlio di Maier fece un mugolio tutto felice.
E come fai a bere?” rispose Ermanno che comunque versò e cercò di far cadere il contenuto del bicchierino nella parte sana di bocca.
Alvaro che bevi?” Maier intanto era andato nel retro e l'aveva trovato vuoto.
Niente adesso. Andiamo.”
Di lì a poco arrivò al cimitero. Il cancello era aperto a metà, grande, di ferro battuto che una volta doveva essere stato nero e che adesso avevano verniciato in malo modo di verde oliva. Seguiva un viale di forse duecento metri costeggiato da cipressi con i tronchi imbiancati per metà a calce.
Anche lì non c'era nessuno. L'ossario doveva essere, come di consueto, sotto la cappella centrale.
Odore di terra umida, le pareti di loculi uno sull'altro a Maier erano sempre apparsi come l'opera di un architetto idiota, vestigia di case senza soffitto, cose lasciate a metà per essere minacciose come non avrebbero dovuto. Scorse la cappella, si incamminò per uno dei vialetti, ma non fece molta strada, riparato dietro una grossa corona di fiori, seduto sul bordo di una lapide, un uomo fumava.
Ai piedi aveva un taccuino ed una penna. Si accorse di Maier, ma non si alzò e continuò a pensare ai fatti propri. Fu Maier a fermarsi ed a rivolgergli la parola.
Amadeo Bordiga?” chiese porgendogli i fogli che aveva con sé.
E chi è venuto a rompermi le palle fin qui'”
Suppongo uno fra quei due o tre.”
Cercava l'ossario?”
Supponevo di trovarla lì.”
Non ci sono ancora stato. Ma non credo ci andrò, probabilmente una morta ammazzata valeva
l'altra.”
Quel suo... Salerno... è morto anche lui.”
Bordiga annuì.
Non credo di essere venuto da solo.” disse Maier
Si riferisce a Ermanno... e chi è quell'altro disgraziato?”
Mio figlio.”
Ah... notizie di Michele e di quell'altro...”
Innocente. Si chiamava così.”
Maier provò a telefonare ancora agli altri, Bordiga gettò uno sguardo distratto sul display del cellulare.
Allora immagino che questa possa interessarle.” Bordiga portò l'attenzione di Maier sulla lapide su cui erano seduti. Maier fu costretto ad alzarsi per potervi leggere i nomi, la corona ormai quasi secca portava uno sbiadito nastro tricolore. A quanto pare i suoi colleghi erano stati carabinieri fucilati dai fascisti dopo l'armistizio. Ai suoi occhi, comunque, non ne guadagnavano.
Spiega molte cose però.” concluse
Il buco del culo è vuoto.” disse Bordiga
Me ne sono accorto.”
Anche loro.”
Erano circondati dalle gazze, silenziose sulle lapidi, sui loculi, sui rami bassi dei cipressi.
Ma non badavano a loro due, sembravano piuttosto in attesa.
Credo che sia perché qui è in collina.”
Si udì un tuono lontano, non veniva dal cielo, ma da sotto la terra. Le gazze spaventate si strinsero le une contro le altre, Maier e Bordiga si affrettarono ai cancelli del cimitero ed oltre quelli non c'era più niente da vedere.


Gennaio
Su questo non posso darvi torto.” il giudice si era alzato per andare a scrutare oltre al finestra ad inferriate. Sull'altra mezza collina, in linea d'aria con il cimitero, c'era il carcere del buco del culo. Neanche quello ci si era fatto mancare. Sotto, fra lo starnazzare di uccelli fra cui, poteva anche ammetterlo, c'erano gazze, ma pure passeri, piccioni e gli sembrava anche un gabbiano, si erano aperti i cantieri della ricostruzione.
Ma non capisco perché siate venuti a raccontare a me queste cose. Assurde. E proprio qui... se non mi era dato ad intendere che voi avete i contatti che avete...”
Fosse stato. - corresse Bordiga – se non mi fosse stato dato ad intendere...”
Sembra strano, ma è così.”
In quel momento un secondino chiese il permesso di entrare. Il giudice acconsentì. Tutti dissero buongiorno. Il secondino posò una bottiglia di acqua minerale. Bordiga ringraziò.
Questo qui.” disse Maier
Il secondino sparò alla testa al cancelliere. Il giudice tirò uno strillo, ma all'uomo fu sufficiente puntargli l'arma contro per zittirlo.
Ora, date le premesse.... - disse Maier – Lei ha comprato dei lotti quando ancora non valevano niente e non ci si poteva fare niente. Vuole favorirci il nome di chi le ha suggerito l'investimento?”
Il giudice borbottò qualcosa, Bordiga prese la pistola dalle mani del secondino e sparò in un piede al giudice. Che cadde urlando, la sua voce più acuta e stridula.
Grazie, puoi andare. - disse all'uomo – Mi scusi signor giudice, ma non ho inteso.”
Una società che..”
Sappiamo già quella storia. Ed oltre, lei sa benissimo che non si può andare. Vuole riprovare?”
Il giudice fece il nome.
Già qualcosa... - Maier - E di dove?”
Il giudice disse il paese.
Il paese di Cialledda.